Traccia di comprensione per Es 14,15-31; Ef 2,4-10; Gv 11,1-53

don Raffaello Ciccone

V domenica di Quaresima (Anno A) (10 aprile 2011)

Lettura del libro dell'Esodo 14,15-31

La notte incomincia per gli ebrei in fuga con uno spavento insopportabile poiché: "Gl'israeliti alzarono gli occhi: ecco gli egiziani muovono nel campo dietro di loro. Allora gli israeliti ebbero grande paura e gridavano al Signore" (14,10). Questo è l'antefatto. Il popolo d'Israele alza a Dio le proprie urla dicendo: "Perché ci hai portati a morire nel deserto?" (v 11).

Dio celebra la vittoria sul male e dà la vita al popolo. Mose è l'interprete della volontà di Dio ed è il mediatore ubbidiente, che opera con responsabilità, poiché Dio è fedele e di Lui ci si deve fidare.

Il racconto vuole garantire il popolo dell'intervento straordinario di Dio poiché, da ora in poi, questa liberazione sarà la soglia del tempo nuovo rispetto alla schiavitù. E tutti potranno ritornarvi con la memoria per scoprire la generosità e la forza di Dio per la gente che ha scelto e che lo segue.

Viene qui ricordata la colonna di fuoco e la nube che si interpone tra il suo popolo e il campo degli egiziani. È la notte della paura, dell'oscurità perché nessuno più vede l'altro e l'acqua e il vento si affrontano come in un duello: il vento è mandato da Dio e l'acqua è il caos che ostacola il cammino.

Il Signore ricostruisce l'ordine e l'armonia dove c'è paura e angoscia. Egli abbandona al caos colui che ha provocato oppressione e morte. Il racconto svela alcune sottolineature del Dio creatore che salva e porta la vita del mondo. L'episodio, che diventerà l'avvenimento fondamentale del credo ebraico, e che alimenterà la speranza per ogni ebreo, lungo la storia, farà dire: "Come ci ha liberati una volta, con mano potente, dai nemici, così ci libererà ancora", non pone certamente le basi di un fatalismo in cui basta pregare e tutto si risolve. L'intervento di Dio deve unirsi alla mediazione di ciascuno, del popolo. In questo caso si unisce all'operosità di Mosé perché ogni miracolo è sempre collaborazione e dialogo: la fede, da una parte, e alcuni gesti che rendono possibile il passaggio da una situazione all'altra. Mosé sostiene, organizza, interviene con il suo bastone sull'acqua che si apre e si chiude per la forza di Dio per lasciar passare i disarmati e cancellare i violenti.

Lettera di san Paolo apostolo agli Efesini 2,4-10

Scrivendo agli Efesini, S. Paolo rilegge la condizione di ribellione e di morte in cui tutti, "noi stessi compresi" abbiamo vissuto: "Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati, nei quali un tempo viveste, alla maniera di questo mondo... Anche tutti noi, come loro, un tempo siamo vissuti nelle nostre passioni carnali seguendo le voglie della carne e dei pensieri cattivi: eravamo per natura meritevoli d'ira, come gli altri" (vv 2,1-3). Eravamo impossibilitati a riprendere l'esistenza perché totalmente vinti dal male. Ma il Signore, ricco di misericordia, ci ha amati e ci ha fatti rivivere in Cristo.

Con la vita ci ha dato la gloria della risurrezione, a somiglianza di Gesù, e ci ha fatti eredi di una potenza e di un potere così grandiosi che solo Dio può avere. E siamo stati scelti a sedere sul trono dei cieli in Cristo Gesù, per essere giudici del tempo e degli uomini.

Egli ci ha costituiti modello ed esempio della sua bontà, segno della gratuità di cui Dio è generoso donatore.

In conclusione, abbiamo ricevuto, nel creato, una vocazione particolare "creati per le opere buone" (v 10) che Dio ha preparato e preordinato perché noi le praticassimo.

Perciò siamo inviati ad essere modello di speranza attraverso il nostro comportamento che viene dalla forza del Signore.

Potremmo dire che attraverso noi il Signore offre speranza di cambiamento e stili nuovi: ci ha creati per essergli di aiuto nel mondo, aiuti visibili. Ritorna qui il valore della collaborazione per la costruzione di un mondo che Dio ha fatto da solo, ma che per salvare ci chiama ad una collaborazione paziente e generosa con le persone fragili che tuttavia egli lega a sé con un amore profondo e unico. Da qui allora il significato della libertà come ricerca di senso, dell'amore come responsabilità che ci apre a Dio, della fortezza e giustizia come virtù che facciano intravvedere ciò che davvero conta e ciò che può fare grande ogni persona.

Non potremo, però, avanzare pretese davanti a Dio. Saremo solo i segni della magnificenza, della lode, della liberazione, dell'amore disinteressato e appassionato di Dio che fa nuove le cose.

Lettura del Vangelo secondo Giovanni 11,1-53

II Vangelo di Giovanni racconta la risurrezione di Lazzaro. Egli è il segno concreto della gloria di Dio e l'avvenimento in cui si manifesta in modo profondo la partecipazione alla sofferenza umana di Cristo di fronte alla morte, ma anche l'unico personaggio che finalmente lotta contro la morte nel mondo. Egli ha una scelta sola: quella della vita. E di fronte alla morte Gesù pronuncia la parola della risurrezione.

Il dialogo iniziale di Gesù con i discepoli, fermo anche se sconcertante, mostra

irremovibilità per un amico malato e richiama solo la gloria di Dio. Ma non si affretta. Egli permette che la morte faccia il suo corso, perché, alla fine, si capisca che sono la forza di Dio e la sua figliolanza con il Padre, di cui ha immensa fiducia, che compiranno il prodigio. Finalmente Gesù torna a Betania e Marta gli va incontro: ella porta nel cuore la morte, anche se gli amici la consolano. In fondo, rimprovera il silenzio, la lontananza di Gesù e la sua insensibilità. Marta tuttavia sa che Dio concede tutto ciò che Gesù chiede e sa che suo fratello risorgerà alla fine del mondo.

Gesù invece riporta la vita piena nel presente. E' Lui la vita e la risurrezione e ripete così "lo sono" che Giovanni riprende continuamente come richiamo alla divinità di Gesù, nella piena comunione con Dio Padre (Jahvè: IO SONO). Se Marta risponde con una professione di fede propria della comunità in attesa, Maria, che arriva subito dopo, rappresenta il dolore senza speranza e senza prospettive. Al contrario, Gesù vive questo momento in modo sereno anche se accorato.

Gesù freme dentro di sé e condivide con il pianto la tragedia della sofferenza umana e della morte stessa; e tuttavia egli mostra di essere venuto a vincerla, offrendo la pienezza della vita. Se ne accorgono del pianto di Gesù e lo interpretano come amore, ma Gesù è ugualmente sotto accusa! "Perché non ha usato prima la sua forza?" E tuttavia Gesù, in mezzo a diffidenze e perplessità, si avvia a manifestare la gloria di Dio e chiede di fidarsi di lui. "Togliete la pietra". Gesù affronta la lotta più grande per un amico e anticipa così, attraverso una risurrezione temporanea (Lazzaro sarebbe ancora morto, un giorno, come tutti noi), il dono della vita eterna che acquisterà per sé e che offrirà poi, come garanzia, ai suoi amici.

La preghiera al Padre, finalmente, esprime il mondo di gioia, di ringraziamento e di novità nel cuore di Cristo. Poi viene la liberazione di Lazzaro dalla morte e dalla paura della morte. Cosi ogni uomo, finalmente, può offrire tutto il suo cuore senza timore, libero per una dedizione generosa e totale.

II miracolo è avvenuto per la mediazione della fede di Maria e di Marta, sorelle di Lazzaro. Queste hanno mostrato fiducia in Gesù. Pur lontanissime dall'idea di una restituzione, nel dialogo si sentono fiduciose in Gesù e riconoscono la sua autorità e la sua amicizia. Il credo delle sorelle è ancora fragile poiché non è filtrato attraverso la morte e la risurrezione di Gesù, ma è l'inizio di un cammino di speranza. "Io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio che deve venire nel mondo" (v 27). In fondo anche la nostra fede mantiene lo stesso spessore: sappiamo di Gesù risorto ma non sperimentiamo la sua potenza. Forse riusciamo di più a capire le sue lacrime e meno il coraggio di urlare; "Togliete la pietra".

La nostra fede ha bisogno di camminare con fiducia e di crescere, poiché continuiamo a sentire le stesse domande di Marta e Maria e degli amici che nascondiamo nel cuore: "Dov'eri? Perché non sei intervenuto?"