Non permettere che vada ancora in esilio

don Angelo Casati

Penultima domenica dopo Epifania (anno A) (16 febbraio 2020)

Non so se posso esprimermi così - a qualcuno potrebbe forse suonare anche strano -: ogni volta che ascolto questa narrazione del vangelo, mi prende, nei confronti di questa pagina, come un senso di tenerezza infinita, come un desiderio di difesa e di custodia. Perché? Perché questa pagina, già evocata in alcune testimonianze del secondo secolo, ebbe poi in sorte come una migrazione. Quasi chiedesse ospitalità definitiva all'uno o all'altro vangelo e non le venisse offerta. Salvo poi approdare dopo secoli nel vangelo di Giovanni, in un contesto non suo.

Come se alla pagina si chiudessero i porti - mi ritorna l'immagine inquietante dei nostri giorni -. E lei tenuta lontana, fuori, tenuta a distanza, ritenuta pericolosa. Ma perché? Perché ritenuto fuori legge il gesto di Gesù, ritenute pericolose le sue parole all'adultera. Di qui il rifiuto di ospitarla e il destino di farla migrare per mari, per secoli. Vi dirò che mi prende tenerezza e desiderio di difesa e di custodia, anche perché questa pagina, con il suo racconto, non è senza rischio di esclusione e di ferita neppure oggi: guardata con un certo imbarazzo da chi sa sfrontatamente che cosa è grano e che cosa è zizzania e si sente autorizzato a strappare quest'ultima, se ne fa una missione.

Persone che hanno da ridire per un rabbi che sta da un'altra parte, non la loro. Loro dalla parte della legge, che parla di morte: "Lapidiamola!". Lui dalla parte della misericordia che apre, apre un futuro. Le dice: "Va'", "Va' e non peccare più", "Va', hai davanti un cammino". Voi mi capite: quando siamo fermi, rigidi, diventiamo inesorabilmente mortiferi, lapidiamo. Quando invece ci rimane tenerezza, siamo donne e uomini di cammino e facciamo a nostra volta camminare. C'è una divaricazione insuperabile, tra gli uni e gli altri. Una divaricazione che sorprendiamo - oserei dire - quasi plasticamente nel racconto, come se la scena avvampasse e si accendesse ai nostri occhi. E noi fatti spettatori. Avviene un intrusione: Gesù sta insegnando nel tempio, è seduto, ha una folla intorno che ascolta, ed ecco un gruppo di scribi e farisei fende la folla, gli conducono la donna.

"La posero in mezzo": è scritto. Due volte il racconto parla della donna "in mezzo", è assediata, non ha respiro. "La posero": sembra una cosa, un oggetto, nelle loro mani, la pongono. Quasi non avesse più anima, ma solo peccato. E chi ha detto che, per via di quel peccato, non le fosse rimasta un briciolo d'anima? E che qualcuno non gliela avrebbe fatta respirare? E' in mezzo, da una parte gli accusatori, dall'altra Gesù, intorno la folla e lei sotto gli occhi di tutti. Provate ad immaginare una cinepresa che va ad inquadrare uno per unno quei volti e gli occhi. Per scoprire da che cosa siano abitati. Il tuo sguardo racconta, racconta da che cosa sei abitato. Pensate: quello degli scribi e farisei, quello della folla intorno, quello di Gesù.

Ebbene penso alla folla, perché anch'io sono uno della folla, in cerca come quella folla, di una religione autentica, schietta, illimpidita. Era ciò che portava la gente ad affollare il tempio per ascoltare quel rabbi che faceva sgranare gli occhi e sognare. Sono uomo della folla, desideroso di scoprire da ciò che sta accadendo dove batte il cuore di quel Rabbi, dove batte il cuor di Dio che quel rabbi, figlio di Dio, sta raccontando con gesti e parole. Gli occhi della donna ci è facile immaginarli abbassati, dietro l'aggressione degli inquisitori.

Duri i loro occhi, spietati: la guardano sprezzanti dall'alto in basso quasi fossero installati sulle loro cattedre supponenti, alti, sicuri, sbandierano codici di morale, impermeabili alle situazioni, ciechi, leggono precetti ma non leggono storie né di donne né di uomini. Appartengono alla categoria di quelli che giudicano senza mai prima aver ascoltato. E noi? Dal basso? Dopo aver ascoltato storie? O dall'alto? Gesù smaschera impietosamente questa presunzione, con parole che sono diventate un detto nel linguaggio comune: "Chi è senza peccato scagli una pietra".

E più sono carico d'anni più dovrei guardarmene. Gli anziani sono i primi a dileguarsi. "E chi sono io per giudicare?": dirà Papa Francesco. Ma ecco che la donna da un filo dei suoi occhi quasi socchiusi vede Gesù chinarsi: si mette in basso. Colpisce nel brano, ripetuto, questo spostamento esteriore di Gesù che racconta uno spostamento interiore: verso la terra, la terra che dice fragilità. La terra che racconta la nostra debolezza, sulla quale Gesù scrive. E dopo tutto forse non importa che cosa scriva, importa che lui scriva.

Pensate: anche una terra umile può portare una scrittura, una scrittura di Dio, una scrittura non di condanna ma di misericordia. Ogni terra, ogni storia, la mia, la tua, quello di ciascuno, conosce la scrittura di Dio. E non di condanna. E glielo disse alzandosi. Lei era in piedi. Ora vedeva, viso a viso, i suoi occhi, a pochi centimetri dai suoi, occhi complici, come di chi ti ha salvata dalle pietre. Pensate la luce in quello spazio del tempio. Tutto nella più perfetta gratuità: "Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più".

Scrive Enzo Bianchi, il fondatore della comunità monastica di Bose: "Non ci viene detto che essa cambiò vita, che si convertì, che andò a fare penitenza né che diventò discepola di Gesù e si mise a seguirlo. Guardiamoci bene dal far dire al Vangelo ciò che noi desidereremmo dicesse! Non sappiamo se questa donna perdonata dopo l'incontro con Gesù abbia cambiato vita: sappiamo solo che, affinché cambiasse vita e tornasse a vivere, Dio, che non vuole la morte del peccatore, l'ha perdonata attraverso Gesù e l'ha inviata verso la libertà: "Va', va verso te stessa e non peccare più"...

E non si dica - l'accusa può essere ancora nell'aria - che la misericordia è lo sdoganamento del peccato. E' come avere occhi e non vedere, e non capire. Non capire che a convertirti, a rimetterti in cammino non è la freddezza della legge, è la tenerezza che abita gli occhi dell'altro. Questa è strategia pastorale. Questa è la luce che abita questa pagina.

E tu difendila, non permettere che ancora conosca l'esilio. In esilio sarebbe mandato Dio.