Commento su Luca 9,51-62

fr. Massimo Rossi

XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (30 giugno 2019)

Il Vangelo di oggi tocca punti nevralgici del ministero di Gesù, ma anche del nostro ministero, del nostro mandato di battezzati, discepoli del Signore.

Al Vangelo fa eco la pagina di san Paolo: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi!”; mi permetto di citare secondo la penultima versione, che ritengo più chiara e illuminante.

Ma procediamo con ordine.

Il terzo evangelista descrive lo stato d'animo di Gesù, allorché, divenuto consapevole di ciò che lo attendeva a Gerusalemme, decise di salirvi insieme con gli Apostoli - letteralmente: fece la faccia brutta contro Gerusalemme -, perché si compissero le Scritture.

I Dodici erano del tutto ignari della imminente passione del loro Maestro, e interpretarono il rifiuto dei Samaritani come la conseguenza dell'antica scomunica reciproca tra costoro e gli Israeliti... L'ostilità tra Samaria e Gerusalemme è un aspetto anche questo per nulla secondario nell'economia del Vangelo; basta ricordare la parabola del buon samaritano. Farisei e Israeliti osservanti avranno certo digrignato i denti per la rabbia, sentendo Gesù che presentava loro un samaritano come modello di amore del prossimo...

Resta il fatto che il rifiuto opposto dai samaritani aggravò verosimilmente la prostrazione psicologica del Figlio di Dio e rese ancor più pesante la sua salita a Gerusalemme.

Tuttavia Gesù non ne tenne conto, anzi, trattò duramente Giacomo e Giovanni per il loro risentimento, molto umano, ma poco cristiano.

L'animo del Maestro di Nazareth è assolutamente tranquillo e sereno.

Del resto, Lui non è come noi; o meglio, noi non siamo come Lui!

Questa distanza tra noi uomini e il Cristo segna tutto il Vangelo della XIII Domenica.

“Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre.”

“Signore, lascia che prima mi congedi da quelli di casa mia.”

È del tutto ragionevole il desiderio espresso dai due anonimi interlocutori; chi non risponderebbe in questi termini alla chiamata del Signore? Salutare la famiglia, presiedere ai funerali del padre, della madre... Un uomo che trascurasse questi appuntamenti così delicati e importanti, allora sì che commetterebbe un gesto riprovevole, non solo verso la famiglia, ma anche verso Dio; onorare il padre e la madre, seppellire i morti,... la legge di Mosè, ma anche le opere di misericordia prescritte dalla Chiesa li impongono in modo tassativo, quali realizzazioni immediate della carità.

Eppure Gesù reagisce nel modo che abbiamo sentito. Perché?

In verità, il contrasto tra affetti familiari e sequela Christi è solo apparente; la parola chiave è “prima”: che cosa viene prima: l'amore per la famiglia, o l'amore per il Signore?

Sarà forse questione di accenti, ma riconoscere un primato, un privilegio all'amore per Gesù, significa salvaguardare, o addirittura conquistare quella libertà personale, della quale san Paolo ci parla oggi, necessaria a scegliere Cristo senza esitazioni, né ripensamenti.

E Dio solo sa quanti sono coloro che decidono di assecondare l'impulso della vocazione, e poi tornano indietro, si scoraggiano,... motivando questo loro ripensamento con i legami familiari.

Perché, vedete, Dio non ha nulla contro l'amore per la famiglia...

Casomai è il contrario: in nome di un certo modo di concepire gli affetti familiari, non è raro che un genitore, oppure l'intera famiglia si schieri contro la decisione di un figlio di spendersi, di realizzarsi seguendo a tempo pieno l'ideale cristiano.

Sotto giudizio, non è l'Amore di Dio per noi, ma l'amore di famiglia, quel sentimento profondo - talvolta troppo profondo! - e non sempre ordinato ad una reale crescita dei figli in termini di autonomia, capacità affettiva, coraggio nell'assumersi la responsabilità della propria vita,...

Il vincolo di famiglia può diventare un comodo alibi su entrambi i fronti, per nascondere - e manifestare senza freni inibitori - egoismo, presunzione, fragilità e paura: egoismo e presunzione da parte dei genitori; fragilità e paura da parte del figlio; egoismo e presunzione di sapere che cosa è bene e che cosa è male per il proprio figlio e imporglielo in nome dell'amore - maledetti ricatti affettivi! -; fragilità e paura di perdere la sicurezza del nido familiare; fragilità e paura di fare un passo falso, di prendere una decisione sbagliata e di doversene poi pentire...

Alla fine, tocca pure sopportare battutine del tipo: “Io te l'avevo detto!”, “Io lo sapevo che finiva così!”...

È vero, chi manifesta fragilità e indecisione come queste non è adatto per il regno di Dio!

Gesù ci dà un esempio forte e chiaro di come si affronta la propria vocazione: guardandola bene in faccia, camminando a muso duro incontro alla vita.

Ricordate ciò che accadde alla moglie di Lot, quando, in fuga col marito da Sodomia e Gomorra in fiamme, si fermò a guardare lo spettacolo impressionante che si stava consumando alle sue spalle, nonostante l'avvertimento ricevuto da Dio di non voltarsi indietro.

Ebbene, venne trasformata in una statua di sale (cfr. Gn 19,26).

Ecco un esempio particolarmente significativo che la Bibbia ci lascia, per farci capire quali danni produce l'indugiare sulle proprie scelte, il tergiversare, lo sguardo rivolto al passato,...

Concludo con un ultima citazione, questa volta tratta dalla lettera di san Paolo ai cristiani di Filippi: “Fratelli, io non ritengo ancora di essere giunto alla perfezione. Questo solo so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.” (Fil 3,14-15).

Il coraggio e la determinazione di Paolo siano per tutti noi di esempio: la sua intercessione un aiuto.

E così sia!