Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli

Ileana Mortari - rito ambrosiano

III domenica di Quaresima (Anno A) (27 marzo 2011)

Il brano evangelico odierno ci presenta una delle polemiche più aspre che troviamo nel Nuovo Testamento tra Gesù e i suoi avversari.

Il Nazareno è salito a Gerusalemme, alla Festa delle Capanne, che durava una settimana e ricordava i gesti prodigiosi compiuti da Dio nel deserto a favore del suo popolo, in fuga dall'Egitto; grandi luminarie venivano accese in tutta la città a ricordo della colonna di fuoco (segno della presenza di Dio) che aveva guidato gli Ebrei durante l'esodo.

Al terzo giorno Gesù, che in precedenza aveva già compiuto alcuni "segni" (miracoli) attestanti la sua divinità, si mette ad insegnare nel recinto sacro del tempio, come erano soliti fare i profeti, e dice esplicitamente di sé: "Io sono la luce del mondo", cioè il rivelatore ultimo e definitivo inviato da Dio.

Molti credettero in lui (come dice Giovanni al v.30), ma molti altri, ritenendolo bestemmiatore e violatore del sabato, avevano già messo in atto vari tentativi per catturarlo e ucciderlo.

Ora siamo a un punto cruciale. Gesù parla a "Giudei che avevano creduto in lui" (v.31); perché questo verbo al passato? Con ogni probabilità qui si riflette la drammatica situazione in cui vennero a trovarsi i giudeo-cristiani della comunità giovannea dopo il 90, quando iniziò una vera e propria persecuzione da parte dei Giudei verso i seguaci di Gesù, espulsi dalla sinagoga, accusati di eresia e tradimento di Mosè e del monoteismo ebraico e anche fortemente discriminati sul piano giuridico e sociale. Il punto più controverso era proprio il riconoscimento di Gesù come figlio di Dio e molti cristiani erano dubbiosi e incerti, o addirittura tentati di abbandonare la comunità e tornare al giudaismo.

Così, nella ricostruzione di questo dialogo tra Gesù e alcuni Giudei, Giovanni offre precise indicazioni per sottoporre a verifica la propria sequela del Signore, valide non solo per i suoi contemporanei, ma per tutti coloro che si sarebbero detti "cristiani".

Il punto di partenza, e un po' il perno di tutto il discorso, è il riferimento alla Parola: occorre anzitutto accoglierla e ascoltarla, ma poi anche osservarla, custodirla e rimanervi fedeli, così come Gesù stesso osserva la parola del Padre (cfr. il v.55).

Allora sarà possibile conoscere la verità, che in senso giovanneo non è quella genericamente intesa come esattezza o obiettività, ma la rivelazione su Gesù il Cristo: la sua origine da Dio e il suo significato di salvezza per tutti gli uomini. E questa verità smaschera il male che c'è nell'uomo e libera il bene che vi è prigioniero, così da restituire l'uomo a se stesso e alla sua dignità di figlio di Dio.

Ma i Giudei, anziché "ascoltare" Gesù, si arroccano sulle loro posizioni, sono sicuri di se stessi, orgogliosi della loro discendenza etnica da Abramo e si ritengono figli di Dio perché, a loro dire, non sono mai stati idolatri né hanno mancato di fedeltà all'alleanza.

Così dicono, appunto "a parole". Ma di fatto, di fronte all'Inviato da Dio, ai suoi "segni" e alle sue parole di verità, hanno provato solo rabbia e fastidio, tanto che già più volte hanno cercato di toglierlo di mezzo.

E ora, non potendo accusare Gesù di "peccato", cioè di infedeltà alla sua missione, non trovano di meglio che offenderlo dandogli del samaritano, dell'indemoniato e del presuntuoso ("Chi pretendi di essere? Uno più grande di Abramo?" - cfr. v.53)

Gesù non tace, dice fino in fondo la verità, gioca la sua ultima carta, perché è venuto a "recuperare ciò che era perduto" e tenta ancora una volta di aprire una breccia nel cuore indurito dei suoi interlocutori. Egli non ha cercato la sua gloria (come certi profeti di Samaria che si attribuivano una dignità divina), perché è il Padre suo che lo glorifica; né è mentitore, perché conosce il Padre e osserva la sua Parola; ed è superiore ad Abramo perché - afferma con grande solennità -"In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono" (v.58)

Mentre Abramo, nella cui figura è condensata tutta la speranza dei Giudei, entra nell'esistenza e fa parte del processo della storia, Gesù esiste già prima di questo scorrere del tempo e permane come il Figlio che resta sempre nella casa del Padre (cfr. il v.35). L'espressione "Io Sono", già comparsa altre due volte nel corso del dibattito, riecheggia il nome del Dio fedele svelato a Mosè (Esodo 3,14: "Io sono colui che sono"), quel Dio che ora si rivela in Gesù e in Lui compie le promesse fatte ad Abramo e ai profeti.

Ma la cecità orgogliosa e ostinata dei Giudei impedisce loro di vedere anche l'evidenza e "allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui" (v.59), ritenuto con certezza un bestemmiatore. Gesù però si sottrae loro perché non era ancora venuta la sua Ora.