Commento su Numeri. 11, 4-7. 16a. 18-20. 31-32a; Prima Corinzi. 10, 1-11b;Matteo14, 13b-21

don Raffaello Ciccone

III domenica dopo l'Epifania (Anno B) (22 gennaio 2012)

Lettura del libro dei Numeri. 11, 4-7. 16a. 18-20. 31-32a

In marcia verso il deserto di Paran, il popolo incomincia a lamentarsi e si pone quindi i molti interrogativi che sorgono all'interno di una vita carica di imprevisti e costretta a inventarsi, giorno per giorno, elementi di sopravvivenza per poter resistere. I primi tre versetti (11,1-tre) sintetizzano proprio "questo lamentarsi aspramente" con un incendio che sorge nell'accampamento, facile come sempre negli accampamenti, di fronte a cui Mosé, pregando, diventa il mediatore che fa spegnere il fuoco. In concreto, la protesta del popolo sorge perché non ha cibo sufficiente nel deserto. Come risultato, il popolo è saziato con le quaglie (vv. 4-9.10.13.18-24a) ma è pure castigato per la sua ingordigia (vv. 31-33). Intrecciata col racconto relativo alla bramosia di cibo, si ha una storia riguardante la condivisione dell'autorità di Mosè che qui non viene riportata (vv. 11-12.14-17.24b-30).

Due gruppi distinti di persone, "la gente raccogliticcia e gli israeliti" protestano per la scarsità di cibo (v. 4) e rimpiangono i giorni in cui, in Egitto, godevano abbondanza di pesce e verdure (v. 5). Ora sono insoddisfatti perché tutto ciò che hanno da mangiare è la manna, con la quale fanno quotidianamente focacce che hanno il sapore di pasta all'olio (vv. 6-9; cf. Es 16,13-14.31).

Lo «sdegno del Signore divampò» contro gli israeliti (v. 10). Ma lo stesso Mosè, come il Signore, risponderanno ciascuno alla protesta a modo loro e Mosè dimentica il suo ruolo di mediatore. Infatti, contrariamente a quello che ha fatto allo scoppio dell'incendio (11, 2), Mosè stesso non intercede, ma si lamenta di dover provvedere da solo a quella grande moltitudine, e diffida della stessa potenza di Dio perché Dio stesso non è capace di provvedere per 600.000 persone e tanto più lo stesso Mosè: «Da dove prenderò la carne da dare a tutto questo popolo? Perché si lamenta contro di me» (v. 13). Mosè ritiene di avere la responsabilità di trovare carne, ma esprime la propria impossibilità. Così, invece di cercare l'aiuto di Dio, manifesta risentimento per la posizione in cui è stato posto. "Perché hai fatto del male al tuo servo? L'ho forse concepito io tutto questo popolo? Se mi devi trattare così, fammi morire piuttosto" (11,11-15)

Dio ignora il lamento di Mosè e lo richiama alla sua funzione di mediatore (vv. 18a, 24a); Dio risponde alla gente e chiarisce che il popolo vuole in realtà tornare in Egitto (vv. 18.20b), con ciò rigettando la liberazione operata dalla sua potenza. E insieme comanda a Mosè di dire al popolo di "santificarsi" (v. 18), perché riceveranno carne in abbondanza, tale da esserne nauseati (vv. 19-20). Mosè obietta ancora, esprimendo un dubbio sulla stessa capacità del Signore.

Quando Mosè intercede per il popolo, Dio risponde col perdono (v. 2). Nell'incidente delle quaglie, invece, manca l'intercessione di Mosè e il risultato è la collera di Dio "che gli si accese contro il popolo, percuotendolo con una gravissima piaga" (11,33). Ponendo i due episodi, uno di seguito all'altro, l'autore intenzionalmente mette in luce l'efficacia dell'intercessione di Mosè e, quindi, il significato della preghiera. Si scopre la fragilità anche di questo mediatore che si trova isolato, nella stessa condizione di paura e di incertezza, come tutti gli altri e, tuttavia, responsabile del dialogo con Dio che lo invita a fidarsi. E se non si scorge una risposta a Mosé per questa sua fatica, e quindi per la sua richiesta di morte che lo libererebbe dall'angoscia, il Signore incoraggia Mosè a scegliere settanta anziani e a condurli alla tenda del convegno (v. 16; cf. Es 18,13-26). Dio dice a Mosè: «Prenderò lo Spirito che è su di te per metterlo su di loro, perché portino con te il carico del popolo» (v. 17).

Mosè ubbidisce e i 70 anziani "profetizzarono" (v. 25c). E tuttavia a questi non è data la stessa responsabilità che Mosé porta: comunicare la Parola di Dio e condurre il popolo in salvo nella terra promessa (v. 12).

Questi anziani hanno compiti di gestione all'interno del popolo: organizzare, porre ordine, risolvere i litigi, risultando così un gruppo di collaboratori. Ma essi sono attorno ad un responsabile unico. In altri termini non siamo in regime di democrazia dove valga maggioranza e minoranza. Esiste un capo scelto da Dio che deve accettare di giocarsi tutta la vita per il popolo.

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi. 10, 1-11b

Dopo aver proposto alla comunità dei cristiani di Corinto il proprio comportamento come esempio di responsabilità, (cap. 9) e aver ricordato l'impegno per la gratuità nel proprio incarico pastorale, utilizzando anche immagini sportive, molto popolari a quel tempo, in particolare a Corinto, con i giochi istmici a scadenza biennale, Paolo incoraggia la comunità, pur generosa, di Corinto a vivere con fedeltà la scelta di Gesù. Tuttavia l'apostolo si sofferma su alcuni aspetti negativi: dissensi, invidie, immoralità, esistenti, come ovunque, d'altra parte. Si corre il rischio di immaginare, dice Paolo, che il proprio battesimo garantisca la salvezza e che quindi sia sufficiente. Paolo si preoccupa allora, utilizzando la sua competenza di rabbino, di richiamare alcuni elementi fondamentali della fede ebraica, sviluppando l'esegesi della liberazione dall'Egitto del popolo d'Israele in rapporto a Mosé e quindi a Cristo. Gli israeliti hanno seguito Mosé e si sono fidati di lui; hanno camminato sotto la nube, hanno attraversato il mar Rosso, hanno mangiato la manna, hanno bevuto l'acqua scaturita dalla roccia (una leggenda dice che la roccia seguiva l'accampamento ovunque si posasse). "Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto" (10,5).

Così quell'evento diventa esemplare anche per i cristiani: il passaggio del Mar Rosso è immagine del battesimo, battesimo nel rapporto con Mosè. mentre i cristiani sono in rapporto a Cristo. La manna e l'acqua sono segni profetici dell'Eucaristia. E tuttavia non sono sufficienti: né la fede in Cristo, né l'essere battezzati, né aver ricevuto lo Spirito, né essersi cibati dell'Eucaristia per ricevere automaticamente la salvezza. È necessario che si sviluppino, insieme, una vita coerente di fede e quindi una vita operosa secondo i criteri che Gesù ha portato, a cui, come credenti in Gesù, sono stati iniziati nel battesimo e verso cui siamo continuamente incoraggiati a camminare attraverso lo Spirito. Se non esistono questa disponibilità, questa fiducia e questo cammino, anche noi siamo a rischio di perderci come i padri nel deserto.

Lettura del Vangelo secondo Matteo14, 13b-21

E' un testo molto complesso e molto costruito. Qui l'evangelista vuole insegnare alcuni valori cristiani, richiamando dei segni anche se, al momento, possono sembrare inverosimili. Con 5000 uomini c'è il richiamo alla legione, come esercito, e qui si sentono i sogni e le esigenze di un Regno che si deve costituire, mentre l'esercito è garanzia di un re che deve venire ( Giovanni ne parla espressamente: "Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui solo": Gv 6,15). Gesù non vuole un esercito ma persone che costituiscano un popolo nuovo, non carne da macello, o conquistatori di altri attraverso la violenza e la sopraffazione. E' sera e sarebbe difficile dire a questa folla: "Andate a comprarvi il pane". E da che parte spuntano 12 ceste? Se le erano portate vuote con sé? San Matteo vuol raccontare uno stile ed una preoccupazione che trasmette alla sua comunità, ma vuol anche presentare l'immagine del nuovo Mosé nel deserto. Gesù, spezzando il pane, sfama la folla e ciascuno riceve ciò di cui ha bisogno per sfamarsi. E' una delle sei versioni, presenti nei Vangeli, e ogni resoconto ha un messaggio particolare, che diventa il segno di una nuova liberazione.

In questo contesto siamo alla presenza di due banchetti.

Il primo, immediatamente precedente, ricorda il banchetto di una società violenta e opulenta, radunato nel palazzo di Erode, che ha deciso la morte di Giovanni Battista (14, 3-12). È una società corrotta, oppressiva e sanguinaria che deve essere ripudiata da chi segue Cristo. Cristo costruisce con coloro che lo seguono il nuovo popolo nel deserto.

L'altro è il banchetto di un mondo di poveri che si sviluppa nella gioia e nella festa poiché c'è Gesù, ed è aperto a tutti.

- Gesù si inoltra nel deserto e dietro di lui cammina una folla di poveri e di bisognosi, come all'uscita dall'Egitto, desiderosi di raggiungere la propria libertà e liberarsi dalla malattia.

- Egli ha compassione e condivide la sofferenza di chi non ha orientamento, né fiducia, né futuro, né Parola di Dio ed è malato.

- Se davvero si condivide, ci si deve prima di tutto accorgere dei problemi di ciascuno, dei suoi bisogni primari e quindi della fame.

- Il problema primo è, agli occhi di Gesù, la malattia, poiché è ciò che rende l'uomo instabile, fragile, debole, e quindi non libero. Gesù infatti è venuto, fondamentalmente, a ricostruire la pienezza della persona nella sua libertà e responsabilità.

- Sono i discepoli che si preoccupano della fame di queste persone e che non hanno risorse. E fanno velocemente la verifica dei bisogni e decidono: "Mandali a casa perché ciascuno provveda e comperi". E' il criterio del sottomettersi alle strutture di economia o di ingiustizie. Il comperare non esamina la vera povertà. Dice le condizioni per possedere, rifiutando ogni altra alternativa che non sia di scambio.

- Gesù chiede loro di non accettare il disimpegno: "Date voi stessi da mangiare" (v. 16). La novità è regalare condividendo, è la gratuità. Gesù chiede che si faccia l'analisi delle risorse, mentre tutti quelli che se ne rendono conto, dicono: "Sono troppo poche, insignificanti, ridicole. Non c'è nient'altro da fare".

- Gesù confida invece sullo sforzo di contribuire, per come si può, ed accetta di operare su ciò che viene raccolto e portato. Portano cinque pani e due pesci: il loro numero è sette, l'universale.

- A questo punto Gesù benedice i cinque pani raccolti e li spezza (non li moltiplica. E' errato parlare di "moltiplicazione dei pani", e infatti, nel Vangelo, di moltiplicazione non se ne parla mai). "Si spezzano i pani e si distribuiscono i pezzi". Ci si sfama con quello che ci è stato offerto, è sufficiente ed avanza.

- Le 12 sporte piene sono il pane per il nuovo popolo che viene e che ha sperimentato la gratuità.

- Il pane materiale richiama, con le parole ed i gesti, la consacrazione della Messa dove Gesù offre se stesso perché tutti si sfamino e tutti imparino a spezzare il pane. E' questo un gesto fondamentale che andrebbe, ogni volta, valorizzato. Rappresenta la nostra partecipazione al costruire gratuitamente il mondo, il nostro amore alla famiglia, all'amico, al lavoro perché sia fatto bene e diventi un vero servizio.

- Spezzare il pane è il segreto ed il criterio della pace. Lo spezzare del pane è il vero significato della presenza di Gesù tra noi, il messaggio di vita più profondo e l'avvio per quel culto spirituale quotidiano a cui la Messa rinvia come al contenuto personale totale (Rm 12, 1ss).

- Nel tempo della crisi si intravedono fatiche e si sottolineano comunque i limiti, gli aumenti di prezzi, i disagi. Si continua a fare i conti per quanto una famiglia deve spendere di più al mese per la benzina, per il gas e la luce.

- Andrebbero riproposti, però anche, elementi di gratuità, volontariato, operazioni di salvataggio, di solidarietà. Andrebbe stimolata l'inventiva, il lavoro comune, la ricerca e la scuola, la formazione professionale e il sostegno attraverso le proprie competenze. Lo spezzare il pane della conoscenza è il più duraturo e il più necessario nella vita quotidiana.