TESTO Commento su Is 35,1-6.8.10; Sal 145; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11
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III Domenica di Avvento (Anno A) - Gaudete (14/12/2025)
Vangelo: Is 35,1-6.8.10; Sal 145; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11 ![]()
In quel tempo, 2Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò 3a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». 4Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: 5i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. 6E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
7Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? 8Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! 9Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. 10Egli è colui del quale sta scritto:
Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero,
davanti a te egli preparerà la tua via.
11In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».
Se si volesse esaminare sul piano psicologico il dialogo a distanza tra Gesù e gli inviati di Giovanni (in carcere e destinato alla decapitazione per aver condannato il matrimonio tra Erode ed Erodiade, moglie divorziata di Filippo, e - secondo alcuni esegeti - non convinto pienamente della messianicità del Maestro: da ciò le domande della delegazione), non si potrebbe che definire “tangenziale”, in qualche modo disconfirmatoria, la risposta di Gesù. La domanda di Giovanni rimane apparentemente senza risposta. La risposta, per di più, pare indurre effetti frustranti, priva com'è di un collegamento esplicito con l'intenzione originaria intuibile dall'invocazione disperata del profeta incatenato, conscio dell'avvicinarsi della fine: “Ma sei proprio tu il Liberatore? Oppure occorre incominciare da capo una lunga attesa?”.
Eppure, nell'intenzione del Maestro, non c'è risposta più confirmatoria di quella data: ed anche più consolante. Il bisogno di rassicurazione denunciato dalle parole di Giovanni, che possono anche apparire quelle di un uomo vinto e disilluso, viene raccolto dalla psicologia attenta di Gesù nell'unico modo che può rassicurare un profeta: “Riferitegli ciò che udite e vedete”. Riferitegli cioè i segni della mia messianicità: io infatti sono venuto a guarire i ciechi, a far camminare chi starebbe sempre seduto in panchina, a far udire i sordi, a guarire i malati, a resuscitare i morti, ad annunciare ai poveri la liberazione, non nell'al di là, ma qui e ora, perché il Regno è loro, è dei perseguitati, dei derubati di un salario equo, delle madri che piangono sulla tomba del figlio, delle vedove e degli orfani. Dei poveri, non dei ricchi.
Bella la figura di Giovanni, che scalciava nel ventre di Elisabetta, durante l'incontro con Maria incinta di Gesù, ad Ain Karem. Un profeta. Come ogni profeta capace di mettere nel bilancio della propria esistenza l'emarginazione e anche il carcere per la radicale consequenzialità delle proprie azioni con la propria fede e per saper cogliere sempre i “segni dei tempi”. Proprio per questo non è necessario che il Cristo risponda direttamente e affermativamente a Giovanni: i “segni” rappresentano già una risposta eloquente per chi è abituato a coniugare nella propria vita profezia e storia.
L'espressione “segni dei tempi” risale ai Vangeli. Ai farisei che volevano metterlo alla prova, pretendendo da lui un “segno” miracoloso, Gesù replicava: “Quando si fa sera, voi dite: Bel tempo, perché il cielo rosseggia; e al mattino: Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo. Sapete dunque interpretare l'aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi?”(Mt 16,2-3). E papa Giovanni, che dalla lettura certo non integralista né disincarnata della Parola sapeva sempre trarre conseguenze imprevedibili, inserisce questa categoria dei “segni dei tempi” nella “Pacem in terris”, la quale si presenta così come l'enciclica non dello sviluppo, ma della liberazione. I “segni” diventano con papa Giovanni, e poi con il Concilio, una categoria teologica; il mondo e la storia diventano il “luogo” teologico in cui la Parola del Signore si rivela e trova la sua concretezza e la sua fecondità liberante. Se la storia - come ci insegnano i tempi tristissimi che stiamo vivendo, frequentati da “padroni” tronfi e collusi - è luogo di peccato e di morte, perché è in essa che si manifesta il dominio di alcuni esseri umani su altri esseri umani, è nella storia che si attuano la redenzione e l riscatto. Ora, non nel futuro. Anche perché nel futuro confluiscono sempre il passato e il presente, allo stesso modo con cui nei processi di cambiamento, anche rivoluzionari, entra sempre la tradizione che, disperdendosi in essi, viene in qualche modo salvata.
A ben vedere, i “segni dei tempi” che caratterizzano il divenire storico sono i segni di una liberazione in atto. “I ciechi vedono... La salvezza (l'evangelo) viene annunziata ai poveri...”. Gesù non propone un sogno, ma la verifica del sogno. Ai poveri non chiede di avere pazienza perché in futuro saranno ricompensati per le ingiustizie che oggi devono subire dai loro biechi dominatori. Al contrario, egli, annunciando loro la salvezza che è sinonimo di liberazione, li invita a essere parte attiva, di contrasto, a queste ingiustizie. Noi abbiamo spesso utilizzato i “Beati i miti” dell'evangelo come categoria ideologica per giustificare - o almeno per lasciar passare sotto silenzio - le sopraffazioni e i soprusi dei potenti e dei Governi che da essi sono creati e dominati, sulla pelle dei poveri e degli oppressi. Essere “miti” significa, certo, essere ostinatamente e radicalmente nonviolenti, anche se - a onor del vero - dobbiamo ancora recuperare tutto lo spessore di questa affermazione, ma non significa essere indifferenti alla condizione delle persone, entità storiche, non astratte. È troppo comodo sterilizzare la Parola e “confezionarla” in modo tale che non urti troppo la suscettibilità degli uni, né induca gli altri a estremismi pericolosi ed eversivi: una Parola che vada bene per tutti, per Lazzaro e per il ricco senza nome che banchetta, lasciando, al più, cadere le briciole dal tavolo, per guadagnarsi il nome di benefattore; che vada bene per i governanti, di ogni colore politico, purtroppo, che investono miliardi in armi e per le migliaia di persone, tra cui molti bambini, che, con la pelle un po' più scura, attraversano il mare, e vi annegano, in cerca appunto di una liberazione. La Parola dell'evangelo è giudizio sia per i torturati che per i torturatori. Tutti dobbiamo scoprire l'invito alla conversione che ci viene da questa Parola: una conversione all'annuncio di liberazione ai poveri.
Ai poveri, Giovanni ha additato il suo Signore. Così è anche per la Chiesa. Essa deve additare il suo Signore, non porsi trionfalisticamente tra le potenze del mondo. Ce lo ha insegnato papa Francesco. Certo, anche la Chiesa, come Giovanni, potrà avere momenti di scoraggiamento e il dubbio potrà forse infiltrarsi nel suo corpo come un tarlo. Chi può vantare certezze assolute? Ciò che importa è che non sia “una canna sbattuta dal vento” e che non abiti, tentazione ricorrente, i “palazzi del re”. Ma che incessantemente continui ad additare il Cristo. Perché è lui che deve crescere, noi diminuire.
Traccia per la revisione di vita
- Quali sono per noi, coppia e famiglia, i “segni dei tempi”? Segni di decadenza o segni di liberazione?
- Leggiamo contemporaneamente Vangelo e storia?
- Che cosa ci impegniamo a fare nella nostra vita per assecondare il progetto gioioso di liberazione portato da Gesù?
- LUIGI GHIA - Direttore di “Famiglia domani”

