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Giovedì Santo (Messa in Cena Domini) (13 aprile 2017)

COMMENTO ALLE LETTURE

Commento a cura di padre Gianmarco Paris

Ripercorriamo in questa meditazione, con calma, i gesti e le parole che la pagina di Vangelo ci propone; cerchiamo di renderci presenti nel cenacolo, insieme a Gesù e agli apostoli.

Siamo vicini alla festa di Pasqua, la festa che attualizza la liberazione dalla schiavitù dell'Egitto e anticipa la liberazione definitiva. Altre Pasque Gesù aveva già celebrato, con i discepoli a Gerusalemme. Questa è diversa, perché Egli sa che questa è la sua "ora": il tempo di passare dal mondo al Padre e di manifestare fino a che punto Dio ama il mondo (come aveva detto in un'altra notte a Nicodemo).

La cornice del banchetto ci fa entrare in un'atmosfera di profonda comunione, di condivisione intima delle cose più preziose. Questo clima contrasta con l'azione del diavolo, che ha preso possesso del cuore di Giuda per consegnare Gesù ai giudei; anche questo sa Gesù, ma non se ne lascia condizionare: liberamente si consegna.

Giovanni ci presenta Gesù che si muove in modo solenne: si accinge a compiere un gesto umile e quotidiano, quello del servo che lava i piedi al padrone, e ne fa una liturgia. Le sue azioni passano sotto i nostri occhi una alla volta: ciò che avviene è carico di un significato. Si alza, depone le vesti, si cinge l'asciugamano del servo, versa dell'acqua e comincia a lavare e asciugare i piedi dei discepoli. Fa tutto ciò senza dire una parola; parla con i gesti. Guardiamo e cerchiamo di ascoltare cosa dice. Vediamo Gesù che lascia il posto del maestro e si abbassa al posto del servo; vediamo i discepoli che, imbarazzati, si chiedono: perché il maestro prende il posto del servo? Ce lo chiediamo anche noi.

Ci sembra di capire: negli occhi e nel cuore di Gesù c'è ancora il gesto di Maria, la sorella di Lazzaro, che alcuni giorni prima, a Betania, aveva profumato i suoi piedi asciugandoli con i capelli. Il profumo dell'unguento avvolge ancora Gesù, la tenerezza di quel gesto riempie ancora il suo cuore.

Nel silenzio rotto soltanto dallo scroscio dell'acqua si alza la voce di Pietro: Signore, tu lavi i piedi a me? Come puoi, tu che sei il maestro, comportarti da schiavo? Quello che Gesù fa, Pietro non può capirlo per il momento; lo potrà capire solo dopo quello che sta per accadere a Gesù perché compia la volontà del Padre. Se Pietro non accetta, non può "aver parte con Gesù", cioè non può seguirlo nel suo cammino. Amare gli altri come Gesù è possibile solo se ci lasciamo amare totalmente da Lui, fino a lasciarci lavare i piedi.

Dopo aver lavato i piedi a tutti, Gesù riprende il posto del maestro e esprime in parole il significato del gesto che ha fatto. Chiamando Gesù Signore e maestro i discepoli non errano, dicono la verità. Come è vero che lavando i piedi ai discepoli, il maestro ha svolto un lavoro di servo. I discepoli devono dunque seguire il maestro imitando quello che egli ha fatto: mettersi al servizio degli altri.

Quando vedranno che Gesù ha donato la sua vita per amore dei discepoli, Pietro e gli altri comprenderanno il senso della lavanda dei piedi e della vita di Gesù. E potranno essere felici se imiteranno quello che ha fatto il maestro.

Il comandamento dell'amore è il cuore del Vangelo; l'amore che ci insegna Gesù con la sua vita è fatto di servizio umile e concreto agli altri. Per questo è così difficile; per questo è così liberante. I cristiani possono annunciare il Vangelo agli altri quando si accolgono, si perdonano e si vogliono bene.

È l'appello che Papa Francesco ci fa nella Evangelii Gaudium (n.99): "Ai cristiani di tutte le comunità del mondo desidero chiedere specialmente una testimonianza di comunione fraterna che diventi attraente e luminosa. Che tutti possano ammirare come vi prendete cura gli uni degli altri, come vi incoraggiate mutuamente e come vi accompagnate: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).