La legge è per l'uomo, non l'uomo per la legge

don Giacomo Falco Brini

VI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (16 febbraio 2020)

Commentiamo il vangelo di questa domenica nella sua forma breve, ma partendo da un versetto citato nella forma lunga: non pensate che sia venuto per abolire la legge o i profeti. Non sono venuto per abolire ma per dare compimento (Mt 5,17). È una introduzione fondamentale per comprendere l'intera sezione di cui fa parte questo brano (Mt 5,17-48). Il Signore Gesù non è venuto a decretare la fine della legge, perché egli stesso è il fine e la chiave di lettura per intendere la legge: solo guardando la sua vita possiamo capire il senso profondo della legge, perché solo nella sua umanità vediamo la legge prendere corpo. Senza Gesù, la legge è una grande “incompiuta”. Per questo, con l'autorità di chi conosce il cuore di Dio, può dire a tutti: avete inteso che fu detto...ma io vi dico. La legge senza il vangelo non dà vita, non fa capire a nessuno, non fa gioire nessuno, non salva nessuno. Anzi, può addirittura uccidere (2Cor 3,6). Come è possibile?

La legge è in sé stessa buona, ma non dà la capacità di essere osservata. Bisognava conoscere l'autore della legge che ce ne rende capaci, sia spiegandocene lo spirito, sia donandoci quello stesso spirito: è lo spirito del Figlio che ha portato la legge dentro il nostro cuore. Se infatti scopro di essere anch'io figlio, le sue 10 parole non saranno più gravose da osservare, non saranno più un decalogo imposto e frustrante, ma piuttosto la gioiosa esperienza di un Dio che mi ama così come sono. Solo rispondendo liberamente all'amore di Dio rivelatosi in Gesù, si comprende quanto dice S. Paolo: chi ama compie tutta la legge...l'amore infatti non fa male a nessuno, pieno compimento della legge è l'amore (Rm 13,8-10). Ecco perché Gesù chiede di essere giusti, ma non alla maniera degli scribi e dei farisei (Mt 5,20). La loro giustizia infatti uccide, perché si ferma alla lettera della legge. La giustizia del Signore invece va oltre: è la lieta notizia di un Padre che ci perdona gratuitamente perché siamo suoi figli! Un buon genitore è colui/lei che non rinuncia alle regole per insegnare a vivere al figlio. E farà di tutto per farle rispettare. Ma sa che la sua relazione non si regge sull'osservanza di queste, bensì sull'amore gratuito per lui. L'amore va oltre le regole, ma non le abbatte. All'uomo servono le regole, ma le regole non danno la vita all'uomo. L'uomo non diventa più libero se si libera dalle regole ma, se fa delle regole la sua vita, muore interiormente (cfr. i due fratelli di Lc 15,11-32). Parafrasando un celebre detto di Gesù: la legge è stata fatta per l'uomo e non l'uomo per la legge.

Ci fermiamo infine sull'ultima delle 3 antitesi esposte (Mt 5,33-37). In Israele per alcune questioni c'era l'usanza di giurare chiamando a testimone Dio. Ma il Signore vieta di giurare chiarendo il senso del comandamento: non si deve giurare per niente, perché l'uomo è chiamato ad esprimere sempre una parola vera. In questo modo essa è mezzo di comunicazione e di comunione, diversamente è solo usata per dominare e dividere. Gesù coglie l'occasione dal divieto di spergiurare per restituire alla parola umana il suo valore. Proprio il contrario di come generalmente si comunica nella società tecnologica e iper-comunicativa, dove il principio sembra essere la manipolazione della parola. Le parole sono generalmente usate per accalappiare il consenso altrui, sono strumenti di persuasione che non si curano affatto della verità. Provate a pensare un mondo dove il nostro parlare fosse davvero un “sì” se è “sì”, e un “no” se è “no”: sarebbe un anticipo di paradiso, ogni parola corrisponderebbe alla verità del cuore di tutti e le relazioni diventerebbero autentiche e unitive, nel rispetto della diversità di ciascuno. Il di più viene dal maligno (Mt 5,37). C'è il “di più” divino, la giustizia di Dio che supera la legge: è la sua Misericordia, principio di ogni bene. Ma c'è anche il “di più” che viene dal maligno: è la menzogna, principio di ogni male che ha bisogno di molte parole per stare in piedi. La storia del primo peccato delle origini (Gn 3), è la storia di un imbroglione che ha confuso e poi persuaso i suoi interlocutori, moltiplicando parole e ragionamenti sulle poche parole di Dio, ma soprattutto parlando di Lui e non di se stesso. Il diavolo e i suoi seguaci sono da sempre abili comunicatori che cercano di controllare gli altri e ridurli a schiavitù dicendo “sì” quando è “no”, e “no” quando è “sì”. Chi ama invece, si prende cura delle proprie parole vigilando sulla sua bocca (Gc 3,1-12). In questo modo testimonia Dio e diventa suo amico.