Traccia di comprensione per Es 34,1-10; Gal 3,6-14; Gv 8,31-59

don Raffaello Ciccone

III domenica di Quaresima (Anno A) (27 marzo 2011)

Lettura del libro dell'Esodo 34, 1-10

Abbiamo letto il racconto di un secondo ritorno di Mosè sul Sinai. Disceso dal monte, la prima volta, con le tavole incise che dovevano essere il trionfo della fedeltà e la conferma della preferenza di Dio per questo popolo, nel campo degli Israeliti è avvenuto l'inimmaginabile: orge, costruzioni di idoli con l'oro di famiglia portato dall'Egitto, rifiuto dell'autorità di Mosè, guerra interna che si scatena per avere una vittoria o un predominio.

Mosè vince una vera battaglia, compiendo con i suoi un massacro di ribelli.

Ma, a questo punto, è convinto che la sconfitta più terribile se l'è procurata davanti a Dio. E' convinto del rifiuto di Dio, della lacerazione di un'alleanza prefigurata. E' convinto di non avere futuro e di doversi preparare ad un destino di abbandono e di morte nel deserto.

E invece Mosè (Es. 34,4-10) è invitato da Dio a ritornare sul monte. Dio vuole rifare una copia della prima legge che era andata distrutta nella disperazione di un tempo senza futuro.

Le prime tavole erano state opera di Dio, scritte da Dio e donate (32,16).

Qui Dio non recede e accetta di scrivere ancora una seconda volta la legge ma le nuove tavole di pietra debbono essere preparate da Mosè stesso: la legge nasce è si propone in collaborazione.

Il Signore mantiene la misericordia con fedeltà e amore; e questa è la sorpresa per tutti, ma soprattutto per Mosè, che sta imparando a conoscere Dio. E infatti Dio gli si ferma accanto, nascosto e palese ("scese nella nube" v.5) e si proclama per ciò che Mosè deve capire sulla identità di Dio stesso. Il Signore, infatti, è fondamentalmente "misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di fedeltà". Questa proclamazione è rivelazione di Dio, gioiosa intuizione per Mosè che ormai si sente legato al suo popolo e quindi solidale, nel bene e nel male; e tuttavia pienamente unito a Dio e all'esigenza di fedeltà. La misericordia del Signore fa intuire una profondità di legame e di coinvolgimento impensabile. Così Mosè, che teme di restare solo e angosciato in questa scelta di solidarietà, scopre che è possibile riprendere una speranza grande e un progetto interrotto.

Questo Dio fa prevalere il perdono anche se continua, nella giustizia, la punizione. Ma il favore e il perdono stanno come 1000 e 4.

Mosè accoglie e "si curva in fretta fino a terra" (v.8) e riprende la sua preghiera di intercessione. Chiede che "il Signore cammini in mezzo a noi, che perdoni la nostra colpa e ci faccia sua eredità ". Si ritrovano continuamente uniti il richiamo del cammino vittorioso, la protezione della presenza divina, la gloria di essere custodi ed eredi nella scelta di Dio (Deut. 4,20; 9,26.29). Mosè comunque, fino in fondo, si sente mediatore e fa le scelte preziose di solidarietà con il popolo, a somiglianza di Gesù.

Mosè prende su di sé il peccato del popolo (nostra colpa) anche se, nel tempo del peccato della sua gente, è lontano e rimane, per 40 giorni, al cospetto di Dio stesso sul monte.

Lettera di san Paolo apostolo ai Galati 3, 6-14

S. Paolo, nella lettera ai Galati, parla della fede di Abramo. Fede e giustizia vanno insieme connesse. Un uomo è "giusto" perché crede, non solo perché osserva la legge. E questa osservazione fa dire all'apostolo che solidali con Abramo sono i credenti e quindi anche i pagani che accettano con fede il messaggio cristiano senza passare attraverso le opere della legge.

Paolo, in tal modo, si preoccupa di ritornare alla riflessione tra legge e fede e ci richiama al metodo della interpretazione della Scrittura;

* Chi fa quanto è comandato vi trova la vita (Levitico 18,5).

* Chi non fa tutto quello che è prescritto nel libro della legge incorre nella maledizione (Deut. 27,26).

* Evidentemente l'umanità non riesce a rispettare tutte le norme della legge per cui essa è caduta sotto la maledizione.

* Chi può salvare è solo Gesù, il redentore dei maledetti: si è fatto egli stesso maledetto poiché è stato confitto in croce (Deut. 21,23: i crocifissi erano maledetti).

* Gesù, morto e risorto, recupera ogni benedizione per tutti poiché in lui, maledetto, si è consumata la morte. La risurrezione è il nuovo mondo in cui Dio esprime le promesse, lo Spirito, la fede.

Lettura del Vangelo secondo Giovanni 8, 31-59

S. Giovanni pone il tema del confronto tra Gesù ed Abramo (che qui è ricordato 8 volte). Il discorso si divide in tre parti:

* 8,31-41a: Gesù imposta il tema della libertà mediante la verità (del Figlio) e la discussione nel confronto della libertà dei giudei che, dicendosi figli di Abramo, si sentono già liberi.

* 8,41b-47 legato alla parola-aggancio: Padre, ha per tema la paternità di Dio o di Satana.

* 8,48-59 il testo passa dalla paternità dei giudei alla paternità di Gesù.

Gesù ripropone le vere scelte di chi crede in Lui. Non basta essere nati da una stirpe eletta. Bisogna mettere in pratica ili messaggio che viene offerto a questo popolo.

Di fatto si può dar credito a Gesù e credere in lui senza trarne la conseguenza.

Il messaggio di Gesù porta alla libertà che viene da Dio. Ed essere figli di Dio significa dimostrarlo nella condotta. Chi invece è bugiardo e omicida ha come padre il nemico dell'uomo, E infatti vogliono ucciderlo sotto il pretesto religioso perché adempie le autentiche opere di Dio. Egli è verità e dà una vita nuova, molto più grande di quella della razza e della

discendenza: è una vita che non conosce fine, è definitiva, rende tutti uguali, nella stessa dignità, indipendentemente dalla nascita.

Il testo è fortemente polemico, con una discussione serrata tra Gesù e i giudei. Praticamente ogni rapporto di accoglienza e di comprensione si tronca poiché Gesù sempre più si fa datore della vita: "Non vedrà mai la morte chi compie il mio messaggio" (51). Egli è considerato "pazzo e samaritano" poiché interpretano che Gesù parli della liberazione della morte fisica. Si appellano alla grandezza di Abramo e dei profeti solo per dire che sono morti anche loro (essi non hanno una vitalità ma sono collocati nel passato).

Gesù dice invece che Abramo aveva avuta notizia del giorno del Messia: "Vide il mio giorno e ne gioì" (56). La risposta non intravede il profilo Messianico e ritorna alla banalità dell'età biologica di Gesù', provocando la proclamazione più clamorosa e scandalosa: "Prima che Abramo fosse, lo Sono" (58). Nel mondo rabbinico si affermava che prima della creazione Dio aveva concepito il progetto di varie realtà fra cui la legge, Israele e il Messia.

I giudei si sentono autorizzati a giudicarlo immediatamente un bestemmiatore e quindi meritevole di morte (tentativo di lapidazione: 8,59).

Si contrappongono così due figliazioni: da una parte la figliazione abramitica che non sorge dalla nascita ma dalla fede, dal "rimanere in Gesù", dalla grazia ed ha qualità gioiose ed esaltanti: la libertà, la verità, la vita. Dall'altra la figliazione satanica ha tragiche qualità: l'orgoglio, la schiavitù, la menzogna e l'omicidio.

Tutto il testo, che incomincia con un dialogo con "quei Giudei che gli avevano creduto", si risolve in un disastro. Poiché questa fede non si è maturata nella fiducia, nella pazienza e nella fedeltà a Cristo.

A questa mancanza di accoglienza che disorienta corrisponde la volontà di morte.

Gesù aveva scacciato dal tempio la gente perché profanava la casa del Padre (2,15). Adesso il Padre non è più nel tempio che è occupato da assassini e bugiardi e perciò Gesù esce dal tempio.