TESTO Lasciare l'anfora per l'acqua viva
don Lucio D'Abbraccio
don lucio d'abbraccio
III Domenica di Quaresima (Anno A) (08/03/2026)
Vangelo: Gv 4,5-42 ![]()
In quel tempo, Gesù 5giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». 8I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. 9Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. 10Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». 11Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? 12Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». 13Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; 14ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». 15«Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». 16Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». 17Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. 18Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». 19Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! 20I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 21Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». 25Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». 26Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
27In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». 28La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 29«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». 30Uscirono dalla città e andavano da lui.
31Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». 32Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». 33E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». 34Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. 35Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. 37In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. 38Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
39Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». 40E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. 41Molti di più credettero per la sua parola 42e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
C'è qualcosa di profondamente umano, e al tempo stesso sconvolgente, nell'immagine che l'evangelista Giovanni ci consegna oggi. Gesù siede sul bordo di un pozzo in Samaria. È stanco del viaggio. Il Figlio di Dio si stanca, suda, ha la gola secca sotto il sole implacabile di mezzogiorno. Non è un dettaglio di poco conto: Dio si è fatto così vicino a noi da condividerne la fatica e la polvere della strada.
È in questa vulnerabilità divina che nasce l'incontro. Una donna arriva da sola. A quell'ora insolita - «era circa mezzogiorno» -, quando il calore è insopportabile e il villaggio riposa. Le altre donne vanno ad attingere l'acqua al mattino presto, tra chiacchiere e confidenze. Lei no. Lei va a mezzogiorno per evitare gli sguardi, per fuggire i pettegolezzi. Porta sul corpo e nell'anima il peso di una storia lacerata: «cinque mariti» e una convivenza che non le restituisce la dignità perduta.
Eppure Gesù non aspetta che sia lei a fare il primo passo. Rompe il silenzio: «Dammi da bere». È Dio che mendica. Sant'Agostino, scrutando questo mistero con la sua intelligenza penetrante, scrive: «Ipse bibere petebat, qui fidem ipsius mulieris sitiebat» - Egli chiedeva da bere, lui che aveva sete della fede di quella donna (Sant'Agostino, In Iohannis Evangelium Tractatus, 15, 11).
Gesù chiede un gesto umano, banale, per aprire una breccia divina nel cuore di chi incontra. Pensiamo alla nostra quotidianità. Quante volte qualcuno ci avvicina con una scusa apparentemente banale, ma in realtà sta urlando interiormente un bisogno ben più profondo? Una madre anziana che chiama il figlio con la scusa di un problema domestico, ma in realtà muore di solitudine. Un collega che ci chiede un favore tecnico, ma ha solo un disperato bisogno di essere ascoltato per non sentirsi invisibile. Dio agisce esattamente così. Si avvicina attraverso la porta dei nostri bisogni concreti per scendere nei sotterranei dell'anima.
La donna inizialmente si barrica dietro la religione e il pregiudizio culturale: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». Anche noi alziamo muri per non lasciarci toccare. Ci nascondiamo dietro al ruolo professionale, dietro a un finto cinismo, dietro al perenne attivismo che riempie le giornate fino a scoppiare, pur di non restare in silenzio con noi stessi. Cerchiamo acqua, ma andiamo ad attingere ai pozzi sbagliati. Il successo, l'accumulo di denaro, i «mi piace» sui social, le relazioni consumate come un passatempo: beviamo da questi pozzi, eppure torniamo a casa con l'angoscia e la gola secca. Come dice Gesù senza mezzi termini: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete».
L'offerta di Cristo è radicale e senza paragoni. Egli promette un'acqua che diventa «una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna». San Cirillo di Alessandria, commentando questo versetto, ci ricorda che questa sorgente non è una consolazione poetica, ma è lo Spirito Santo stesso che viene ad abitare nell'intimo dell'uomo, trasformando la sua solitudine in una fonte per gli altri: «L'acqua viva è la grazia dello Spirito, che irriga le anime dei credenti e le rende feconde di virtù» (San Cirillo di Alessandria, Commentarii in Ioannem, II, 4).
Per accogliere quest'acqua, però, serve il coraggio della verità. Quando Gesù le dice «Va' a chiamare tuo marito», non lo fa per umiliarla davanti al sole cocente di Sicar. Lo fa perché la verità è l'unica strada verso la guarigione. Solo quando ammettiamo le nostre ferite - le dipendenze affettive o materiali che ci tengono in ostaggio, i compromessi che abbiamo normalizzato - la grazia trova una porta aperta su cui entrare. La donna non fugge, non mente, non si giustifica. Confessa la sua povertà con una semplicità disarmante: «Io non ho marito». E Gesù la loda per quella piccola, enorme onestà.
Allora accade il miracolo vero. Il testo dice che «la donna intanto lasciò la sua anfora». Abbandona, dunque, il recipiente di tutti i suoi fallimenti, il peso della sua schiavitù, e corre in città a testimoniare la gioia. Non si vergogna più della propria storia: è stata guardata fin dentro le viscere, conosciuta nei suoi peccati più oscuri, eppure non condannata, ma infinitamente amata. E una persona amata così non può restare ferma.
Lasciamo che in questa III domenica di Quaresima il Signore si sieda accanto alle nostre stanchezze, accanto ai pozzi usurati a cui continuiamo a tornare delusi. Non abbiamo paura di mostrargli l'anfora vuota della nostra vita. Lui non la giudicherà: la riempirà di quell'acqua viva che sola può dissetare il cuore dell'uomo. Che il Signore ci dia dell'acqua viva della sua grazia affinché non abbiamo più sete, e ci aiuti a non indurire il nostro cuore ma ad ascoltare la sua voce. Amen!