Pazienza...

Paolo De Martino

XVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (12 luglio 2020)

La comunità cui Matteo scrive, si sta interrogando sull'unica domanda seria che è lecito porsi: da dove dunque questo male? Se Dio c'è, cos'ha a che fare con l'esistenza del male in me e fuori di me? Perché non lo elimina? Ma soprattutto, cosa farne ora che ho scoperto che questo male mi abita?

Ecco allora una nuova parabola. Anche oggi c'è una affermazione di Gesù che probabilmente ha lasciato tutti a bocca aperta: "La zizzania lasciatela!".

Zizzania: già il nome infastidisce per la sua durezza. Ma come "lasciatela"?

Il male va tolto, estirpato, cancellato, annullato! Cos'è questa storia di lasciar crescere il grano con la gramigna? Bisogna purificare, togliere la gramigna di torno, così finalmente potremo star tranquilli e beati!

Gesù non vuole una comunità ristretta di "puri e duri". Gesù non nega la necessità della separazione, la sua non è indifferenza al bene o al male, ci mancherebbe! Il Rabbì di Nazareth annuncia che il tempo della separazione non è ancora arrivato e comunque non spetta agli uomini! (Per fortuna...)

Occorre partire dalla convinzione che ciascuno di noi è abitato da cielo e fango.

Questa è la nostra verità. In noi coesistono bene e male.

Non siamo né bianco, né nero. Siamo una splendida e infinita sfumatura di grigi.

Il male ce lo portiamo dentro, lo facciamo e ci conviviamo anche abbastanza bene.

La zizzania, l'erba cattiva, infestante, velenosa è parte integrante di noi.

Gesù si premura a dire che all'origine di tutto, e quindi di me, vi è solo il bene: «Un uomo ha seminato del buon seme (lett. anche “del bel seme”) nel suo campo» (v. 24).

Dio ha posto in me solo il bene e il bello, perciò ora so che solo il bene e il bello saranno in grado di compiermi.

Il male non è, e non mi è, originario. Esso viene dopo, in seguito. Da dove? Non da Dio, perché Dio non può volere il male, e tanto meno da me. Siamo schiavi del male, non suoi creatori.

"Pazienza", dice il padrone, per non correre il rischio di strappare il grano buono nella foga risanatrice.

La Parola seminata domenica scorsa, il Regno di Dio cresce spartendo il campo con la tenebra, l'oscurità, la zizzania.

E' l'esperienza che tutti fanno prima o dopo: dopo duemila anni di Vangelo, talora proprio nei paesi tradizionalmente cristiani, l'erba malvagia sembra soffocare l'annuncio di salvezza.

A parole tutto funziona, ma nei fatti dobbiamo arrenderci all'evidenza: nonostante Cristo ci abbia salvato, l'uomo stenta ad imparare. Di più: anche nell'esperienza personale, dopo avere frequentato per anni il Signore, dopo una radicale conversione, devo fare i conti con la contraddizione che abita il mio cuore.

Gesù sa che bene e male si affrontano e che il male fa più rumore.

La Parola di Dio squarcia il male con un'idea immensa, quella della pazienza.

La pazienza richiama il dolore (il patire da cui deriva la parola) e l'attesa.

Pazientare è attendere con dolore, sapendo che il male avrà fine.

Viviamo sulla nostra pelle la contraddizione del male che coabita col bene, anche nei nostri cuori, e il Signore ci chiede di lasciar fare a lui.

Ne siamo coinvolti, ovviamente, ne soffriamo, non gettiamo le armi, continuiamo a coltivare, ma sappiamo che il mondo non può essere un bel prato all'inglese o un giardino zen.

Pazienza amici, lasciate fare a Dio il suo mestiere.

Pazienza, discepoli del Maestro, viviamo tempi bui, in cui la ragione e la fede devono farsi strada con fatica in mezzo all'indifferenza e all'insignificanza.

Pazienza, discepoli del Nazareno, la guerra è già vinta!

Io credo che il Regno avanzi.

E mi stupisco nel crederlo, mi commuovo davanti al silenzioso grano che cresce nello sguardo di chi ama, nel gioco puro del bambino, nel gesto generoso di chi pone gesti di luce nelle tenebre fitte.

Pazienza, pazienza nelle nostre povere e poco credibili comunità parrocchiali, pazienza nel vedere - nude - le fragilità dei nostri compagni di viaggio, pazienza quando un connaturale istinto di superiorità ci fa giudicare i fratelli che ancora (e sempre) misureranno la loro debolezza.

Abbi pazienza con te stesso, fratello che leggi.

Sappiamo bene che la voglia di dividere il mondo in buoni (noi) e cattivi (loro) ha portato i discepoli su orribili sentieri di violenza, in passato.

Per i cristiani il nemico non è mai l'altro, è dentro ciascuno di noi.

Senza cadere in autolesionismi, guardiamo dentro noi stessi la zizzania (e chiamiamola per nome!) e guardiamo al grano buono seminato dal Signore.

La contraddizione abita in ciascuno di noi, in me che scrivo.

E' pericoloso pensare di strappare definitivamente la zizzania prima che il grano sia giunto alla sua piena maturazione.

Pazienza, amico che leggi, se ti sembra che troppe tenebre ancora rovinino la tua vita: abbiamo tutta la vita per imparare a vivere, pazienza se pensavi di essere un diacono migliore, un catechista migliore, un marito migliore: talvolta la bruciante esperienza del limite (Pietro insegna) ci spalanca la diga della misericordia.

Povero Giovanni Battista, pure lui, forse, si aspettava una bella pulizia generale.

Gesù, invece, fa tutto il contrario!

Non allontana i peccatori, anzi gli avvicina e per loro ha una attenzione tutta speciale.

Non punta il dito, ma allunga la mano verso chi si sente giudicato dai ben pensanti del tempo. Non si circonda di perfettini o di primi della classe, tra i dodici, lo sappiamo, c'è gente con un passato discutibile e tra di loro c'è il traditore.

Allora coraggio, cari amici! Superiamo la tentazione del giudizio, smettiamo di comportarci come i mietitori della parabola.

Dobbiamo amare questa Chiesa, non quella dei nostri sogni o dei nostri idealismi sfrenati ma quella in cui viviamo, quella con cui ogni domenica spezziamo il pane e ascoltiamo la sua Parola.

La bella notizia di questa Domenica? Il mondo non ha bisogno di supercristiani perfetti, ma di discepoli consapevoli del proprio limite, che attendono con passione al loro lavoro, amando questo mondo seminato a grano, consapevoli del proprio e dell'altrui limite, limite che Dio riempie di tenerezza.