Le tentazioni di Gesù

don Romeo Maggioni

I domenica di Quaresima (Anno A) (13 marzo 2011)

All'inizio del suo ministero Gesù si ferma a riflettere quale tipo di missione s'aspetti Dio Padre da lui. S'accorge che le attese di Dio sono diverse da quelle degli uomini, sia del popolo d'Israele sia di ognuno di noi anche oggi.

Poste all'inizio di questa quaresima, le tentazioni di Gesù e le sue risposte costituiscono una contestazione alle nostre attese riguardo a Dio e, più profondamente, all'idea che abbiamo di Dio.

Proprio questo significa la verifica quaresimale del nostro battesimo, per giungere a Pasqua con una sua ratifica più vera e più.. gioiosa!

1) Non solo di pane

Israele nel deserto era preoccupato del cibo e della sussistenza. Il Signore gli aveva provveduto con la manna, con la carne delle quaglie, con l'acqua scaturita dalla roccia. Ma assieme - ogni volta - aveva affiancato il richiamo alla fedeltà all'Alleanza, all'obbedienza alla Legge data da Mosè, perché in questa adesione stava la sua sopravvivenza come popolo di Dio.

Gesù, nuovo e fedele Israele, rivive le medesime tentazioni: "Di' che queste pietre diventino pane"; ma sceglie non di fermarsi alla preoccupazione del solo pane materiale, ma di aprirsi alla parola di Dio: "Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio". Altrove dirà: "Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera" (Gv 4,34).

Anche noi siamo continuamente tentati di rinchiuderci alla sola ricerca del benessere materiale e del consumismo e riporre nella salute del corpo, nello sviluppo economico e tecnico tutta la nostra attesa e la nostra sicurezza. Ma - ricorda il Signore - ben più grande è la tua fame, o uomo, ben più profondo è il tuo bisogno interiore, e quindi ben più alta è la tua riuscita e soddisfazione. Apriti a Dio, alla sua Parola, al suo disegno, perché sei fatto per Dio, per il cielo, non per la terra. "Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te" (sant'Agostino).

2) Non metterai alla prova il Signore

Israele nel deserto, pur aiutato da Dio, sovente mormorava contro di Lui. Un giorno era senz'acqua, ricorse a Mosè con tale violenza che questi si spaventò. Gli chiesero in modo radicale: "Il Signore è in mezzo a noi sì o no?". Dio, pur non negando la sua Provvidenza, metteva un po' alla prova il suo popolo con qualche rischio, perché desiderava si fidasse di Lui anche nei momenti della prova. Dio non vuol essere il tappabuchi del momento, che corre a soddisfare ogni nostro bisogno o capriccio. Questo si chiama "religione",... non "fede"!

Gesù anche lui è tentato di usare della propria potenza divina per il successo della sua missione. "Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra". Gesù risponde a satana: "Non metterai alla prova il Signore Dio tuo", cioè non pretendere miracoli, sta al suo disegno, fidati di Lui. Lui stesso ci insegnerà a pregare: "Sia fatta la tua volontà" (Mt 6,10). Nella sua missione di Messia non usò mai del suo potere divino per ottenere successo o per sbaragliare i nemici, né al Getsemani né sulla croce, dove anzi disse: "E' compiuto!" (Gv 19,30). Una docilità al Padre fino alla morte.

Anche noi siamo tentati di usare Dio per i nostri interessi, per le nostre mire e i nostri programmi. Molta parte della religiosità contemporanea sta deviando verso forme meschine di magia e superstizione, con le quali vuol carpire il potere o il segreto di Dio per il proprio tornaconto. Nello stesso errore finisce anche molta nostra religiosità, quando si ferma al proprio interesse e non si fida di Dio, o abbandona le sue vie quando le trova diverse dalle proprie. Non capita di dire anche noi: Mi è accaduta questa malattia, questa disgrazia...: il Signore c'è o non c'è? Aver fede è credere che Dio vede e vuole il mio bene più di quello che io non veda e voglia di me. Val la pena di lasciar fare da lui, senza imporgli nostri schemi e ritmi.

3) Il Signore, tuo Dio, adorerai

Israele s'aspettava da sempre un Messia che fosse un re potente, capace di sbaragliare i nemici e fare di questo popolo una potenza vasta quanto il mondo intero. Più di una volta il Signore aveva castigato questa presunzione, col costringerlo all'esilio, con la distruzione di Gerusalemme, con la perdita d'ogni autonomia politica. Ancora al tempo di Gesù l'aspettativa era per una rivoluzione politica e per una liberazione dal giogo romano. Per questo Gesù fu sempre prudente nel rivelare la sua missione di Messia.

Forse anche Gesù poté sentire il fascino del successo e del potere; satana gli mostrò tutti i regni della terra e gli disse: "Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai" - "Il Signore, tuo Dio, adorerai, rispose Gesù, a lui solo renderai culto". Non ci deve essere alcuna idolatria né del potere né del prestigio né del possesso. Io, Gesù, non sono venuto a conquistare il mondo con le armi, ma con l'amore. La missione di Gesù è in tutt'altra linea: "Il mio Regno non è di questo mondo" (Gv 18,36). Egli sapeva che l'immagine vera del Messia l'aveva data Isaia rievocando il Servo Sofferente che si sacrifica per la salvezza di tutti.

Quanta idolatria del potere e del prestigio c'è in noi uomini: idoli ai quali sacrifichiamo tutto! Tutte le guerre, tutte le divisioni, tutte le violenze nascono proprio da questa idolatria. Anche all'interno della nostra vita di Chiesa, quanto è facile privilegiare strumenti di potere, mire di espansione, privilegi e puntelli umani, invece della povertà in spirito che è il fidarsi di Dio e dei suoi metodi!

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Per questo le scelte operate da Gesù rivelano qualcosa del disegno di Dio, qualcosa del suo atteggiamento e del suo modo specifico di intervenire nella storia, rivelano un volto proprio e sorprendente di Dio ben diverso da come ce l'aspettiamo. E' un Dio che non vuol imporsi con miracoli per manifestare la sua onnipotenza vincente. E' un Dio che non vuol usare la sua forza e il suo prestigio per interessi personali. Al contrario, è un Dio che segue il cammino della croce per mostrare il dono di sé.

Si apre la Quaresima. Il vero digiuno - ci dice oggi Isaia - è giustizia e carità. Più profondamente, Paolo ci invita a lasciarsi "riconciliare" da Dio. E' opera si di una iniziale nostra apertura la conversione; ma è soprattutto opera della Grazia e dei sacramenti. Più spazio alla Parola di Dio, e alla preghiera.