Commento su Is 66,18b-22; Rm 4, 13-17; Gv 4, 46-54

don Raffaello Ciccone

V domenica dopo Epifania (anno A) (9 febbraio 2014)

Isaia. 66, 18b-22

Il profeta, che conclude il libro di Isaia, apre orizzonti splendidi e sconcertanti al popolo d'Israele. L'esperienza a Babilonia, con la deportazione dal proprio paese, ha sconvolto le abitudini ed ha obbligato ad un rapporto nuovo con il Signore. Il popolo, che si è trovato senza il tempio, che non può più frequentare, s'è costituito in gruppi di coesione interna e di studio, impostando l'esperienza futura delle sinagoghe. Ha ripensato ad un culto nuovo, fondamentalmente legato alla lettura della Parola di Dio e all'ubbidienza alla legge. E, in tal modo, ha maggiormente interiorizzato la propria religiosità. E, nel frattempo, l'esperienza di Babilonia ha avuto anche dei capovolgimenti nei rapporti con i pagani, facendo rivedere la mentalità radicata da secoli e i molti pregiudizi di cui si è alimentato questo popolo. Ha sempre pensato con disprezzo e giudicato i pagani come: "disonesti, violenti, incapaci di accoglienza, nemici di Dio", ma poi ha scoperto, nella convivenza, che in questo paese straniero come il mondo babilonese, ci sono persone generose, accoglienti, responsabili e, a volte, molto migliori degli stessi ebrei, cultori del vero Dio. Al ritorno, in Israele, se si sono riprese le preoccupazioni e le distinzioni rispetto ai pagani, si sta tuttavia formando una nuova conoscenza su tutto il mondo. Dio vorrà un segno fra le nazioni e il segno sarà proprio il popolo disperso d'Israele che, trapiantato nei vari paesi del mondo, con la propria fede e la propria conoscenza, farà attecchire il seme nuovo per la conoscenza di Dio. Avverrà il miracolo. Questi popoli pagani, cambiati, compiranno il loro pellegrinaggio verso Gerusalemme, la città santa, e accompagneranno i fratelli ebrei, portando offerte al Signore insieme a loro.

Anzi, cosa inaudita, tra loro ci saranno anche sacerdoti e leviti tratti dal popolo pagano, che riconosce il Signore e si apre al suo splendore.

Questa prospettiva, che resta abbastanza isolata nella realtà ebraica, ritenendola solamente come punto di riferimento per una visione conclusiva della storia, con il cristianesimo viene riproposta come progetto. In questi tempi la evangelizzazione comporta così due versanti: da una parte i cristiani dovrebbero sviluppare un lavoro comune per far conoscere e rendere visibile la grandezza della misericordia di Dio ai popoli lontani; d'altra parte i credenti dovrebbero aiutare i molti cristiani che si sono allontanati dalla fede, pur essendo stati battezzati e pur avendo avuto un'educazione iniziale cristiana. Il popolo cristiano, coerente e aperto al mondo di Dio, è invitato a sostenere questo cammino comune. È impensabile, tuttavia, che il popolo cristiano non faccia emergere, con intelligenza e con responsabilità, i valori fondamentali ricevuti e quindi non proponga il messaggio di Gesù che apre alla convivenza e alla comunione nella pace.

Paolo ai Romani. 4, 13-17

Esiste, nel mondo ebraico, la credenza che l'elezione di Dio e quindi la sua benedizione siano frutto dell'osservanza della legge mosaica.

Paolo è convinto, e tutta la Scrittura assicura che solo la fede garantisce la giustizia e quindi permette che il Signore offra la sua promessa a chi gli è fedele. C'è la promessa del figlio, la promessa della terra, e la promessa di una discendenza numerosa come le stelle del cielo quindi la promessa di una benedizione per tutti i popoli della terra. Ora anche i cristiani sono figli della fede, dice Paolo e dice ancora che Abramo è padre di tutti i pagani, essi che sono suoi figli mediante la fede davanti a Dio. La promessa si fonda solo sull'unica condizione della fede del patriarca. Se infatti, come condizione, ci fosse un patto bilaterale tra Dio e l'uomo, Dio non sarebbe più legato solo alla sua parola, ma sarebbe legato all'azione umana.

Una promessa che ha bisogno dell'osservanza della legge per essere offerta non è più gratuita, non è più un favore offerto. Paolo sta sviluppando una sua convinzione assai chiara, confermata dalla Scrittura: la fede è la sola condizione richiesta da Dio per giustificare l'uomo.

E Abramo ne è il vero esempio che garantisce il dono di Dio. Abramo e Sara, anziani, ricevono da Dio più promesse: la promessa del figlio, la promessa della terra, la promessa di una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia della spiaggia del mare, la promessa di una benedizione per tutti i popoli della terra, sua discendenza. Nella fede di Abramo sono figli il popolo d'Israele, quindi i cristiani che, a sua volta, sono inviati a tutte le gente e raccolgono tutti i popoli della terra.

Sara, incredula, si sente ricordare da Dio attraverso Abramo: "Non c'è nulla di impossibile per il Signore" (Gn 18,14). Così Abramo, che si fida di Dio, realizzerà la vita anche dove c'è il deserto e diventerà, da pastore errante, proprietario di una terra e capo di popoli, anche se poi, lui stesso, prima di morire, resterà proprietario solo di un pezzo di terra che ha comperato per seppellirvi Sara.

Giovanni. 4, 46-54

Gesù sta risalendo verso la Galilea, dopo un viaggio a Gerusalemme. Si è fermato in Samaria e si è preparato al grande incontro, prima con la Samaritana e poi con i cittadini della città.

Hanno voluto che si fermasse con loro, lo hanno ascoltato e lo hanno accolto come nuovo Messia e come nuova Parola. Dopo due giorni ritorna a Cana, il luogo del primo segno, primo posto della sua manifestazione e dell'ora anticipata. Sotto un certo aspetto si sente l'esigenza di ritrovare i segni messianici della nuova Alleanza che egli ha posto nel banchetto degli sposi.

Gli viene incontro un funzionario del Re che gli parla del figlio malato. Ed è una malattia drammatica perché il padre ha l'impressione che sia legata ad una prossima morte.

Il racconto ha dei paralleli interessanti, collegati al primo segno: là c'è la richiesta di sua madre, Maria che ricorda la mancanza del vino, e quindi della gioia e della festa, qui c'è la richiesta di un padre per la vita del figlio. Verso tutti e due c'è una reazione contraria: sia verso la madre: " Che cosa ci posso fare?", sia verso il padre:" Voi cercate segni; se non vedete segni e prodigi, voi non credete". Ma se ci si impegna nella fiducia e nella certezza della forza di Gesù, Gesù interviene e cambia il corso delle cose.

Se si obbedisce sulla parola: se i servi riempiono d'acqua le idrie, se il dignitario accetta di tornare a casa sulla parola di Gesù, allora il cambiamento avviene.

Situazioni diverse, reazioni insospettate che tuttavia si concludono con due atteggiamenti di comprensione e di misericordia. A dire il vero, il funzionario ha un suo schema mentale anche riguardo alla guarigione. Egli pensa che Gesù debba abbandonare il posto e debba seguirlo, debba incontrare questo ragazzo, debba toccarlo e guarirlo. Ma Gesù, di fronte alla prospettiva di dover organizzare una ritualità religiosa, si rifiuta. Egli imposta sulla parola e quindi sulla fede. Come a Cana, se si ha il coraggio di fidarsi e di credere, il mondo e Dio stringono il patto delle nozze-alleanze; qui con il funzionario il rapporto si gioca tra l'ubbidienza alla Parola e la vita. Noi vogliamo una ritualità religiosa con segni portentosi, una devozione fastosa, una dimostrazione di forza e di potenza. Gesù si ferma alla Parola, al valore di misericordia che la sua Parola garantisce: "Va, tuo figlio vive".

E qui sorge un altro aspetto interessante: il funzionario chiama suo figlio: "bambino", Gesù lo chiama "figlio". Il funzionario non ritiene ancora di dover mantenere il vero rapporto della dimensione adulta, Gesù ridimensiona il potere richiamando il rapporto parentale che sorge dal primo istante di vita: padre e figlio.

Il funzionario ritorna e trova i servi che sono corsi per incontrarlo e comunicargli che "tuo figlio vive".

La distanza non è grande: tra Cafarnao e Cana ci sono circa 26 km. Il padre chiede l'ora della guarigione e gli dicono: «Ieri, un'ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato»: è la settima ora. Il funzionario ricorda con chiarezza che quella è l'ora della Parola di Gesù: un'ora dopo mezzogiorno. Va ricordato che l'ora di Gesù è la sesta ora: "Era la Parasceve della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare».

Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso. (19,14-16). L'ora sesta è il mezzogiorno: coincide con la condanna di Gesù e l'ora in cui nel tempio s'incomincia ad immolare gli agnelli che sarebbero serviti per la cena Pasquale. E' l'ora della donazione dell'amore di Gesù. Dopo quell'ora, "Gesù consegna il suo Spirito" al Padre ed alla Comunità cristiana ( 19, 30). Ogni ora successiva è il dono dello Spirito, qui la settima ora è l'ora della novità nella vita.

Nella casa tutti credono in Gesù. Si sta facendo strada il valore della Parola di Gesù come novità nel mondo, come cambiamento di ricreazione della realtà, nuovo messaggio di Gesù preannunciato e consegnato ai discepoli che può trasformare il mondo. In questo caso "credere" significa accettare, mettersi a disposizione, accogliere l'accaduto come fatto di Dio in Gesù. E' il credere dell'evangelista Giovanni che, di fronte al sepolcro vuoto di Gesù e le bende piegate in un angolo, "Vide e credette" (Gv 20,8).