Va', tuo figlio vive

Ileana Mortari - rito ambrosiano

V domenica dopo Epifania (anno A) (6 febbraio 2011)

L'episodio del brano evangelico odierno avviene durante una seconda visita di Gesù a Cana di Galilea, visita che si riallaccia alla prima fatta in occasione delle nozze (cfr. Gv 2,1ss). Così i due miracoli di Cana costituiscono una grande inclusione (cioè un'unità narrativa delimitata dalla presenza di un miracolo all'inizio e di uno alla fine) della prima parte del vangelo di Giovanni. In essa l'evangelista descrive la prima rivelazione di Gesù nelle tre principali regioni della Palestina: la Galilea, la Giudea e la Samaria, e alle tre categorie di persone che le abitavano: gli israeliti ortodossi (di cui è portavoce Nicodemo), gli eretici samaritani e i pagani.

Dunque, dopo Nicodemo e la Samaritana, ora incontriamo un pagano, funzionario (si pensa dell'esercito e non dell'amministrazione, visto che i primi erano pagani) del re, o meglio tetrarca, Erode Antipa, un funzionario abitante a Cafarnao, la principale città della Galilea giudaica; egli aveva un figlio ammalato, e, avendo sentito parlare delle molte guarigioni operate da Gesù, decide di recarsi personalmente da lui perché intervenga anche sul suo bambino.

Partendo da Cafarnao è necessario più di un giorno di cammino per raggiungere Cana: è un viaggio faticoso, in salita, di ben 26 km; a quei tempi, si doveva essere ben motivati per affrontarlo! E certamente lo era quell'uomo, deciso ad incontrare Gesù a tutti i costi, per ottenere la guarigione del figlio ormai moribondo.

Così avviene. Ma il Nazareno sembra opporre resistenza alla sua richiesta: "Se non vedete segni e prodigi, voi non credete" (v.48).

Perché questa risposta così strana, dura e scostante?

Poco prima Giovanni aveva riferito che, quando Gesù - trascorsi due giorni in Samaria, dopo l'incontro con la samaritana - "giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa"; il riferimento è a Giov.2,23: "Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome". Ora, tali segni non vengono descritti da Giovanni, ma forse ci si può ricollegare a Mt.21,14 e ss., che riporta, subito dopo la cacciata dei mercanti dal tempio (episodio presente anche in Giov.2, 13-22), vari miracoli compiuti dal Maestro nel tempio stesso, relativi a ciechi e storpi guariti.

L'esclamazione del Cristo, che - come si vede dai verbi al plurale - non è tanto indirizzata al funzionario quanto ai superficiali galilei, è probabilmente motivata dal fatto che i suoi segni miracolosi non vengono accolti per quello che sono: un rimando alla Sua persona e al regno del Padre, un'occasione per accrescere la fede, un modo per riconoscere l'Amore di Dio. Semplicemente la gente si ferma al lato esteriore, spettacolare, quello che ancor oggi muove le folle incuriosite ed entusiaste alla ricerca di fatti miracolistici.

Ma Gesù non è un giocoliere. I "segni" che pone vogliono essere una sollecitazione ad andare oltre, ad aprirsi alla fede con umile e confidente abbandono. La risposta che Egli dà al funzionario regio lascia trapelare l'amarezza del Nazareno per l'ottusità con cui i suoi interventi miracolosi vengono accolti: "Se non vedete segni e prodigi, voi non credete!".

Ma l'amore paterno non demorde e il pagano, ignorando la considerazione del Maestro, torna alla carica insistendo: "Signore, scendi prima che il mio bambino muoia" (v.49)

A questo punto, ecco la novità. Gesù non può restare indifferente di fronte alla sofferenza e all'angoscia del padre; e poi, proprio per questo era venuto: sanare le piaghe dei malati, consolare gli afflitti. Ma nello stesso tempo vuole evitare il rischio che l'aveva spinto a dire le parole prima riportate sui prodigi. Così compie il miracolo, ma "a distanza", chiedendo al funzionario di dargli un credito incondizionato e di affidarsi totalmente alla sua Parola: "Va, tuo figlio vive" (v.50 a).

"Gesù domanda a quest'uomo la fede nella sua parola. Era difficile, molto difficile. "Tuo figlio vive"; già, ma io non vedo niente, tu non vieni, non fai niente, come posso credere? Forse vuoi solo liberarti di me, non vuoi occuparti di questa cosa.....

E' proprio questa la fede che Gesù attende da noi. Se aspettiamo, per credere, che Gesù appaia visibilmente, la nostra non sarà fede, sarà una semplice constatazione.

Quell'uomo ha avuto la forza di credere alla parola di Gesù: non è stato fatto niente, ma Gesù ha parlato; dunque deve essere vero e sulla sua parola io cambio il mio atteggiamento, non insisto più, me ne vado come se ciò fosse vero, credendo che è vero." (Albert Vanhoye).

Il padre deve credere che il figlio può guarire senza che Gesù scenda a Cafarnao per imporre le mani su di lui. L'attività del Rabbi non si fonda su segni miracolosi o manifestazioni di grandezza, ma solo sulla fede.

"Quell'uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino" (v.50 b).

Pertanto, pur senza vedere nessun segno, né alcun prodigio, il pagano se ne va senza altra garanzia che la parola udita, proprio come Abramo: "Abramo partì, come gli aveva ordinato il Signore" (Gen.12,4); egli crede nella parola di Gesù e si avvia verso casa. Ben presto incontra i suoi servi che, venendo da Cafarnao, gli portano la bella notizia della guarigione del ragazzo e constata che essa è avvenuta proprio quando Gesù gli aveva detto "Tuo figlio vive". L'evangelista insiste nel precisare l'ora del miracolo, per mostrare l'efficacia della parola di Gesù.

Così, dopo il superamento dell'idea di un Dio potente e taumaturgo e l'apertura verso una fede fondata sulla parola, ora il pagano riconosce un Dio sorgente di vita, perché la sua parola creatrice genera la vita. E' in questo momento che l'uomo raggiunge la piena fede e comincia a conquistare altra gente sulla base della sua esperienza. "E credette lui con tutta la sua famiglia" (v.53 b)

Viene da chiedersi quale sia il miracolo più grande: la guarigione del ragazzo o la fede del funzionario?

Sì, perché questo è il vero miracolo della fede: credere senza nessun'altra garanzia, eccetto la Parola di Gesù.

La fede è davvero un fatto miracoloso, un segno dell'Amore di Dio, una rivelazione dell'Amore che è Dio. Di qui la bella beatitudine che troviamo alla fine dello stesso vangelo di Giovanni, quando Gesù dice a Tommaso, che come tanti aveva bisogno di "vedere" e di "toccare": "Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto" (Gv.20,29 b).