Una sola ora non toglie amore a nessuno

padre Gian Franco Scarpitta

XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (20 settembre 2020)

Ancora una parabola che ci illustra l'amore e la misericordia Dio Dio, purché la si consideri non dalla nostra prospettiva, ma da quella dello stesso Signore. Come già la scorsa settimana a proposito del perdono e della carità, è impossibile infatti comprendere e accettare questi insegnamenti di Gesù se non ci si dispone a mutare pensiero, convinzioni e impostazione di vita, considerando che le aspettative di Dio sono diverse dalle nostre.

Se infatti restiamo nella nostra logica di giustizia remunerativa, la parabola ci impressiona e ci crea disagio, perché descrive un concreto atto di ingiustizia per il quale si verificano oggigiorno lotte e rivendicazioni sindacali.

Si parla infatti del padrone di un campo coltivato a vigneti che durante la giornata assume di volta in volta lavoratori perché vadano a lavorare nella sua vigna. I primi li assume all'alba, altri ne chiama verso le 9 del mattino, altri ancora a mezzogiorno e alle cinque del pomeriggio, quando manca un'ora alla conclusione dei lavori.

Il dissapore e lo sconcerto si verificano quando è il momento di retribuire la paga: ciascuno degli operai riceve un denaro, a prescindere dalle ore di lavoro svolte. Un denaro ricevono coloro che hanno lavorato durante l'ultima ora, un denaro quelli che avevano affrontato l'intera giornata sotto il sole sin dalle prime luci dell'alba e proprio questi mormorano e protestano: “Abbiamo affrontato la fatica e il caldo per l'intera giornata e veniamo pagati nella stessa misura di chi ha lavorato solo un'ora”.

Apparentemente si tratta di un'ingiustizia e di una grossa discriminazione a favore di alcuni e a discapito di altri, perché in effetti a ciascuno andrebbe dato secondo i suoi meriti e ognuno dovrebbe ricevere in proporzione al lavoro svolto, ai rischi alla fatica, alle responsabilità... Non sembra comportarsi così invece questo datore di lavoro che da a ciascuno la stessa somma non importa quanto abbia lavorato.

Occorre tuttavia prestare attenzione ad alcuni particolari: 1) il padrone rispetta il contratto di lavoro con tutti perché infatti la somma pattuita con coloro che adesso si lamentano, vale a dire con quelli della prima ora, è stata proprio di un denaro. 2) Un denaro al giorno era la paga prevista per tutti gli operai e braccianti, indipendentemente da quando cominciasse la giornata lavorativa. 3) Ma il cuore della parabola sta soprattutto nel fatto che non importa quando Dio chiami l'uomo alla sua sequela e alla realizzazione del suo Regno: quello che conta è adoperarsi, rimboccarsi le maniche e lavorare per la realizzazione del Regno medesimo. Dio chiama tutti alla comunione con sé, ma c'è chi corrisponde prima, chi dopo, chi all'ultima ora. Poco importa. Quello che conta è aderire alla chiamata, non importa se all'inizio o alla fine. In qualsiasi ora Dio ci chiami alla comunione con sé, quello è il momento propizio e corrispondere alla chiamata merita sempre la stessa ricompensa divina.

Ciò semplicemente perché l'amore di Dio non ha orari da rispettare, infatti è eterno. Non può mai essere uguale e paritario per tutti, ma a tutti dona in misura straordinaria ed esaltante. C'è sempre tempo per convertirsi e Dio ha sempre tempo per la misericordia, anche se mancasse un solo giorno alla fine.

E' ingiustificata la gelosia dei primi lavoratori, perché non è legittimo da parte loro inveire contro coloro che il padrone ha voluto chiamare, non importa a che ora lo abbia fatto. Quello che conta è che essi abbiano aderito e meritano adesso la ricompensa.

In tal senso la parabola si avvicina al racconto del Padre misericordioso (o del figliol prodigo), dove si racconta l'invidia e la gelosia del fratello maggiore perché il padre fa festa ed esulta per il fratello minore dopo che questi è tornato a casa dopo avere sperperato tutti gli averi del padre in bagordi e prostitute. E' la stessa invidia e gelosia dei lavoratori della prima ora di cui si parla adesso, quella che non ammette che Dio possa amare tutti, ma soprattutto che il suo amore possa riversarsi senza riserve verso coloro che si convertono da ultimi. Che prima erano perduti e che adesso sono stati recuperati, non importa se in ritardo. Se il Signore usa particolare attenzione verso coloro che hanno aderito a lui all'ultimo momento, se il suo amore si palesa verso quanti decidono di seguirlo a un passo dalla fine, ciò non vuol dire che usi disattenzione verso coloro che lo seguono “ab ovo” e “sin dalle prime luci dell'alba. Che Dio possa trattare bene “gli ultimi” non corrisponde a che “i primi” ricevano un danno o un torto.

Oltretutto, c'è da dire che chi si adopera senza risparmiarsi e con fatica non sempre dimostra di aver lavorato con amore e mirando alla qualità dell'opera svolta. C'è chi si adopera tantissimo per vanità e presunzione o falso orgoglio mancando di risultati effettivi e c'è chi lavora una sola ora con amore e abnegazione e con profitto, dando il meglio di se stessi. Questa categoria di lavoratori è preferibile alla prima.

Come si suggeriva, occorre collocarsi dal punto di vista di Dio per ritenere logica e legittima una tale conclusione perché come ammonisce il profeta Isaia “i miei pensieri non sono i vostri pensieri; le vostre vie non sono le mie vie e poiché si tratta di vie e di pensieri relativi all'Amore esulano da ogni contratto o legiferazione umana.