L'ingresso del Messia

don Walter Magni

IV domenica T. Avvento (Anno B) (3 dicembre 2017)

Il Vangelo di questa domenica racconta che Gesù, arrivato dalle parti di Betfage e Betania, si arresta e invita due discepoli a cercare un asino che Gli sarebbe servito per entrare in Gerusalemme. Ancora oggi a Betfage, la tradizione conserva la pietra su cui Gesù pose il Suo piede per salire su quell'asino. Certo Gesù poteva scegliere tutto, ma perché proprio un asino?

“Il Signore ne ha bisogno”

Gesù da delle indicazioni molto precise: “se qualcuno vi dirà: ‘Perché fate questo?', rispondete: ‘Il Signore ne ha bisogno'”. Perché Gesù ha bisogno di un asino? Matteo, in un passo parallelo (21,10-11) nota che con quell'asino Gesù stava compiendo un'antica profezia “Ecco il tuo re a te viene, egli è giusto e vittorioso, è mite e cavalca un asino, un puledro figlio di un'asina” (Zc 9,9). Ma ve lo immaginate un grande re che entra vittorioso in una città sopra un asino? Ma Gesù, che sapeva di essere re (“Io sono re”, Gv 18,37), è un re sui generis. Non sopporta l'arroganza dei potenti che andavano a cavallo e predilige farsi portare dall'umiltà testarda e cocciuta di un asino. Un animale sfruttato da tutti per la sua forza lavoro. Da bestia da soma, capace di portare grossi pesi. A Roma, tra i resti della scuola per gli schiavi destinati al servizio dell'imperatore (Paedagogium), è conservata ancora una lastra di pietra (III sec. dC), che raffigura un uomo di spalle, crocifisso e con una testa d'asino. La scritta dice: “Alessàmeno adora il suo Dio”. Un'iscrizione che è sempre stata intesa come una vera e propria beffa del Cristianesimo. Recentemente qualche biblista ha cominciato però a intenderla diversamente. Quasi un atto di devozione, di fede. Riconoscendo in quell'uomo con la testa d'asino proprio Gesù, crocifisso e disprezzato. Come se Gesù stesso Si identificasse con la sorte di Ioiachim, figlio di Giosìa, un re corrotto d'Israele ricordato da Geremia: “Sarà sepolto come si seppellisce un asino, lo trascineranno e lo getteranno al di là delle porte di Gerusalemme” (22,19).

“E li lasciarono fare”

I discepoli eseguono le indicazioni di Gesù: “trovarono un puledro legato (...) e lo slegarono. Alcuni dei presenti dissero loro: ‘Perché slegate questo puledro?'. Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù. E li lasciarono fare”. Quanto Avvento c'è in quel: “E li lasciarono fare”. Si tratta di alcuni personaggi anonimi che lasciano fare ai discepoli quanto Gesù aveva detto loro di fare. Hanno solo il tempo di una domanda e questo lasciar fare, senza pretendere spiegazioni. Figure marginali, poco appariscenti, ma che il Vangelo ricorderà per sempre. Persino padroni di un asino che diventerà più famoso di loro. Chi sono? Cosa pensano? Che idea avevano di Gesù? Anche a loro, così anonimi, viene riconosciuto un ruolo e un compito evangelico. Non sapremo mai dei loro volti, della qualità morale della loro vita, se praticavano o no la religione. Il Vangelo li concentra tutti in quel: “e li lasciarono fare”. Questo ci affascina. Che un atteggiamento, una semplice decisione, un consenso dato senza il tempo di pensare, sia in grado di sostenere la verità di un rapporto unico e profondo con Gesù! Di loro non si potrà dire nulla di più, ma nulla di meno di quanto dice il Vangelo. Perché anche quelle poche parole che pure hanno pronunciato, entreranno a far parte della Parola di Dio. E non ci resta che contemplare con stupore e meraviglia grande che proprio questo loro assenso permetterà a Gesù di entrare come voleva in Gerusalemme. Quanto Avvento c'è in quel: “E li lasciarono fare”.

Vado avanti come un asino, seguendo te, Signore

Infine quei discepoli “portarono il puledro da Gesù e vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra (...). Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano: ‘Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!'”. Anche tutta questa gente fa parte del quadro. Anche loro contribuiscono a loro modo al compimento del mistero di Gesù che entra in Gerusalemme cavalcando un asino. Si tratta di gente semplice che acclamandoLo, Lo incoraggia. Anzi, Lo riconosce. Come non s'aspettasse altro re che Lui in quel momento. Identificando Gesù per quello che è e vuole essere. Come se quella gente fosse attraversata da un istinto, da un fiuto profondo mentre canta: “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”. Come i nostri bambini quando cantano il santo, battendo le mani: “Osanna eh, osanna eh” e gli adulti li guardano compiaciuti. Anche noi Ti riconosciamo, Ti osanniamo Gesù, mentre Tu ci guardi compiaciuto dall'alto della Tua cavalcatura. E dentro ci risuonano parole di pace e di consolazione: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,28-30). Voglio seguirTi, Signore. Anche solo stando dietro o davanti a quell'asino che Ti porta. Intanto mi ripeto dentro: anch'io vado avanti come un asino, seguendo Te, Signore. Sento che tu comprendi e sorridi: si, vado avanti come un asino, seguendo Te, mio Signore.