Benedetto colui che viene nel nome del Signore!

Ileana Mortari - rito ambrosiano

IV domenica T. Avvento (Anno B) (4 dicembre 2011)

Nella 4° domenica di Avvento la liturgia ambrosiana ci propone il vangelo dell'ingresso di Gesù a Gerusalemme, nella versione di Marco.

Il redattore pone la pericope, che ha paralleli negli altri tre vangeli, subito dopo il miracolo della guarigione a Gerico del cieco Bartimeo, che aveva chiamato Gesù "Figlio di Davide". Da qui il Nazareno, i discepoli, la folla che lo accompagna e lo stesso Bartimeo si dirigono verso Gerusalemme, per la festa di Pasqua.

Nelle vicinanze di Béftage, presso il monte degli Ulivi, (da cui si ha una splendida vista sulla Città Santa), Gesù manda due discepoli con precise istruzioni, perché gli portino un asinello non ancora mai montato; la scena è raccontata nei minimi particolari, indice di particolare importanza.

In tutto il vangelo di Marco è questa l'unica volta in cui Gesù designa se stesso con l'appellativo "Signore", "Kyrios" in greco, che traduceva l'ebraico "Jahvè" = Dio. Ed era prerogativa di un'autorità regale requisire all'occorrenza un mezzo di trasporto.

I discepoli con i loro mantelli improvvisano una sella sull'asino per Gesù, che entra trionfante nella città, mentre la folla stende sulla strada davanti a lui i propri mantelli e fronde tagliate dai campi. Anche qui c'è un precedente "regale": i soldati stesero i loro mantelli davanti a Ieu, dopo che il profeta Eliseo lo aveva unto re, riconoscendolo con tale atto di omaggio come il loro sovrano (cfr. 2 Re 9,13)

Non solo, ma la gente che lo precede e lo segue grida "Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!...Osanna nel più alto dei cieli" (vv.9-10)

Aggiungiamo che lo sfondo sottinteso di questo episodio è la profezia di Zaccaria, che Matteo e Giovanni riportano esplicitamente nel passo parallelo: "Dite alla figlia di Sion: Ecco, il tuo re viene a te mite, seduto su un asino" (cfr. Zaccaria 9,9) e l'antico testo prosegue: "Farà sparire i carri da Efraim, l'arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti" (Zacc.9,10)

Se poi teniamo presente che lo stesso Zaccaria nel cap.14 (ben noto ai Giudei) parla dell'apparizione del Messia atteso proprio in quel punto del monte degli Ulivi dove si trovava Gesù presso Béftage e che sta di fronte a Gerusalemme, ci rendiamo conto che non a caso è successo tutto quello che abbiamo ricordato.

Gesù, montando sull'asino, ha compiuto un'azione simbolica, come gli antichi profeti. Egli ha voluto entrare nella Città Santa non da pellegrino, e neppure come un maestro o un taumaturgo (qual era stato nell'episodio immediatamente precedente della guarigione del cieco); si è piuttosto presentato a Gerusalemme come il Re promesso della fine dei tempi, come il Messia, quale l'aveva definito Pietro nel famoso dialogo di Cesarea di Filippo (vedi Marco 8, 27-30), come il Figlio di Davide, quale l'aveva chiamato il cieco Bartimeo, come l'Inviato di Dio, portatore di pace e di salvezza.

Particolarmente significative risultano allora le acclamazioni della folla, tratte dal salmo 117/8, uno dei salmi dell'Hallel che si cantavano nella grandi feste ebraiche.

"Osanna!" è una delle poche parole ebraiche conservate nel Nuovo Testamento, un termine che si trova solo nei racconti dell'ingresso di Gesù in Gerusalemme; risale all'ebraico "hoshì'anna'", che in origine significava "Salvaci!" (Salmo 117/8 v.25); nell'uso comune ai tempi di Gesù era diventata un'acclamazione per salutare i pellegrini e i personaggi di riguardo.

Anche l'espressione successiva "Benedetto colui che viene nel nome del Signore!" viene dal salmo 117/8, v.26; qui sta a significare che Gesù viene esaltato come colui che viene per incarico di Jahvè quale Messia investito dal Signore dei suoi poteri, realizzando la profezia di Genesi 49, 10-11 e di Zaccaria 9,9.

Probabilmente questo versetto era pronunciato da coloro che precedevano Gesù nella processione; mentre quelli che lo seguivano rispondevano con le parole "Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide!" (v.10), seguito ancora dall'Osanna.

Assistiamo dunque ad una spontanea acclamazione popolare di Gesù come Messia; ma come mai, pochi giorni dopo, la stessa folla avrebbe invece gridato "Crocifiggilo!" (Mc.15,13)? La spiegazione sta nel fatto che la gente non si aspettava il regno di Dio quale Gesù l'aveva predicato e annunciato, in stretto rapporto con la conversione personale (cfr. Marco 1,15), ma piuttosto nella modalità di un ritorno dello splendido regno di Davide, vincitore dei nemici e re potente.

Il messianismo di Gesù non è di tipo politico o militare; Egli lo aveva ben sottolineato attraverso l'azione simbolica e i vari riferimenti all'Antico Testamento che abbiamo ricordato. Ma la gente questo non l'ha capito, né al momento dell'ingresso a Gerusalemme, né tanto meno dopo, quando il Messia si sarebbe incamminato per la via della sofferenza e della croce.

In questo momento dell'anno liturgico, anche a ciascuno di noi viene chiesto di accogliere la venuta del Cristo e di meditare sul suo messianismo, che richiede anzitutto la conversione interiore. Ecco perché - come suggerisce il vescovo S. Andrea di Creta - dobbiamo "stendere umilmente innanzi a Cristo noi stessi, piuttosto che le tuniche o i rami inanimati...noi stessi rivestiti della sua grazia....Stendiamo in umile prostrazione e in profonda adorazione dinanzi ai suoi piedi le nostre persone".

E ricordiamoci di tutto questo ogni volta che, nella celebrazione eucaristica, ripetiamo il grido di acclamazione dell'Osanna!