Commento su Is 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

don Raffaello Ciccone

IV domenica T. Avvento (Anno B) (7 dicembre 2014)

Isaia 16, 1-5

I due capitoli 15 e 16 si occupano del popolo di Moab che da Israele è disprezzato e con cui si è sempre sentito in lotta. E' un popolo che abita al di là del Mar Morto e, tuttavia, nella memoria, sia i Moabiti che gli Ammoniti, il popolo accanto, vengono fatti risalire alla discendenza di Lot, nipote di Abramo, in fuga per allontanarsi dal castigo di Sodoma e quindi nella solitudine di un uomo anziano e di due figlie in un paese straniero (gen 19,30ss). Per l'ossessione di non aver una discendenza, le due ragazze ottengono in modo immorale di poter generare nel tempo, senza che il padre, ubriacato per l'occasione, se ne fosse accorto. Così, per i Moabiti, nel capitolo immediatamente precedente (Is15), Isaia parla di una minaccia pronunciata sul popolo dei Moabiti, preannunciando tragedie di guerre e distruzioni.

Ma il testo di oggi vuole, tuttavia, offrire un messaggio di speranza e di salvezza. Di fronte alle distruzioni che si stanno verificando contro i Moabiti dal Nord, essi chiedono aiuto al regno di Giuda. Il profeta ricorda che, già un tempo, Moab inviava al re d'Israele 100.000 agnelli e la lana di 100.000 pecore, come segno di sottomissione (2 Re 3,4). Ora il profeta incoraggia questo popolo a cercare rifugio nel territorio di Giuda e, nello stesso tempo, si invitano i Moabiti a riconoscere la sovranità del "Tempio" di Gerusalemme. Debbono però dichiarare la propria dipendenza in tempi ridotti. Si parla infatti dell'attesa di donne in fuga, spaventate, che aspettano una risposta di accoglienza ai guadi di Arnon, alle porte del paese degli ebrei. E si chiede però al sovrano, che accoglie, di essere un sovrano misericordioso e di garantire che essi ricevano il dono di essere considerati "ospiti protetti", mentre il profeta assicura, guardando il futuro, che scomparirà il tiranno e si concluderà la devastazione.

Sempre nel futuro il profeta prevede un sovrano giusto, garantito dalla parola di Dio nella discendenza di Davide, "sollecito del diritto e pronto alla giustizia".

La speranza per una prospettiva dei popoli in pace si rinnova oggi ancor più, poiché guerre, stragi, sfruttamenti e persecuzioni deformano il cammino e lo sviluppo della pace. Questa lettura del giudice misericordioso apre gli orizzonti verso il Messia, il principe della pace.

Una simile tragedia si svolge continuamente nella storia, e quindi, ancor oggi: popoli poveri vengono travolti, sottomessi e depredati, popoli che fanno valere il loro potere per mostrare la propria potenza, popoli sicuri di sconfiggere e di sottomettere. Ciò avviene a livello politico, a livello economico, a livello culturale mentre vengono depredate le materie prime nei paesi poveri, e insieme vengono obbligati a pagare tributi spaventosamente alti. E le economie, che si sviluppano all'insaputa dei popoli poveri, travolgono, per il bisogno, sempre più alto, di energia, per la ricerca e lo sfruttamento di materie prime, per l'imposizione di mano d'opera sottocosto.

Il mondo sviluppato produce tecnologia e quindi sempre più armi sofisticate, induce allo sfruttamento e fomenta ribellioni per poi far utilizzare le proprie armi. Alla fine, su un territorio dissanguato e decimato, corroso dagli odi e dalle violenze, si conquistano risorse e si riducono possibilità di giustizia.

La popolazione che resta sul territorio deve soggiacere, rassegnata, alla fame e alla miseria e, nello stesso tempo, vede emigrare la parte migliore della popolazione.

Anche noi siamo stati popoli emigranti, alla fine dell'800, dal nostro Sud e dal nostro Est (il Veneto) verso le Americhe fino alla prima guerra mondiale e, dopo la seconda, verso la Francia, i paesi del Nord e la Germania. E ancora oggi sono circa 100.000 gli italiani che emigrano all'estero, mentre, da noi, arrivano immigrati da terre di fame e di violenza.

Eppure un articolo, tratto dal "Corriere della sera" il 23 novembre 2014 di Gian Antonio Stella, ci ricorda: "Ha ragione papa Francesco: gli immigrati sono una ricchezza. Lo dicono i numeri...Fatti i conti costi-benefici, spiega un dossier della Fondazione Moressa, noi italiani ci guadagniamo 3,9 miliardi l'anno. E la crisi, senza i nuovi arrivati che hanno fondato quasi mezzo milione di aziende, sarebbe ancora più dura.... Ci dice ancora che ci sono in Italia 830 mila badanti, quasi tutte straniere, che accudiscono circa un milione di non autosufficienti. Il quadruplo dei ricoverati nelle strutture pubbliche. Se dovesse occuparsene lo Stato, un posto letto, dall'acquisto del terreno alla costruzione della struttura, dai mobili alle lenzuola, costa 150 mila euro. Per un milione di degenti dovremmo scucire 150 miliardi. E poi assumere (otto persone ogni dieci posti letto) 800 mila addetti per una spesa complessiva annuale (26mila euro l'uno) di quasi 21 miliardi l'anno.

Più spese varie. Con un investimento complessivo nei primi cinque anni di oltre 250 miliardi".

Quando ci si impegna alla solidarietà, al rispetto delle regole e al valore del dialogo e della dignità, ci si accorge che tutto, attorno a noi, diventa più sereno e più accogliente.

La comunità mondiale intravvede orientamenti e spazi nuovi di intervento, ma non è ancora capace di trovare delle soluzioni di difesa delle realtà di popoli oppressi. Si inventano, in alcuni casi, guerre e distruzioni, in altri casi si mantengono silenzio e neutralità, in altri casi gli interventi umanitari, che pure nell'immediato sono un soccorso indispensabile, riproducono all'infinito la debolezza di popoli senza casa, senza patria, sfrattati e abbandonati, senza progetti futuri e senza ricerche di autonomia propria e di proprie risorse.

Orizzonti di speranza dovrebbero portare a tutti i livelli la vita come valore, come esigente di diritti, di rispetto e di giustizia.

1Tessalonicesi 3,11-4,2

Paolo va a Tessalonica verso il 50 d.C., nel corso del suo 2º viaggio. La città è stata fondata nel 315 a.C. da un generale di Alessandro Magno. È un porto situato in fondo al Golfo e collocato sulla via Egnazia che collega il Mar Egeo con il mare Adriatico. Quando la Macedonia diventa provincia romana, Tessalonica è scelta come capitale e perciò diventa un grande centro culturale. Paolo vi giunge in una città fiorente. Numerosi stranieri, attratti dagli affari del commercio, si stabiliscono insieme con una comunità ebraica importante che costruisce anche una propria sinagoga.

Costretti a lasciare Filippi (At 16, 39-40) perché sono stati insultati, Paolo, Silvano e Timoteo arrivano a Tessalonica verso l'anno 50 d.C.. Predicano qualche settimana e, nel frattempo, cercano un lavoro per assicurarsi da vivere. Non hanno però il tempo per completare la formazione dei cristiani perché alcuni ebrei li obbligano ad abbandonare precipitosamente il posto. Paolo arriva ad Atene e invia Timoteo per avere notizie. Entusiasta dello stile dei credenti, Timoteo torna infiammando Paolo che, nel frattempo, si è diretto a Corinto. Così Paolo, contento e riconoscente di come le cose si sono sviluppate, scrive la 1ª delle 2 lettere ai Tessalonicesi che è, in assoluto, la più antica del Nuovo Testamento e sente gioioso il senso del ringraziamento per questa comunità e per la sua fedeltà, nonostante le diffidenze. Non affronta temi teologici particolari, ma insiste su richiami etici: l'imitazione dei buoni esempi, la fede, la speranza, la carità che richiamerà in vari modi.

Con le buone notizie, Paolo si rincuora, garantendo: "Siamo stati amorevoli, con voi come una madre che ha cura dei propri figli... come un padre abbiamo esortato ciascuno di voi" (2,7. 11). Gli resta un grande desiderio di poter incontrare i giovani cristiani (3,11), e così scrive questa lettera per comunicare la sua gioia e iniziare a risolvere alcuni problemi di quella comunità che gli sono stati riferiti.

Troviamo così, in questa lettera, il senso e la missione della vita di una comunità cristiana, costituita in gran parte, da persone che provengono dal mondo pagano, fondamentalmente greco (Tessalonica è l'attuale Salonicco, nella Macedonia). Ci vengono così anche rivelati i sentimenti fondamentali che devono reggere una comunità credente.

Paolo esprime il senso della sua preghiera per questa comunità, augurando che possa essere "in cammino verso la carità (carità come "amore di comunione" che è la stessa carità di Dio: "agapè"). "Davanti a Dio e Padre nostro.., saldi alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi... possiate crescere e sovrabbondare nell'amore fra voi e verso tutti".

^ Una comunità cresce se c'è un amore reciproco che è generosità gratuita, a somiglianza dell'amore di Dio. ^ Questo amore, per quanto è possibile, non può darsi prospettive di limiti o di selezione: ma sia "tra voi e verso tutti", in una reciproca attenzione. ^"Per rendere saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità", in una comunità, si costituisce un vincolo saldo, mondato da interessi, ma nella responsabilità personale e gratuita. ^ L'orizzonte e, nello stesso tempo, la motivazione fanno riferimento " a Dio e Padre nostro e alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi".^ Questo amore deve poter provocare esempi di vita cristiana, misurata sullo stile che Paolo stesso ha portato: "come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio". ^ La raccomandazione di Paolo non esibisce tanto una sua superiorità ma, con lo stile e la tenerezza del padre e della madre, richiama i figli ad imitarlo perché egli, a sua volta, ha maturato la sapienza di Gesù.

Non va dimenticato che le persone critiche e non credenti si aspettano dai credenti non tanto atti di culto ma coerenza di vita e accoglienza verso i deboli.

Marco 11, 1-11

Tutti conosciamo il testo del Vangelo che tratta dell'entrata di Gesù in Gerusalemme all'inizio della sua settimana di passione. Oggi mi colpiscono soprattutto gli ultimi versetti del brano proposto: "Ed entrò a Gerusalemme nel tempio. Dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l'ora tarda, uscì con i 12 verso Betania. (Marco 11,11).

Il cuore di Gerusalemme è il tempio e Gesù vi si reca immediatamente: quel tempio. fatto costruire e abbellire magnificamente da Erode, splendido di marmi, di oro e di pietre preziose, che spiccava in alto e da lontano come un faro luminoso. Altrove, nei Vangeli, veniva raccontato che cosa Gesù fa nel tempio. Qui Marco dice che Gesù, "dopo aver osservato intorno tutte le cose" se ne va e torna a Betania.

Che cosa guarda Gesù? Certo lo splendore del tempio pensando anche alla sproporzione tra la magnificenza estetica e il significato che il tempio aveva avuto e dovrebbe avere per il popolo d'Israele. Ma c'è un'esteriorità che non corrisponde, c'è una mondanità, c'è un sovvertimento di valori, si respira un'idea idolatrica di Dio, si avverte un presagio di distruzione, un'atmosfera di morte.

Perciò Gesù, senza dire niente, se ne torna a Britannia, il luogo dell'amicizia, dell'ospitalità fraterna, dell'accoglienza nella normale umanità, dove la casa ha i volti delle persone e gli amici hanno un nome caro, amato: Marta, Maria, Lazzaro.

Infatti il vero incontro con il Signore è là dove si vive con amicizia, con affetto, con la gratuità di gesti immensi (unzione di Maria) vissuti nella semplicità di una cena condivisa.

Guardarsi intorno e non lasciarsi affascinare dalla grandiosità e dalla ostentazione di un potere, anche se sacro, ma riconoscer e e riaccogliere la presenza di Dio nel profumo di una amicizia che sa di pane, che sa di casa, dell'umile scambio di gesti consueti pregnanti di amore.

don Raffaello Ciccone e Teresa Ciccolini (Vangelo)