Il fuoco che cambiò il destino di Pietro

don Giacomo Falco Brini

III Domenica di Pasqua (Anno C) (5 maggio 2019)

Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti, dice Giovanni nel vangelo di oggi, dopo averci narrato la prima parte del racconto (Gv 21,14). E' pacifico tra gli esegeti che questo capitolo sia stato aggiunto successivamente a una prima redazione del vangelo (la doppia conclusione è il primo indizio), e costituisca un insolito epilogo che schiude la missione della chiesa nel mondo. Comunque sia, il testo ci offre alcuni importanti spunti di riflessione su come i discepoli si sono misurati con il mistero della resurrezione di Cristo. La nuova manifestazione avviene sul mare di Tiberiade, scenario dove essi vissero con Gesù tra le pagine più importanti della loro storia.

Intanto, colpisce che il racconto prenda avvio con la presentazione a ranghi ridotti dei discepoli. Ne sono nominati solo cinque, in totale sono sette (Gv 21,2). E gli altri dove sono? La lezione a Tommaso nella apparizione precedente non è servita? O si erano assentati solo momentaneamente? Sta di fatto che Pietro, nella sua laconica espressione, sembra dirci molto di più della sua semplice volontà di pescare: c'è “un che” di malinconico, una sorta di disincantato ritorno alle origini che pare dominare questa prima parte della scena. Si era dimenticato Pietro che il Signore lo aveva chiamato ad un altro tipo di pesca? Il fatto poi che i discepoli si uniscano a questa volontà più l'esperienza comune di una notte sterile di pesca, conferma l'impressione generale. Come mai? Forse che il primo impatto con il Risorto è stato troppo labile, non ha toccato in profondità gli apostoli? (Gv 21,3).

E' in questo rientro dentro il grigiore della propria vita che il Signore si fa nuovamente presente, e lo fa domandando qualcosa da mangiare. Interessante notare come il miracolo della pesca che si ripete avviene ancora una volta in obbedienza alla parola di Gesù (Gv 21,6), situazione che Pietro e gli altri hanno già vissuto (cfr.Lc 5,1-11). Scatta la memoria affettiva, quella più importante, ed è allora che riconoscono Gesù in quell'uomo sulla riva. Giovanni lo esclama, Pietro all'udire quell'annuncio si tuffa in acqua per raggiungerlo, gli altri trascinano la rete piena di pesci (Gv 21,7-8). Ma, giunti a riva, ecco la sorpresa. Un fuoco di brace con sopra del pesce e del pane sta davanti a loro: Colui che chiedeva da mangiare aveva già preparato la mensa, però chiede lo stesso di portare del pesce appena pescato; poi invita i suoi a tavola. L'immagine che si staglia davanti ai discepoli (e a noi che leggiamo il testo) è quella di una mensa che rimanda al banchetto eucaristico: da lì infatti dovrà sempre ripartire la missione della chiesa nel mondo, quella di pescare e condurre gli uomini a Dio (Gv 21,9-13).

Affinché Pietro con i suoi fratelli (e i discepoli di tutti i tempi) possano vivere compiutamente la loro vocazione/missione, sarà fondamentale che essi vivano quel banchetto come esperienza intima e personale del perdono di Dio su di loro. Abbiamo visto infatti che la sua misericordia sta al cuore della missione che Gesù Risorto affida ai suoi (Gv 20,21-23). Come si potrebbe annunciare il volto misericordioso di Dio senza essere stati toccati dal suo perdono in prima persona? Non si può. Bisogna che prima si affronti la propria miseria. Bisogna prima sentire nella propria carne di essere amati misericordiosamente. E' questa la 2a parte importantissima del vangelo. Pietro si ritrova davanti ad un fuoco simile a quello presso cui rinnegò per 3 volte il Maestro. Il Signore ha ricostruito sapientemente la scena: vuole guarire il suo cuore ferito. Per tre volte gli domanda se lo ama, per tre volte lo invita a prendersi cura del suo popolo. Ma alla terza volta Pietro rimase addolorato che gli domandasse “mi vuoi bene?” - e gli disse: Signore tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene (Gv 21,17). Solo chi si lascia trafiggere dal cuore trafitto di Chi è pieno di misericordia, può parlare della misericordia di Dio. Solo chi si lascia raggiungere dal perdono di Dio risorge dagli inevitabili “fallimenti” della propria vita. La vita nuova che il Signore ci dona, la vita da risorti, ha questo passaggio obbligato: conoscere il proprio vero io che avviene quando si conosce Chi è, e cosa fa veramente Dio. Solo allora può sprigionarsi la potenza della sua resurrezione.

E' vero, il Signore Gesù conosce tutto. Il vangelo allora, può essere letto operando in questa seconda parte un cambio di identità del discepolo. Mettere se stessi al posto di Pietro e chiedere la grazia a Dio di essere raggiunti nella propria miseria, onde provare il dolore del proprio peccato. Una grazia incommensurabile che Dio dona solo in un cammino di fede, quando ci trova realmente disponibili a far crollare la falsità del proprio io, cosa per niente scontata. Allora si apre un capitolo nuovo nella propria relazione con il Signore che può annunciare una svolta decisiva nella sua sequela (Gv 21,18-19). Liberi dai capricci della propria volontà, dalle illusioni su sé stessi, dai propri progetti, si può vivere annunciando l'amore di Gesù, perché lo si porta dentro di sé come un fuoco incontenibile, perché Gesù è diventato tutto ciò per cui vivere e, se fosse necessario, morire (cfr. 1a lettura di oggi, At 5,27-32.40-41). Signore Gesù, possa io conoscermi come sono da te conosciuto! (S.Agostino)