Commento su Luca 15,1-3.11-32

Monastero Domenicano Matris Domini

IV Domenica di Quaresima - Laetare (Anno C) (14 marzo 2010)

Lectio

Contesto

Per la quarta tappa del nostro cammino quaresimale la liturgia ci propone la famosissima parabola del padre misericordioso. Mai come nel caso del capitolo 15 del vangelo di Luca in cui è inserito questo testo è utile contestualizzare; l'evangelista propone in sequenza tre parabole tutte costruite sulla contrapposizione perdere/trovare o ritrovare, ma con un andamento in crescendo. Infatti si passa dal rapporto 1/100 per la parabole dalle pecore (vv. 4-7), a quello di 1/10 per le monete (vv. 8-10) e ad 1/2 per i figli dell'uomo protagonista del testo proposto oggi. Altro tema comune e molto accentuato è quello della gioia per il ritrovamento di quanto era stato perduto.

Ma perché Gesù (e Luca) presentano queste parabole? Perché i farisei e i dottori della legge trovavano scandaloso che egli passasse il suo tempo (e mangiasse) con queste persone; Gesù si giustifica facendo ricorso all'esempio del Padre suo (vv. 7: "Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione" e 10: "Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte"), tema già presente nell'A.T., vedi Ez 18,23 e il libro di Giona.

Infine notiamo che mentre per le prime due parabole viene fornita la finale (i vv. 7 e 10) la terza resta aperta: com'è andata a finire la storia? Il fratello maggiore è entrato o no alla festa? E il figlio minore è rimasto nella casa del padre o, dopo un po', se ne è di nuovo andato? Si tratta evidentemente di un artificio letterario (piuttosto frequente nelle parabole raccolte da Luca) che coinvolge i suoi ascoltatori e attraverso la parabola li interpella personalmente. Il testo può essere diviso in due parti: la prima vv. 11-24, la seconda vv. 25-32.

La seconda lettura (2Cor 5,17-21) sul tema della riconciliazione è in linea con il vangelo e può essere vista come un diverso approccio al tema.

Alcune indicazioni pratiche per l'analisi del testo e una buona lectio divina:

1) leggere il testo e individuare: a) i personaggi coinvolti; b) le azioni compiute (verbi); c) i luoghi e i tempi dell'azione;

2) ricordare altri testi del vangelo di Luca in cui si parla: a) dello stesso argomento; b) delle stesse persone; c) dello stesso tema; d) in cui ritornano dei termini particolari presenti nel testo in esame.

3) Cercare di ricordare altri testi nella Scrittura in cui si parla: a) dello stesso tema; b) in cui ritornano dei termini particolari presenti nel testo in esame (in particolare verbi, nomi, oggetti specifici).

1 Si avvicinavano a lui (Gesù) tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: "Costui accoglie i peccatori e mangia con loro". 3 Ed egli disse loro questa parabola:

L'inizio del capitolo 15 si apre su di una scena abbastanza frequente nei racconti evangelici (cfr. Mc 2,15ss; Lc 19.1-9; 7,34): Gesù si lascia avvicinare da ogni genere di persone, compresi pubblicani e peccatori. Ciò suscita lo sdegno e il rimprovero di farisei e scribi, piuttosto comprensibile, visto che Gesù è un maestro e tale compagnia (per non parlare della condivisione della mensa), sempre disdicevole, era doppiamente scandalosa. La parabola odierna per altro può essere vista come un commento all'espressione di Gesù in Lc 5,32: "Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi". Si tratta di un tema caro a Luca che ritroviamo in molti luoghi del suo vangelo: 16,1-8a. 19-31; 17,11-19; 18, 1-8.9-14; 19,1-10.

La parabola (al singolare anche se sono tre, intendendo un discorso in parabole), dice Luca al v. 3, è una vera e propria risposta a queste critiche. La liturgia ci propone solo la terza (propria del terzo evangelista), quella più articolata e coinvolgente in quanto tutti i protagonisti sono persone e non semplici cose (come per i vv. 4-10). Evidentemente Gesù non parla solo a farisei e scribi, ma ad un pubblico più ampio, come si desume dal v. 4, e naturalmente anche ai lettori del testo lucano di tutti i tempi.

Questo aspetto è uno dei tratti distintivi di molte parabole che solo l'evangelista Luca riporta, un insieme di testi che costituiscono un insegnamento prezioso. In esse i lettori, come i diretti ascoltatori di Gesù, sono interpellati dal racconto che spesso costituisce una provocazione con il suo finale aperto ed interpella la liberta e la fede di ciascuno.

La parabola è molto lunga e complessa per cui ci soffermeremo solo sui passaggi essenziali e suggeriamo di lavorare seguendo le semplici indicazioni tecniche fornite sopra per approfondire e completare.

11 "Un uomo aveva due figli.

Questo versetto segna il passaggio dal confronto con le cose (pecore e monete) a quello con le persone, e dunque appare più direttamente collegato all'atteggiamento di Gesù esposto al v. 1. Nel testo è introdotto da un ora disse redazionale che stacca questa parabola dalle prime due. Notiamo che il racconto è chiaramente diviso in due parti: i vv. 11-25 in cui si considera il figlio minore e i vv. 26-32 in cui appare il figlio maggiore; è quest'ultima parte quella che più direttamente risponde alle critiche sollevate al v. 2.

Di quest'uomo il testo non dice nulla, mentre scopriremo diverse cose sui due figli; ma nonostante ciò questa laconica annotazione racchiude moltissimo: quest'uomo è il padre, i beni più preziosi per lui sono i suoi due figli ed è lui il vero protagonista.

Qui come altrove apparentemente il racconto è giocato sull'atteggiamento contrapposto dei figli, ma vedremo che non è questo il punto su cui Gesù vuole attirare la nostra attenzione.

12 Il più giovane dei due disse al padre: "Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta". Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13 Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14 Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla.

In questi cinque versetti in modo stringato si tratteggia il ritratto del figlio minore: arrogante, egoista, spendaccione e interessato solo al divertimento. In realtà che i figli cadetti andassero a cercare fortuna altrove era comune in Palestina, terra povera e in cui al primogenito spettavano i 2/3 del patrimonio paterno (cfr. Dt 21,17; Lv 25, 23ss). Resta vero però che l'atteggiamento del figlio minore è molto freddo nei confronti del padre e della famiglia in generale.

La stoltezza del suo atteggiamento è poi posta in risalto dal repentino rovesciamento della situazione: ricco ha sperperato (il vero peccato di costui è proprio aver dilapidato il patrimonio perdendo con esso la sua dignità di figlio e ogni diritto), povero, e in tempo di carestia, si trova un lavoro umiliante (ricordiamo che i porci erano animali impuri per gli ebrei, cfr. Lv 11,7) che non gli permette neppure di sfamarsi.

Molto significativa la notazione del v. 16: nessuno gli dava nulla, la sofferenza di questo ragazzo sembra dovuta più alla mancanza di relazioni personali che a quella del cibo e delle cose.

17 Allora ritornò in sé e disse: "Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati".

Ma ecco un elemento nuovo: il figlio ritornò in sé, e riconosce il suo peccato, tanto che prepara una solenne dichiarazione per il padre, che esprime anche dolore e pentimento, sino al punto d'imporsi una punizione: "Trattami come uno dei tuoi salariati"dice dentro di sé.

L'espressione ho peccato verso il Cielo è biblica (Es 10,16) mentre, mentre "mi alzerò" è l'imitazione del linguaggio della LXX, abituale in Luca.

L'attenzione del figlio sembra puntata sulle cose più che sui rapporti, o meglio egli non considera il suo rapporto con il padre, se non in funzione del pane; per riaverlo basta essere un salariato, e questo stato è quello che egli sceglie per sé.

In effetti con il suo atteggiamento questo giovane ha rifiutato di essere figlio, di dipendere dall'amore del padre e di riconoscere in questa situazione la sua vera dignità e ricchezza; ciò nel contesto dell'alleanza significa anche rompere i contatti con Dio (peccare contro il cielo).

20 Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 Il figlio gli disse: "Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio".

Il v. 20 è il culmine di questa prima parte. Si passa dalle parole ai fatti: questo giovane appare molto coerente e dopo il buon proposito mette in atto quanto ha deciso. Dopo essere ritornato in sé ecco che si alza (anastas verbo sempre importante in quanto rimanda alla resurrezione). Ma a questo punto si inserisce il personaggio del padre e la sua reazione imprevista impedisce al figlio di concludere il suo discorso; il versetto 21 infatti manca della finale (vv. 18-19), "Trattami come uno dei tuoi salariati".

Analizziamo l'atteggiamento del padre: lo vede quando è ancora lontano, sono atteggiamenti che denotano attesa, affetto, attenzione; ne ebbe compassione o meglio si commosse (il verbo greco rimanda alle viscere materne, un sentimento attribuito spesso Dio nell'A.T.; per il N.T. vedi Mc 1,41; 6,34; 8,2, Lc 7,13; 10,33) e gli corse incontro, altri atteggiamenti forti che descrivono il rapporto da persona a persona, e l'amore preveniente del padre, completati dall'accoglienza affettuosa: gli si gettò al collo e lo baciò. Ricordiamo che il bacio nella bibbia è segno di perdono (cfr. 2Sam 14,33). Al movimento di allontanamento del figlio (v. 13) corrisponde quello di avvicinamento del padre. La serie degli atteggiamenti del figlio minore può essere anche letta come una catechesi sulla penitenza e le tappe che devono segnare la conversione.

Nonostante avesse ogni motivo per essere in collera con il figlio, questo padre lo accoglie in modo veramente caloroso e ci coglie di sorpresa. Non sarebbe stato più educativo rimproverare il figlio? Dove va a finire il rispetto per i genitori se costui la passa così liscia?

22 Ma il padre disse ai servi: "Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. 23 Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato". E cominciarono a far festa.

L'atteggiamento del padre indicato nel v. 20 ha un seguito ancora più imprevisto: egli imparte ordini ai servi e reintegra in pieno il figlio nella sua dignità. I particolari indicati al v. 22 sono molto significativi: non si tratta semplicemente di riportarlo alla condizione di agiatezza, ma di restituirgli lo status di figlio.

L'abito lungo era segno di grande onore; l'anello di autorità (cfr. Gn 41,41s, la vicenda di Giuseppe); i sandali di libertà, poiché erano gli schiavi che andavano scalzi.

L'interesse del padre non è centrato sulle cose, ma sulla persona del figlio e sulla relazione con lui. Anche il banchetto e la festa (argomento comune alle tre parabole del capitolo 15) acquista in questo contesto un senso profondo di comunione. Inoltre il tema della perdita/ritrovamento ottiene esplicitamente un valore aggiunto: egli era morto ed è tornato in vita dice il padre del figlio. La conversione (il cambiamento di direzione dato alla vita, prima indirizzato lontano e poi verso il padre) è una resurrezione ed è questo ritorno il motivo della festa. Per Gesù la conversione è soprattutto gioia che sorge dall'incontro con Dio; infatti prendere coscienza del peccato significa aprirsi a Dio, all'incontro con Lui. In questo modo Dio può riempirci dei suoi doni: la filiazione e la comunione.

La gioia di Dio per la conversione dei suoi figli è un tema presente anche nell'A.T. (Ger 31,18-20; Os 11,1-9 e altri) dove la misericordia divina non esclude nessuno nel giudizio escatologico.

La prima lettura (Gs 5,9a.10-12) che ricorda la prima Pasqua celebrata in Palestina, suggerisce che questo banchetto di festa è immagine del banchetto pasquale celebrato ogni anno e del banchetto del regno di Dio in cui si crea e si mantiene la comunione di Dio con i credenti, in Luca questo richiamo, oltre che nel testo odierno, è presente in 13,25-29; 14.

25 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: "Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo". 28a Egli si indignò, e non voleva entrare.

Inizia ora la seconda parte della parabola, quasi un'altra storia, in cui Gesù analizza l'atteggiamento del figlio maggiore, nel quale possiamo vedere rispecchiati farisei e scribi citati al v. 2, ma forse anche i credenti del primo secolo, coloro che si ritengono giusti.

Sorprendentemente il fratello maggiore entra in campo solo a questo punto (potremmo chiederci come mai il padre non abbia pensato ad informarlo: una festa senza i membri della famiglia pare un po' strana); egli si informa attraverso un servo; saputo il motivo della festa improvvisata se ne risente e si rifiuta di parteciparvi. Perché? Saranno i versetti successivi a chiarirlo; notiamo per ora che egli preferisce un rapporto servile a quello diretto con il padre (e il fratello).

28b Suo padre allora uscì a supplicarlo.

Ancora una volta è l'atteggiamento del padre quello imprevedibile e che dà una svolta alla vicenda. Egli, come al v. 20b fa il primo passo e va verso il figlio, esce verso di lui a supplicarlo, a pregarlo; un padre che non può essere certo solo umano quello descritto qui da Gesù attraverso la penna di san Luca. Quale padre agirebbe in questo modo? Non avrebbe dovuto usare la sua autorità per costringere il figlio a partecipare al banchetto che lui stesso aveva ordinato?

Questo padre ha sempre l'iniziativa, e pare molto desideroso di avere piena comunione con tutti i suoi figli; la sua preghiera sembra esprimere comprensione per i motivi del figlio maggiore.

29 Ma egli rispose a suo padre: "Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso".

La risposta del figlio alla supplica del padre, il cui contenuto possiamo solo immaginare, tratteggia il volto di un servo. Egli dice letteralmente io ti servo da tanti anni e aggiunge non ho mai disobbedito a un tuo comando: è il ritratto del pio israelita (vedi Lc 18,9s)! Eppure questo, rivendica il figlio, non gli ha procurato neppure un capretto (anche lui è interessato alle cose), per far festa con i miei amici, i quali sembrano valere ai suoi occhi, più della comunione con il padre. Si capisce quindi dopo questa descrizione autobiografica il suo risentimento. Anche questo figlio dunque non sembra apprezzare il padre e il senso del suo vivere con lui; appare anch'egli come il fratello minore, più centrato sui beni paterni. Il rapporto con il padre, e sul piano religioso con Dio, è di carattere commerciale: do ut des, io ti do e tu mi devi dare.

Un tratto interessante e molto umano, è l'uso degli aggettivi: sulla bocca del fratello maggiore non compare mio fratello ma tuo figlio, come a segnare una distanza e una volontaria cesura (mentre il servo aveva detto tuo padre e tuo fratello, v. 27). Egli significativamente non chiama mai suo padre con questo titolo.

Il testo, che sembra rispendere le critiche dei farisei e degli scribi al v. 2, potrebbe anche rispecchiare la situazione delle prime comunità cristiane e la diffidenza di alcuni nei confronti di quanti si convertivano a Cristo dopo una vita pagana e magari dissoluta (in questa linea anche la parabola degli operai della vigna che ricevono tutti la stessa paga, Mt 20,1-16).

Come il figlio maggiore quanti sono rimasti nella casa del padre e lo hanno sempre servito fedelmente corrono il rischio di sentirsi creditori nei confronti di Dio e di avvertire come un torto la sua misericordia verso i peccatori.

31 Gli rispose il padre: "Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo;

Il v. 31 ci svela un tratto essenziale del padre e della relazione che egli vuole intrattenere con i suoi figli e qui non ci pare difficile scorgere chi sia il Padre e chi i figli e il Figlio, considerando che Luca pone sulle labbra di Gesù queste parole.

Figlio, tu sei sempre con me: è questo il dato che da senso alla vita: l'amore personale del padre per il figlio (nell0originale il tu è ripetuto due volte, a sottolineare con l'enfasi questa vicinanza e comunione) ciò fa si che tutto ciò che è mio è tuo, ossia crea una comunione che abbraccia tutte le dimensioni, da quella personale a quella materiale/economica.

In questo testo non si può non vedere un rimando al rapporto di Gesù con Padre suo; esso ci ricorda che l'essenziale per il credente è questa comunione con Dio, non i beni che ne possono derivare. Il rischio per l'uomo religioso e fedele è quello di sentirsi in credito con Dio e dimenticare la dimensione della gratuità e della gioia per questo rapporto di comunione, come pure ergersi a giudici dei fratelli.

32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato".

Ecco ribadita la necessità di far festa e rallegrarsi per la conversione, il ritorno del fratello alla vita, ossia alla comunione con il padre. Il padre fa notare al figlio maggiore che si tratta del suo fratello e non solo del proprio figlio. E' la logica dei tempi nuovi inaugurati da Gesù

Il tema della gioia (comune alle tre parabole del capitolo 15) è ripreso qui con il ritornello era perduto ed è stato ritrovato, che abbiamo appena visto al v. 24, per questo si fa festa.

La conversione è da vedersi come un guadagno per tutti, non solo per il convertito: si comprende quindi e giustifica l'atteggiamento di Gesù verso i peccatori, che non è altro che quello del Padre, nascosto dietro il personaggio della parabola. Il racconto rimane aperto, è la provocazione che Luca ci rimanda: entrerà il figlio maggiore alla festa? La risposta spetta al lettore, a ciascuno di noi.

Meditiamo

1) Cosa mi dice la parabola a riguardo del rapporto con Dio? Come mi interpella nel mio cammino quaresimale di conversione?

2) Leggere le tre parabole del capitolo 15 di Luca per ravvisare tutto lo spessore del discorso di Gesù sulla misericordia.

3) Il centro della parabola è la figura del padre e il suo desiderio di comunione piena con tutti i suoi figli: cosa dice questo alla mia esperienza di fede? Il mio rapporto di fede con Dio è più simile al lavoro di un servo o all'amore di un figlio?

4) Come intendere i miei rapporti con gli altri alla luce del testo di Luca?

Preghiamo

Salmo Responsoriale (Salmo 33)

Gustate e vedete com'è buono il Signore.

Benedirò il Signore in ogni tempo,

sulla mia bocca sempre la sua lode.

Io mi glorio nel Signore:

i poveri ascoltino e si rallegrino.

Magnificate con me il Signore,

esaltiamo insieme il suo nome.

Ho cercato il Signore: mi ha risposto

e da ogni mia paura mi ha liberato.

Guardate a lui e sarete raggianti,

i vostri volti non dovranno arrossire.

Questo povero grida e il Signore lo ascolta,

lo salva da tutte le sue angosce.

Colletta

O Padre, che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente la nostra redenzione, concedi al popolo cristiano di affrettarsi con fede viva e generoso impegno verso la Pasqua ormai vicina. Per il nostro Signore...

Oppure:

O Dio, Padre buono e grande nel perdono, accogli nell'abbraccio del tuo amore, tutti i figli che tornano a te con animo pentito; ricoprili delle splendide vesti di salvezza, perché possano gustare la tua gioia nella cena pasquale dell'Agnello. Egli è Dio...