Perdenti e contenti

don Cristiano Mauri

IV domenica T. Pasqua (Anno C) (21 aprile 2013)

Spunta sempre fuori a un certo punto il credente "felice e vincente". E' il "paralitico del sorriso", quello che ha il sorriso piazzato in viso come in un fermo immagine in qualsiasi situazione si trovi, qualunque cosa capiti, con chiunque si trovi ad avere a che fare. «Ma che avrà da ridere questo?!?» è il minimo che viene da chiedersi. Per carità, gli venisse naturale e spontaneo, deo gratias. E' che, invece, lo noti subito quel pizzico di forzatura nella piega del sorriso e capisci che ha fatto della felicità un dovere, come un abito da indossare nell'esercizio della funzione. Il "credente felice e vincente", appunto. Convinto che ogni forma di tristezza o di turbamento sia una cattiva testimonianza di fede e che la perfetta fiducia in Dio consista nel decimare lo spettro dei sentimenti e delle emozioni umane da condividere con il prossimo. Sì perché, in realtà, ne prova di tristezza e di malinconia, eccome! Ma: «Non si fa', non si deve, non si può...». Perché qualora qualcuno lo vedesse triste - pensa lui -, potrebbe sospettare che il Vangelo non renda felici o, peggio ancora, che non sia in grado di dare una risposta efficace e vincente a tutte le situazioni faticose e dolorose della vita. Perciò, avanti "felice e vincente", sempre sul pezzo e col vento in poppa a gonfiar le vele della sua ostentata letizia. Che sia forzata e che mascheri in una sorta di ipocrisia il loro volto che importa? Ciò che conta è testimoniare la propria fiducia nella "gioia che viene dal Vangelo". Peccato che quella sia solo allegria frutto di uno sforzo umano che con la «gioia evangelica» autentica ha ben poco a che vedere.

Gesù Cristo ha percorso tutta la gamma dei sentimenti e delle emozioni umane senza mascherare alcunché e senza che questo intaccasse minimamente la sua fede nel Padre e tantomeno la missione di Salvatore. La rabbia, l'indignazione, la paura, l'angoscia, il turbamento, lo strazio, la solitudine, la nostalgia: nulla si è risparmiato di tutto questo. Gesù Cristo, inoltre, non ha neppure avuto la preoccupazione di apparire vincente, convincente e indistruttibile agli occhi degli uomini e secondo le loro logiche, semmai il contrario: Egli è stato il debole e lo sconfitto per eccellenza. Eppure tutto ciò non gli ha impedito di proporsi come Maestro della Gioia, anzi, bisognerebbe dire che proprio per aver vissuto in quel modo Egli ha potuto insegnare ai suoi la sorgente della vera felicità.

"Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi." (Gv 15, 10-12)

Pensare che la «gioia evangelica» sia non perdere mai il sorriso e avere la prontezza di spirito di un vincente in ogni situazione è una grossa semplificazione, se non addirittura un fallimento evangelico, nel senso letterale del mancare il bersaglio. Ancor meno evangelico è crederla un prodotto dei nostri sforzi e del nostro impegno o come una credenziale da esibire come pretesa di credibilità. D'altra parte, se fosse solo questo, avremmo bisogno del Vangelo? Avremmo bisogno di Dio?

La «gioia evangelica» è invece dono di un Altro e i cristiani non sono coloro che «si accontentano» da sé, bensì coloro che «si fanno contentare» da Dio. Come fu per il loro Maestro. Perché anche Gesù ricevette dal Padre la gioia di cui ci ha voluto rendere partecipi.

Nel Vangelo di Giovanni la «gioia evangelica» è associata al compiersi del disegno di Dio, cioè della Sua volontà di amare gli uomini senza misura. In Gesù questa volontà si realizza perfettamente. Egli accoglie anzitutto in sé l'amore del Padre e lo fa in un'esistenza vissuta a Sua immagine: ama gli uomini allo stesso modo, fino alla fine e senza limite. Con questa scelta d'amore, Gesù decide di spossessarsi di sé per appartenere al Padre e all'umanità. In questo modo Egli rimane nella volontà di Dio. Per quella duplice appartenenza avviene in Lui il dono della «gioia evangelica» che potremmo descrivere come la grazia di vedere la storia con lo sguardo penetrante e comprensivo dell'Amore del Padre. E' la stessa gioia del Magnificat.

Perciò è ben di più di una forzata allegria che mascheri un qualsiasi turbamento.

In questo senso si comprende l'invito di Gesù: «Rimanete nel mio amore» e la raccomandazione: «Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore... Amatevi... Non c'è amore più grande di chi dà la vita». La condizione per ricevere dalle mani di Gesù la «gioia evangelica» è la disponibilità ad un amore radicale, fino alla Croce. Come è avvenuto in Lui, così in noi.

Perché non va dimenticato, alla fine, che l'estremo dell'appartenenza al Padre e agli uomini per Gesù è stato il Calvario e questo non ci deve affatto stupire. L'amore limpido, infatti, è un'estrema forma di debolezza, una consegna di sé all'altro senza difese, senza attese, senza pretese, una dedizione così definitiva da lasciarsi ferire e rifiutare. L'amore, checché se ne dica, nei rapporti di forza è una vera sconfitta. Ogni scelta di totale appartenenza all'altro è una perdita, un perdersi, comunque la si guardi. La «gioia evangelica», dunque, si riceve in dono amando fino a perdersi. Altro che paralisi del sorriso.

Che beffa', in fondo, per i credenti "felici e vincenti".

Perché cristiani si sta così, perdenti come chi ama e fatti contenti da Colui che ama.