La notte è fatta per amare

padre Gian Franco Scarpitta

Natale del Signore - Messa del Giorno (25 dicembre 2019)

Il fenomeno degli acufeni, di cui periodicamente sono sofferente, mi ha fatto considerare che la notte è il tempo nel quale maggiormente si percepisce ciò che di solito il giorno ci preclude. Determinati rumori o suoni che non si percepiscono durante il giorno, vengono registrati e si riproducono senza coerenza durante le ore notturne di quiete rivelandoci così ciò che le ore diurne non ci permettono di sentire e di assimilare. Del resto la notte è il periodo della calma e della riflessione, nel quale è possibile riflettere sugli eventi del giorno appena trascorso o sulle vicende generali della nostra vita. Nicolas Berdiaev diceva che “La notte non è meno meravigliosa del giorno, non è meno divina. Di notte risplendono luminose le stelle e si hanno rivelazioni che il giorno ignora.” E infatti, a prescindere da isolati eventi di morte e di dolore che in essa sono collocati, è proprio durante le ore notturne che la Bibbia descrive le principali azioni divine di salvezza, come la fuga dall'Egitto e il passaggio del Mar Rosso, e ancore più esaltante è il passaggio dalla morte alla vita nella Resurrezione di Gesù.

Di notte è avvenuto il trionfo della vita, che è in effetti l'evento più esaltante, ma anche quello che Paolo definisce “la pienezza del tempo” nel quale “Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge per riscattare coloro che erano sotto la legge, affinché avessimo l'adozione a figli (Gal 4. 4 - 5).

La “pienezza del tempo” indica il momento propizio, che Dio ha scelto per mettere in atto un intervento importante e tale momento si avvera durante una notte probabilmente fastidiosa a Betlemme di Giudea: nasce un Bambino che porta a compimento le promesse che sin dai tempi remoti venivano rivolte al popolo d'Israele e a tutta l'umanità. Si realizza la profezia messianica di Isaia della “Vergine che partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, cioè Dio - con - noi.

Un avvenimento straordinario e unico, che lascia interdetti e che sorprende, ma che non ci stupisce se consideriamo che in Dio onnipotenza e amore si coniugano in un binomio unico e indissolubile. Se per amore dell'uomo Dio aveva creato il cosmo collocando questi al centro della creazione, non è inverosimile che Dio possa farsi uomo egli stesso e percorrere le medesime vie propriamente nostrane. Ma attenzione: Dio non si è incarnato nella figura di un eroe che sbucava preponderante e imperterrito quasi dal nulla, come si racconta di certi personaggi mitologici, non è comparso nel mondo affermando la sua potenza e non si è imposto imperiosamente e con enfasi agli uomini perché tremassero e gli si prostrassero succubi e sottomessi. Dio ha voluto assumere l'umanità in tutte le sue fasi senza ometterne alcuna, scegliendo deliberatamente l'infanzia umile e abbandonata. Ha voluto quindi essere Bambino di una fanciullezza debole e vulnerabile, perché la sua esperienza di uomo non fosse incompleta. Dio è talmente onnipotente da poter nascere dal grembo di una vergine e giacere Bambino asservito alle cure di due genitori terreni ed è talmente Amore da fare tutto questo non per se stesso ma per il bene dell'uomo. Perché l'uomo non si trovi solo a percorrere questi itinerari insidiosi di vita, perché abbia un compagno fidato nella persona del Verbo Incarnato e per sentirsi da Questi guidato e condotto nella forma più semplice e disinvolta.

L'amore è l'unica ragione per cui Dio si è fatto Bambino entrando in un contesto sociale umile e dimesso e fuggendo alle persecuzioni non appena venuto al mondo. Non vi è altro motivo plausibile che possa giustificare il percorso terreno di Dio con noi. Il Verbo, Sapienza del Padre che ha voluto sottomettersi a due genitori da cui imparare. Lui, Via, Verità e Vita, Autore della vita (At 3, 15), Creatore del mondo con il Padre e lo Spirito sin dall'eternità, ha voluto nascere nella carne e assumere vita umana. Lui, Padre e creatore provvidente ha voluto essere Figlio di Colei che era sua Figlia, asservito a un padre putativo che lo addestrasse in un'umile arte professionale.

Il Verbo di Dio nell'incarnarsi ha assunto una dimensione sociale definita, una famiglia, una stirpe, ma già la mangiatoia esprime che in questo Bambino sono chiamate a raccolta tutte le stirpi e tutte le nazioni e che nessuno degli uomini è escluso dalla comunione. A tal proposito mi piace l'idea di Ratzinger che identifica le famose figure presepiali del bue e dell'asinello con due precise categorie di persone, rispettivamente gli Ebrei e i Pagani, quasi a denotare due provenienze culturali del tutto opposte che nel Bambino si coincidono e si intrecciano in armonia: tutti i popoli, non importa di quale razza o etnia e appartenenza politica e geografica sono benedetti dal Bambino, il quale supera ogni distanza ed elimina tutte le discriminazioni creando comunione fra tutti e invitando alla comunione e alla condivisione globale.

Quando in una famiglia nasce un fanciullo, soprattutto quando sia primogenito, in un modo o nell'altro è sempre apportatore di pace e di serenità nella casa in cui viene al mondo. La nascita di un bambino apporta che fra due sposi si rimandino screzi e conflittualità, e perché ci si possa concentrare con gioia e dedizione a lui occorre mettere da parte rancori e dissapori e andare d'accordo.

Ancor di più il Bambino che nasce per unire i popoli e le comunità non può che essere apportatore di pace e di giustizia e non possiamo che immedesimarci in questa nuova prospettiva. Se tutti concepissimo l'Evento di oggi secondo l'ottica irrinunciabile della fede senza darla vinta alla società dei consumi e del business pagano, ci immedesimeremmo davvero con commozione nel fatto rivelativo dell'Incarnazione del Dio con noi e non vi daremmo altro significato al di fuori dell'amore unico di Dio nei nostri confronti. Se la nostra fede fosse davvero radicata e scaturisse da una conversione reale e sincera che ci porterebbe a pensare secondo Dio, avremmo seria convinzione che quello che ci riguarda è un evento unico e irripetibile, un miracolo esaltante al quale non restare indifferenti, un privilegio di cui tutti come uomini siamo stati resi destinatari: Dio si è fatto uomo per noi, anzi per me. Per te e per tutti. DI conseguenza trasformeremmo radicalmente la nostra vita mutando sentimenti, convinzioni, concezioni personali e l'evento stesso ci renderebbe gioiosi apportatori di pace dopo aver infuso in noi stessi la pace e la serenità. Saremmo davvero inesorabilmente toccati dall'evento del Bambino e per una volta seremmo anche noi fanciulli in quanto a malizia, ma adulti nel giudicare (1Cor 1, 20).

A Natale devono necessariamente spegnersi i conflitti e le divisioni, vanno omesse le tensioni e le liti vicendevoli, superate le situazioni di attrito e di disanimo reciproco e va sgombrato innanzitutto il nostro animo individuale per diventare assieme a lui costruttivi operatori di pace e di serenità per tutti gli altri.