Traccia di comprensione per Os 1,9a; 2,7b-10.16-18.21-22; Rm 8,1-4; Lc 15,11-32

don Raffaello Ciccone

Ultima domenica dopo Epifania (anno A) (6 marzo 2011)

Lettura del profeta Osea 1, 9a; 2, 7b-10. 16-18. 21-22

Osea è il profeta che apre la serie detta dei «Profeti Minori». Predicò nell'VIII sec. a.C. in Israele, poco dopo il profeta Amos, mentre matura la rovina di quel regno scismatico del nord (721 a.C.) che si era separato dal regno di Giuda dopo la morte di Salomone (931 a.C.).

Il contesto storico vive mutamenti drammatici: le minacce assire, l'assedio e la presa di Samaria, quindi l'insicurezza e la paura, l'instabilità e il senso di abbandono. Il profeta rifiuta il culto degli dei della natura (Baal), e vive questo abbandono come un adulterio che viene fatto verso Dio. La sua predicazione attinge all'esperienza esasperante delle proprie relazioni familiari burrascose. Si è innamorato di Gomer, una prostituta sacra del tempio di Baal. Nonostante i precedenti, egli la sposa.

Nascono tre figli, ma, passati alcuni anni, essa riprende la sua vita depravata, tornando agli antichi amori. Osea, angosciato, sente di essere diventato l'immagine concreta ed evidente del Dio d'Israele, tradito dal suo popolo. Così quel Dio che è stato chiamato il Liberatore, il Pastore, l'Alleato, per la prima volta è chiamato Sposo. È un'immagine ardita, che obbliga a ripensare a rapporti nuovi, di profonda intimità e amore. Il profeta rilegge la storia di Israele: la solitudine dell'Egitto, l'innamoramento gratuito della sposa disprezzata e schiava, il fidanzamento nel deserto. Così si intrecciano storia e simboli mentre la sposa fiorisce in bellezza e riceve infiniti doni dalla terra su cui è stata collocata. E tuttavia non sa riconoscere colui che è veramente innamorato di lei e si

allontana, perdendo la testa dietro alle altre divinità del territorio.

Osea vive la sua tragedia e immagina che l'unico modo per superare l'angoscia sia quello di dimenticare: cacciare di casa la moglie infedele, farle mancare tutto il necessario, abbandonarla a se stessa e perciò liberarsene. Ma Osea si rende conto che è impossibile dimenticare e insieme scopre quanto sia impossibile a Dio dimenticare Israele. La tattica del castigo non porta a nulla e Osea decide di umiliarsi davanti a Gomer per riconquistarla. Così i versetti dal 16 al 22 raccontano i progetti del nuovo fidanzamento sia di Osea sia di Dio. Il verbo che viene usato per annunciare le

nuove nozze con Israele (usato nella Bibbia 11 volte) è riferito alle ragazze vergini. Dio è capace di dimenticare il male e restituisce lo splendore della verginità alla prostituta. E il regalo di nozze di Dio è costituito da cinque doni: la giustizia, il comportamento corretto, l'accoglienza che porta misericordia, l'amore e la fermezza nella fedeltà allo sposo.

Quando verrà Gesù, Egli si dirà lo sposo che porterà i doni preziosi e unici della fedeltà di Dio fino alla morte. Egli è l'Agnello e la Chiesa sarà la sua sposa (Ap 21,9).

Lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8, 1-4

San Paolo, sviluppando nel capitolo 8 una riflessione sulla vita cristiana: "La vita secondo lo Spirito" (Rom 8,1-39), lo divide in tre parti:

8,1-13 "La vita secondo la carne e la vita secondo lo Spirito" ( da qui i versetti del testo); 8,14-30 "Figliolanza divina e gloria futura";

8,31-39 "Inno all'amore di Dio".

L'apostolo vuole approfondire il significato della fede in Gesù che ci dona lo Spirito. In ciascuno di noi afferma, appartenendo al corpo morto e risorto di Gesù, (7,4). avviene una trasformazione.

La legge di Mosé è, di per sé, giusta, santa; educa al bene. Ma in noi scopriamo più forte la legge del peccato che ci conduce verso il male: "Vedo ciò che è giusto, lo voglio eppure faccio il male che detesto" (7,15). "Chi mi libererà da questo corpo di morte?" (7,24). Sarà Gesù che libera. Egli ci fa passare al dominio di Dio e lo Spirito offre la sua legge (8,2). Questa trasformazione è possibile poiché Gesù ha preso la nostra stessa carne mortale. Le nostre debolezza e peccaminosità sono state, esse stesse, come la nostra carne, trasferite in Lui, il Giusto, il Santo.

Morendo, la sua carne e il male che ha preso su di sé sono stati distrutti nella morte. In lui prende possesso, come in noi, lo Spirito del risorto. Così da Gesù ereditiamo nuovi stili e valori che inglobano ancora, e insieme superano, l'eccezionale sapienza della Prima Alleanza, "la giustizia della legge" (8,4). Il superamento, per l'unione a Cristo, mediante la fede, si riassume nel comandamento dell'amore. "La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità" (13,10 vedi anche Gal 5,14 e già Mt 22,40.).

Ora viviamo nella pienezza della maturità e accogliamo, nello Spirito, la ricchezza finale di Gesù che completa ciò che Dio, lungo i secoli, aveva detto, educando il suo popolo. Come cristiani, siamo continuamente richiamati a vivere la forza della presenza dello Spirito che abita ogni giorno in noi e stabilisce alleanza e comunione con Dio e con Gesù. Perciò nella quotidianità dovrebbero sparire, o almeno ridimensionarsi, la paura, il pessimismo, la rassegnazione.

Lettura del Vangelo secondo Luca 15, 11-32

Il testo può essere compreso meglio se lo si collega alle prime righe del cap.15. Esse, infatti, danno il vero significato della parabola del Figliol prodigo, oltre quelle della pecora smarrita e della dramma ritrovata.

Gesù, nel vangelo di Luca, racconta queste tre parabole, e, in particolare la terza, poiché sta svelando l'amore di Dio verso "i pubblicani e i peccatori" e sta rispondendo alle mormorazioni dei giusti: i farisei, i teologi, i cultori della legge che rifiutano l'accoglienza e la misericordia di Gesù, così sfacciata e così scandalosa. Perciò queste parabole non sono rivolte ai peccatori. Quando nel Vangelo si dice "Egli disse loro" (v 3) significa che Gesù affronta i perfetti, i puri: sono loro coloro che pretendono di conoscere Dio e la sua giustizia. A loro Gesù parla e dice: "Ecco, con il loro rifiuto verso chi sbaglia, i giusti e i puri mettono addirittura a rischio il loro rapporto con Dio e ne deformano la conoscenza, come il fratello maggiore".

Questa lettura è particolarmente evidente nella seconda parte della parabola del figliol prodigo, che pure è un racconto splendido ed esaustivo. Ma nella seconda parte acquista un rilievo fondamentale l'atteggiamento del fratello maggiore, come posizione precisa e scandalizzata dei giusti.

Il figlio più giovane di un ricco possidente pretende la sua parte di eredità. A lui che è secondogenito spetta un terzo dei beni mobili mentre il patrimonio immobiliare spetta integralmente al primogenito (Deut 21,17; Lev 25,23 e ss). Al padre, comunque, resta l'usufrutto di tutto ciò che ha, fino alla sua morte.

Il padre non fa nessuna resistenza e divide le sostanze tra i due figli. Il figlio più giovane va in un paese lontano, tra i pagani, visto che usano pascolare i porci. Vive senza una linea morale se non quella del capriccio, del gusto, dell'interesse, dell'emotività, dell'esibizionismo, dello sciupio. La ricerca dei piaceri, di falsi amici e di aberrazioni sessuali si concludono non solo per nausea ma anche per esaurimento di risorse economiche. Alla fine, per poter campare, questo giovane spensierato deve adattarsi al primo lavoro che capita e che risulta degradante poiché deve pascolare animali impuri, senza, tra l'altro, la possibilità di ricuperare possibilità di vita. Il ragazzo, finalmente, "rientra in sé", il che non vuol dire che si pente ma, stretto dal bisogno, riesce a capire

d'aver impostato una linea di vita totalmente sbagliata e inconcludente. Il ricordo della vita ordinata, del benessere di casa, dell'accoglienza e del rispetto di cui era egli stesso onorato gli fa prendere la decisione di tornare comunque, calpestando anche l'orgoglio. Scopre che il problema che gli si pone è quello della sopravvivenza. E, fondamentalmente, ha fiducia di un padre che lo saprebbe accogliere, almeno così spera, sapendo certamente porre alcune sue condizioni: di resa: "Non più la considerazione di figlio, ma il lavoro come un salariato" ecc.

La descrizione del padre è riassunta in cinque verbi: "Il padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e continuò a baciarlo" (v 20). E al figlio a cui anche i porci hanno negato le carrube, dona una veste lunga (la più bella), l'anello al dito (il sigillo dell'autorità sui servi e sui beni del padre), i sandali ai piedi (è l'uomo libero; gli schiavi camminano scalzi).

La festa è il segno della gioia in cui il padre ripropone il figlio al vertice della sua pregressa dignità, con un atto completamente gratuito in cui non viene verificato assolutamente la presenza o meno del pentimento. È il segno di un amore senza condizioni che il padre offre, senza cercare, tra l'altro, il consenso del figlio maggiore.

Questi ritorna, sfinito dal lavoro, e stordito s'informa con stupore della festa in casa sua, organizzata a sua insaputa e comunque assolutamente eccezionale. Il servo è corretto e dà le indicazioni fondamentali di comprensione. Ma a questo punto il padre deve uscire anche per il figlio fedele che rifiuta di entrare. Questi ritiene, infatti, di avere buoni motivi per dissentire. Non ha ancora scoperto il cuore del padre (non lo chiama mai così, mentre il figlio minore, ritornato, chiama il padre cinque volte quasi per riabituarsi a quell'unico elemento che gli permette di fermarsi in quella casa. Ad analizzare bene le cose, il figlio minore scopre il padre quando torna, il figlio maggiore non sa ancora scoprire il Padre, con cui ha vissuto poiché nel suo cuore ha sempre e solo considerato un padrone.

La parabola finisce qui: non si sa se il fratello maggiore sia entrato a far festa, non si sa quali rapporti siano iniziati tra i due fratelli. L'unica realtà certa è che il padre deve continuamente rieducare coloro che gli sono figli, perché scoprano in lui una paternità preziosa, profonda ed anche diversa che si manifesta per ciascuno in modo unico ed ineguagliabile.