don Walter Magni

Domenica di Pasqua (21 aprile 2019)

Due parole segnano profondamente la Pasqua cristiana: morte e resurrezione. Forse non sapremo dire cos'è la morte, ma ci è diventata così famigliare che finiamo per subirla, facendocene una ragione. Piuttosto è quando sentiamo parlare di resurrezione che le parole ci sfuggono e i ragionamenti si fanno più incerti. Così arrivano giorni coke questi nei quali possiamo guardare a Gesù, fissando lo sguardo su di Lui. Ed è come se queste parole riprendano senso e vigore.

Il pianto di Maria

“Era ancora buio” (Gv 20,1) quando Maria di Magdala corre al sepolcro. Era rimasta sveglia quella notte, risentendo il grido di Gesù Crocifisso verso il cielo che ripeteva le parole del salmo: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, Poi avvolto in un cielo grigio, “fino alle tre del pomeriggio” (Mc 15,33), reclinata la testa muore. Un poeta dei nostri giorni scrive: “No, credere a Pasqua non è giusta fede: / troppo bello sei a Pasqua! / Fede vera è al venerdì santo / quando Tu non c'eri lassù! / Quando non una eco risponde / al suo alto grido... (D. M. Turoldo). Persino quella tomba era più buia, senza più il corpo martoriato del Maestro. Ecco perché “era ancora buio” nel cuore di quella donna. Come se proprio quella condizione di un giorno che stentava a cominciare, dicesse un'insistenza, una persistenza del Venerdì santo di passione. E, infatti, Maria “piangeva”. E non bastavano gli angeli a consolarla. E non bastava quello Sconosciuto, che al momento aveva scambiato per il custode del giardino. Come se neppure l'Evangelo avesse voluto cancellare quel pianto, scorgendo in esso un segno che non accettava d'essere cancellato, tanto era discreto il tono della domanda di Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Sta dunque scritto che Gesù nel giorno di Pasqua non appare glorioso in una chiesa illuminata a festa. Gesù all'inizio del Suo giorno S'accosta anzitutto al dolore di una donna che piange; e al termine di quello stesso giorno Si fa compagno di viaggio sconosciuto di due discepoli Suoi, che delusi lasciavano Gerusalemme senza una mèta (Lc 24).

Più forte della morte è l'amore

Perché Gesù risorto vuole ritrovare Maria? Cosa Lo spinge a parlarLe così? Perché appare in quel giorno ai Suoi, mentre stanno asserragliati nel cenacolo per paura dei Giudei? Perché appare anche a due discepoli delusi la sera di quello stesso giorno? Cosa lo spinge ancora verso i Suoi? Se ancora il Cantico ricorda che “forte come la morte è l'amore” (Ct 8,6), ricordandoci l'eterna lotta tra la morte e l'amore, Gesù risorto è l'affermazione definitiva del fatto che l'amore vince la morte. Che più forte della morte è l'amore, L'amore che Lui ha vissuto, sperimentato, insegnato “fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,8). Correndo ancora là dove l'amore Lo attende e spera. Amore che è come vento, che viene e va creando e ricreando vita, continuamente. Come ancora ci ricorda l'evangelista Giovanni: “noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte” (IGv 3,14). E anche a noi a Pasqua, la Sua Pasqua, è fatto e ripetuto questo dono. Solo ci è chiesto di affidarci ancora alla Sua Parola, amando. Senza più trattenere, senza giocare su inutili calcoli. Determinati (?) per accogliere il senso e il frutto della Sua resurrezione è accettare di amare così come lui ci ha insegnato. Maria, che ancora L'avrebbe voluto abbracciare, si sente dire da Gesù: “non mi trattenere, (...) ma va' dai miei fratelli”. Così “Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: ‘Ho visto il Signore!'”. Più forte della morte è l'amore. Come ancora ci ricorda il Cantico: “le grandi acque non possono spegnere l'amore né i fiumi travolgerlo” (Ct 8,7).

“... non sarà la morte”

Il titolo di una poesia pasquale suona come un'invocazione: “Dimmi che non sarà la morte” (D. Doni). Dimmelo ancora Tu Gesù Risorto, mio Signore. Non stancare di ripetere questa verità dentro la mia povera esistenza: che non sarà la morte l'ultima parola in grado di dire la mia povera esistenza. Tu, che a Marta, ancora confusa per la morte del fratello già dicevi d'essere tu, soltanto Tu “la resurrezione e la vita” (Gv 11,25). Signore, ripetimi ancora che proprio in questo passaggio estremo sta tutta la nostra fede. Come una fede che filtra a poco a poco, stando ai Vangeli. Come i raggi del sole, a partire da quel mattino di Pasqua. Prima sul volto di coloro che avendoTi conosciuto, Ti hanno semplicemente amato, atteso, e poi di storia in storia hai raggiunto tutti. E oggi raggiungi anche me. Solo possiamo continuare a tendere l'orecchio, sapendo distinguere il suono, il timbro inconfondibile della Tua voce. Voce che mai ha smesso di chiamarci per nome. Don T. Bello scriveva questo augurio di Pasqua alla sua gente, nel 1986: “Coraggio, fratelli che siete avviliti, stanchi, sottomessi ai potenti che abusano di voi. Coraggio, disoccupati. Coraggio, giovani senza prospettive, amici che la vita ha costretto ad accorciare sogni a lungo cullati. Coraggio, gente solitaria, turba dolente e senza volto. Coraggio, fratelli che il peccato ha intristito, che la debolezza ha infangato, che la povertà morale ha avvilito. Il Signore è Risorto proprio per dirvi, di fronte a chi decide di ‘amare', che non c'è morte che tenga, non c'è tomba che chiuda, non c'è macigno sepolcrale che non rotoli via”.