La lettera uccide, viva la libertà di Spirito

padre Gian Franco Scarpitta

VI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (16 febbraio 2020)

Diceva Giolitti che “per i cittadini le leggi si applicano, per gli amici si interpretano, per alcuni si eludono”, quasi ad esprimere che non di rado il principio di democrazia e di uguaglianza resta inciso sulla carta o altrimenti detto che è sempre possibile che le norme scritte possano essere applicate solo per alcuni, a discriminazione di altri. In uno Stato di diritto delle leggi scritte non si può fare a meno ai fini di una pacifica convivenza fra soggetti umani, come pure non si può fare a meno di esercitare vigilanza, prevenzione, penalizzazione nei confronti di coloro che le violano, perché va salvaguardata la convivenza civile e la reciproca comprensione, come pure il senso stesso di appartenenza a un territorio. Tuttavia il rapporto col le disposizioni legali, sia a livello di soggetto che di collettività, resta sempre un enigma. A volte cerchiamo di eluderle quando ci sono di incomodo, altre volte le rivendichiamo quando vogliamo affermare un nostro diritto. Si tenta di far applicare le leggi a tutti i costi quando si vuole rivendicare un diritto, si cerca di esse qualsiasi deroga o eccezione quando non si vuol rispondere dei propri sbagli verso terzi. Le sopportiamo, a volte le subiamo, non di rado le critichiamo e ci battiamo perché vengano abrogate o modificate. E ciò non di rado risulta legittimo anche dal punto di vista etico: non possiamo accogliere per giusto un emendamento che obiettivamente contrasta con il progresso o con la tutela della vita e della dignità dell'uomo; vi sono stati anche dei casi nei quali la disobbedienza alla legge diventava addirittura un dovere morale. Uno dei criteri per cui le leggi vengano rispettate senza retorica, è una legiferazione oggettivamente giusta e coerente.

A prescindere da ogni riflessione, quello che è certo è che la legge non avrebbe il suo valore se l'uomo non fosse libero, perché di fronte alla norma è possibile scegliere e orientare la propria condotta e il libero arbitrio. Tutto sta a come gestirlo, questo libero arbitro e a come orientare la nostra libertà. Per l'uomo onesto e retto qualsiasi legge o disposizione è superflua; per il corrotto e per il malvagio qualsiasi norma non sarà mai sufficiente affinché non nuoccia .

E su questo assunto della responsabilità personale e della moralità subentra la parola odierna di Gesù, che possiamo trovare sintetizzata in un'espressione di Paolo: “La lettera uccide, ma lo Spirito dà la vita”(2Cor 3, 6). La Nuova Alleanza che Gesù è venuto a portare realizza infatti una relazione con Dio intima e soggettiva, motivata, disinteressata, per la quale non si è più spronati all'osservanza della legge scritta in ragione degli statuti o della loro normativa imposta, ma si è entusiasmati ad osservare la legge in ragione dello Spirito, cioè della libertà interiore: dove c'è lo Spirito c'è la libertà (2Cor 3, 17) di credere, di sperare e di amare, di ottemperare alla legge stessa motivati e sospinti da criteri ben superiori alla lettera scritta. La legge solamente codificata (quale era anche nell'Antico Testamento) fornisce i precetti e le direttive, ma non offre la capacità e la forza di metterli in pratica; la libertà che ci proviene dallo Spirito è essa stessa garanzia di forza e sprone affinché si è spronati dalla consapevolezza interiore, dal senso profondo del dovere e della responsabilità, dall'apertura e dall'amore al prossimo, che fondano le ragioni fondamentali per cui è irrinunciabile adempiere qualsiasi precetto. Anzi, lo stesso precetto coincide con l'interiorità e da essa scaturisce. Non è sufficiente allora essere zelanti sul comandamento scritto; occorre sentirsi liberi ed entusiasti per rendere nostro patrimonio personale questo medesimo comandamento ed attuarlo trovando in Dio e in noi stessi le motivazioni e lo sprone.

Non è sufficiente di conseguenza procacciare la giustizia nel codici penali e civili, ma occorre adoperarsi per la “giustizia” con la quale Dio vuole rendere TE giusto secondo la sua volontà. Non è sufficiente non uccidere, ma occorre anche amare perché non si corra il rischio di uccidere il fratello ugualmente, nel proprio cuore. Non basta non fare giuramenti falsi, ma occorre prestare fede alla Verità e in suo onore essere onesti, leali, sinceri su tutti i fronti. Non è soddisfacente non commettere adulterio, ma occorre essere integralmente fedeli e innamorati della propria donna, per non commettere adulterio nel cuore, desiderando la donna altrui. La libertà dello Spirito è insomma la legge delle intenzioni, non delle azioni compiute. Per meglio definirla, essa è la normativa dell'amore con cui Dio ci ha raggiunti gratuitamente e con cui, anche sotto questo punto di vista, siamo chiamati ad amarci gli uni gli altri e cercare il bene vicendevole anche al di là della legge scritta. Gesù la tratteggia parlando a nome proprio, a differenza di Mosè che la enunciava a nome di Dio e anche in questo vuole evincere l'avvento della novità dello Spirito che trasforma radicalmente ogni cosa; la realtà dell'avvenuto Regno di Dio nelle parole e nelle opere dello stesso Cristo che determina nuovo atteggiamenti e nuove consuetudini. Beninteso, Gesù non abroga nulla di quanto Mosè aveva proclamato a nome di Dio, ma completa e perfeziona ogni cosa in ragione della sua autorità legittima di Figlio di Dio.

Il libro del Siracide (I Lettura) la definisce la legge della “vita” che si antepone alla “morte”, la cui assunzione dipende unicamente da noi: “Se vuoi, osserverai i comandamenti; l'essere fedele dipenderà dal tuo benvolere”. Nella stessa libertà dei Figli di Dio si realizza infatti l'uomo stesso e trova la propria realizzazione appunto perché affrancato dal condizionamento della lettera, ma esaltato dallo Spirito che da la vita in abbondanza.

La stessa legge della libertà dello Spirito costituisce però incentivo anche per l'autorità istituita e per qualsiasi potere legislativo nazionale poiché invita ad impostare codificazioni giuste e o obiettive che tutti i cittadini siano in grado di osservare con zelo e nei quali possa risiedere davvero la realtà del bene comune come obiettivo e non come mezzo. Un monito quindi anche per coloro che si assumono responsabilità nei confronti della massa perché si ricerchi il vero bene senza confonderlo con interessi propri o di altri.