Condividere e benedire

don Alberto Brignoli

XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (2 agosto 2020)

Fare l'elemosina o un'azione caritativa non è mai stato facile, ancora meno lo è ai nostri tempi. Non si sa mai se sia giusto dare o meno, se sia meglio dare soldi oppure beni materiali (cibo, vestiti e quant'altro), se le persone siano da aiutare in maniera incondizionata oppure vadano valutate per le loro reali necessità, se tocca a noi aiutare chi è nella necessità o se sia meglio affidarli a chi ha competenze e risorse maggiori delle nostre, eccetera. Spesso, le domande che ci facciamo al riguardo sono talmente numerose e talmente complesse che, alla fine, perdiamo del tempo prezioso per fare il bene, soprattutto quando si tratta di un'emergenza. Per contro, se facciamo le cose senza ponderarle e senza pensarci, rischiamo a volte di fare danni peggiori rispetto al bene che vorremmo fare. La carità, insomma, va pensata, e va pensata bene: ma senza trascurare la sua essenza, quella di elemosina, di “compassione” e quindi della necessità di un dono gratuito.

Carità ponderata e carità elemosinata: è un dilemma che ci accompagna da sempre, forse - per noi cristiani - da quella sera in cui Gesù, scendendo dalla barca per andare in un luogo solitario a pregare, vide una gran folla, soprattutto di malati, e ne ebbe compassione. Come i discepoli, del resto, compassionati da una folla che, sul far della sera, si trovava ancora nel deserto e non aveva possibilità di mangiare qualcosa se non tornando nei villaggi vicini: molto intelligentemente, i discepoli avevano già individuato una soluzione a una situazione emergenziale di fame e di penuria, ovvero avvicinare la gente ai centri abitati. La carità dei discepoli era una carità pensata, programmata, previdente. La carità di Gesù, invece, era immediata, compassionevole, incondizionata, senza troppe teorie: “Non occorre che vadano: voi stessi date loro da mangiare”. Se volessimo attualizzare queste parole, potremmo dire: “Non c'è bisogno che vadano alla mensa della Caritas o al refettorio popolare: provvedete voi alle loro necessità”. Come poi vada a finire, lo sappiamo bene: ma quello che a noi importa non è il miracolo compiuto da Gesù (che, non c'è ombra di dubbio, avrebbe potuto benissimo fare a meno del misero contributo dei discepoli), bensì il modo con cui lo ha compiuto e con il quale ha voluto far capire ai discepoli, e a noi, cosa significhi essere solleciti verso le necessità dei fratelli, cosa significhi, in fondo, fare la carità, fare del bene a chi ha bisogno.

Che cosa significa, allora, fare la carità? Che cosa significa dare e fare del bene a chi si trova nel bisogno?

Significa, innanzi, avere gli stessi sentimenti del Maestro, che, sceso dalla barca, alla vista della grande folla, “sentì compassione per loro”: e questo, nel momento in cui stava recandosi in un luogo solitario a pregare. Quante volte anche noi, giustamente e doverosamente, vogliamo ritagliarci degli spazi di riposo, di intimità, di isolamento dal mondo nei quali non vogliamo vedere e sentire parlare di nessuno, men che meno di problemi e di necessità: eppure, anche lì, non possiamo esimerci dal chiudere gli occhi di fronte a una situazione di miseria, la quale assume un'importanza enorme, unica, rispetto a qualsiasi nostro desiderio di solitudine e di isolamento dal mondo.

Fare del bene a chi ha bisogno significa, poi, evitare di prendere decisioni affrettate, immediate, anche se a volte sembrano ragionevoli, perché spesso possono nascondere un'insidia, così come è stato per i discepoli: l'insidia di risolvere le cose “delegando” la carità agli altri, a chi è competente, a chi sa come si fanno le cose, alle strutture adatte, nascondendo noi stessi dietro le nostre responsabilità, dicendo - come fecero i discepoli - che “ormai è tardi”, che “non abbiamo qui nulla”, che quello che possiamo fare noi è poco, quindi è inutile farlo. E soprattutto, l'insidia della soluzione più facile e più immediata: quella del denaro, quella di fare in modo che la folla vada a “comprarsi da mangiare”, perché in fondo, si sa, dove ci sono i soldi si può comprare tutto, mercanteggiare tutto...spesso anche la carità stessa...

Ma Gesù non mercanteggia, e non ragiona con la logica del “comprare”, bensì con la logica del “condividere”. Poco o tanto che esso sia, “condividere” ciò che abbiamo può fare molto, può fare la differenza. Con i soldi, la folla non si sarebbe potuta sfamare: perché ci siano negozi sufficienti per cinquemila uomini (senza contare donne e bambini) non basterebbero certo i villaggi di una zona desertica della Galilea. Quindi, come spesso accade, quando si ragiona con la logica del denaro, quella sera avrebbe mangiato solo “qualcuno” e, ovviamente, “qualcuno” che il denaro ce l'aveva e che, avidamente, avrebbe comprato tutto quello che poteva, perché abituato a negoziare, a fare “negozio”.

La carità, invece, non ragiona con la logica del “negoziare”, bensì - come dicevamo - del “condividere”, poco o tanto che esso sia: quando un bene è condiviso, la carità fa miracoli, e li fa in maniera abbondante, in proporzioni spaventose e inimmaginabili (uno a mille, ci dice il Vangelo, un pane per mille persone, un pane solo per l'eternità...come Cristo Pane del Cielo).

E non è una carità fatta “in qualche modo”: è una carità fatta bene, in abbondanza (ne avanza anche per un'altra situazione di necessità) e soprattutto fatta con dignità, con la gente invitata a mangiare “seduta sull'erba”, cosa che a noi pare normale o addirittura dettata dall'emergenza, ma che per l'ebreo viaggiatore e pellegrino (abituato a mangiare in piedi) era una cosa inconsueta, riservata solo ai signori, che non mangiavano se non sdraiati, ben comodi. Una carità ben fatta ha bisogno di questo: di un pane “dato”, e non “gettato” a qualche modo; di un pane “consegnato” perché condiviso, e non “preso” perché comprato.

Fare la carità, per chi segue il Maestro, significa, in definitiva, avere compassione, condividere, spezzare per moltiplicare, donare dignità insieme con il pane; e, soprattutto, “recitare la benedizione”, benedire il pane, dire bene di quel poco che abbiamo.

Perché quando il poco che hai sei capace di benedirlo, stai pur certo che non avrai mai necessità di nulla. Per te, e per il mondo intero.