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TESTO Ciò che facciamo in vita riecheggia nell'eternità

don Simone Salvadore

XXXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (06/11/2016)

Vangelo: Lc 20,27-38 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Lc 20,27-38

In quel tempo, 27si avvicinarono a Gesù alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: 28«Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. 29C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. 30Allora la prese il secondo 31e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. 32Da ultimo morì anche la donna. 33La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». 34Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; 35ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: 36infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. 37Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. 38Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Forma breve (Lc 20, 27.34-38):

In quel tempo, disse Gesù ad alcuni8 sadducèi, 27i quali dicono che non c’è risurrezione: 34«I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; 35ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: 36infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. 37Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. 38Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

"Ciò che facciamo in vita, riecheggia nell'eternità".
È una frase a grande effetto del film "Il Gladiatore", pronunciata dal protagonista, il Generale Massimo Decimo Meridio nell'imminenza di un attacco di cavalleria.
Eppure sono convinto, che non rimarranno su questa terra e nel mondo che ha da venire, solo le nostre gesta, le nostre scelte, il nostro amore, come un qualcosa di esclusivamente trascendente e "fumoso".
Come afferma la nostra fede, nella realtà della risurrezione, sarà trasfigurata e salvata oltre alla nostra anima anche la condizione di esistenza attraverso la quale il nostro spirito si è potuto esprimere.
Mi viene difficile pensare ad una separazione netta, quasi strumentale tra la realtà materiale fisico, chimica e psichica che conosciamo, rispetto alla realtà più trascendente della nostra anima. Qualche correlazione biunivoca e di reciproca influenza mi sembrano addirittura necessari, quasi costituzionali. Se un arto materiale soffre infatti soffro anche nello spirito.
Ci deve essere per forza un determinato rapporto tra la materialità della nostra esistenza terrena che si dissolverà con la morte, e la nostra anima.
La nostra anima o in altri termini, il nostro spirito personale deve avere in se stesso una condizione di esistenza, una identità corporea, qualificabile come una sua impronta costituzionale che si manifesta oggi in forma ridotta nella materia terrena e domani nella pienezza della forma trasfigurata nella corporeità materiale della risurrezione. In altri termini: la nostra anima deve custodire in sé la stessa identità corporea personale che oggi esprime nella materia che conosciamo e che domani esprimerà totalmente ed adeguatamente con il nuovo corpo della risurrezione.
La fisica moderna ci può venire in aiuto nella comprensione.
Secondo la teoria della relatività di Albert Einstein la materia fisico-chimica che conosciamo con la sua massa se viene moltiplicata per la velocità della luce al quadrato diventa semplice energia, secondo la formula E = mc2 che si può esplicitare in altro modo con energia = massa per velocità luce al quadrato.
Ora se già con le nostre conoscenze fisiche sappiamo che la nostra materialità può trasformarsi in semplice energia a certe condizioni, non è per nulla incredibile che con la potenza di Dio la massa della nostra corporeità nel decomporsi non possa diventare altro, in concreto corporeità diversa, corporeità personale.
Perciò mi sembra che si possa dire che l'anima, con la sua corporeità personale non venga dissolta, ma con la risurrezione ad opera della potenza di Dio e di Cristo risorto avrà un diverso rapporto con la materialità della realtà futura. Quindi l'anima con la sua identità corporea, acquisterà una nuova corporeità materiale diversa da quella attuale, precisamente quella del mondo della risurrezione, quella che Gesù Risorto già possiede e in certa misura dette a conoscere ai discepoli nella trasfigurazione sul monte Tabor e nelle apparizioni pasquali.
È per questo che non serviranno più mediazioni e tutto quello che siamo oggi, sarà pienamente manifesto ed espresso nella vita della risurrezione. Non ci sarà bisogno di sacramenti e di matrimonio, neanche per perpetuare la specie. Vivremo relazioni nuove illuminate e dilatate pienamente dalla chiara presenza di Dio che sarà tutto in tutti e che il Vangelo paragona alla condizione degli angeli creati e che non fanno esperienza della morte ("infatti non possono più morire perché sono uguali agli angeli" Lc 20,36).
E tutto ciò che abbiamo "creato" nella vita terrestre, includendo la relazione con il mondo e quindi con il corpo ci otterrà nella risurrezione un corpo che si esprimerà totalmente ed adeguatamente senza limitazioni spazio-temporali e senza le alienazioni della storia del peccato.
È per questo che davvero "Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui": Per sempre.

 

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