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Hai cercato i temi coppia tra i ritagli di tipo storia

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RACCONTO

1. L'amore   4

Un giorno un uomo si recò da un vecchio saggio per chiedergli consiglio. Disse che non amava più la sua sposa e che pensava di separarsi da lei.

Il saggio lo ascoltò, lo guardò negli occhi, e disse solamente una parola:
"Amala" e tacque.
"Ma io non provo più nulla per lei".
"Amala", ripeté il saggio.

Di fronte allo sconcerto del visitatore, dopo un opportuno silenzio, il vecchio saggio aggiunse:

"Amare è una decisione, non solo un sentimento, amare è dedicarsi ed offrirsi, amare è un verbo e il frutto di questa azione è l'amore. L'amore è simile al lavoro di un giardiniere: egli strappa ciò che fa male, prepara il terreno, coltiva, innaffia e cura con pazienza. Affronta periodi di siccità, grandine, temporale, alluvione, ma non abbandona mai il suo giardino. Ama la tua compagna, accettala, valorizzala, rispettala, dalle affetto e tenerezza, ammirala e comprendila.

Questo è tutto; amala".

La vita senza amore potrebbe avere queste conseguenze:
L'intelligenza senza amore ti renderebbe insensibile.
La giustizia senza amore ti renderebbe ipocrita.
Il successo senza amore ti renderebbe arrogante.
La ricchezza senza amore ti renderebbe avaro.
La docilità senza amore ti renderebbe servile.
La bellezza senza amore ti renderebbe superbo.
L'autorità senza amore ti renderebbe tiranno.
Il lavoro senza amore ti renderebbe schiavo.
La preghiera senza amore ti renderebbe arido.
La fede senza amore ti renderebbe fanatico.
La croce senza amore si convertirebbe in tortura.
La vita senza amore non avrebbe alcun senso.
Nella vita l'amore è tutto...

amorevolontàmatrimoniocoppia

Valutazione: 4.9/5 (9 voti)

inviato da Cinzia Novello, inserito il 13/03/2013

RACCONTO

2. L'appuntamento   4

Era una mattinata movimentata, quando un anziano gentiluomo di un'ottantina di anni arrivò per farsi rimuovere dei punti da una ferita al pollice.

Disse che aveva molta fretta perché aveva un appuntamento alle 9,00.

Rilevai la pressione e lo feci sedere, sapendo che sarebbe passata oltre un'ora prima che qualcuno potesse vederlo. Lo vedevo guardare continuamente il suo orologio e decisi, dal momento che non avevo impegni con altri pazienti, che mi sarei occupato io della ferita. Ad un primo esame, la ferita sembrava guarita: andai a prendere gli strumenti necessari per rimuovere la sutura e rimedicargli la ferita.

Mentre mi prendevo cura di lui, gli chiesi se per caso avesse un altro appuntamento medico dato che aveva tanta fretta. L'anziano signore mi rispose che doveva andare alla casa di cura per far colazione con sua moglie. Mi informai della sua salute e lui mi raccontò che era affetta da tempo dall'Alzheimer. Gli chiesi se per caso la moglie si preoccupasse nel caso facesse un po' tardi. Lui mi rispose che lei non lo riconosceva già da 5 anni.

Ne fui sorpreso, e gli chiesi: "E va ancora ogni mattina a trovarla anche se non sa chi è lei?".

L'uomo sorrise dicendo: "Lei non sa chi sono, ma io so ancora perfettamente chi è lei".

Dovetti trattenere le lacrime... Avevo la pelle d'oca e pensai: "Questo è il genere di amore che vorrei nella mia vita".

Il vero amore non è né fisico né romantico. Il vero amore è l'accettazione di tutto ciò che è, è stato, sarà e non sarà.

amorefedeltàcoppiamatrimoniomalattiaaccettazionevecchiaiaammalati

Valutazione: 5.0/5 (4 voti)

inviato da Don Giovanni Benvenuto, inserito il 21/02/2011

RACCONTO

3. L'ombrello rosso

Bruno Ferrero, A volte basta un raggio di sole

Lui era un giovane studioso e serio, lei una ragazza bella e saggia. E si amavano. Prima di partire per il servizio militare, lui volle farle un regalo. Un regalo che le ricordasse il suo amore. Doveva però fare il conto con le finanze, già messe a dura prova dai libri dell'Università.

Girò per negozi e grandi magazzini. Dopo mille «prendi e posa» si decise. Acquistò un enorme ombrello di un bel rosso vivo.

Sotto quel grande ombrello rosso i due ragazzi si diedero il primo addio, si scambiarono la promessa di amore eterno, decisero di sposarsi. Nella nuova casa, l'ombrello finì in uno sgabuzzino.

Passarono gli anni, arrivarono due figli, le preoccupazioni, qualche tensione di troppo, la noia, i silenzi troppo lunghi.

Una sera, seduti sul divano, lui e lei sbadiglia- vano davanti alla tv. Lei improvvisamente si alzò, corse nello sgabuzzino e dopo un po' tornò con l'ombrello rosso. Lo spalancò e una nuvoletta di polvere si sparse nell'aria. Poi si sedette sul divano con l'ombrello rosso spalancato. Dopo un lungo istante, lui si accoccolò accanto a lei sotto il grande ombrello. Si abbracciarono teneramente.

E ritrovarono tutti i sogni smarriti sotto la polvere dei giorni.

Un uomo e una donna si erano sposati dopo un lungo fidanzamento, avevano avuto quattro figli, i quattro figli erano cresciuti e a loro volta si erano sposati. La sera del matrimonio dell'ultima figlia, si ritrovarono nella loro casa. Soli. Erano ridiventati una coppia.
Si sedettero uno davanti all'altra.
Lui guardò a lungo sua moglie.
E poi disse: «Ma chi diavolo sei, tu?».
Non dimenticate l'ombrello rosso.

amorecoppiasposimatrimoniofidanzamentofedeltà

Valutazione: 0 voti

inviato da Patrizia Traverso, inserito il 01/04/2003

RACCONTO

4. L'incidente

Bruno Ferrero, A volte basta un raggio di sole

Una giovane donna tornava a casa dal lavoro in automobile. Guidava con molta attenzione perché l'auto che stava usando era nuova fiammante, ritirata il giorno prima dal concessionario e comprata con i risparmi soprattutto del marito che aveva fatto parecchie rinunce per poter acquistare quel modello.

Ad un incrocio particolarmente affollato, la donna ebbe un attimo di indecisione e con il parafango andò ad urtare il paraurti di un'altra macchina.

La giovane donna scoppiò in lacrime. Come avrebbe potuto spiegare il danno al marito? Il conducente dell'altra auto fu comprensivo, ma spiegò che dovevano scambiarsi il numero della patente e i dati del libretto.

La donna cercò i documenti in una grande busta di plastica marrone.
Cadde fuori un pezzo di carta.

In una decisa calligrafia maschile vi erano queste parole: "In caso di incidente..., ricorda, tesoro, io amo te, non la macchina!".

Lo dovremmo ricordare tutti, sempre. Le persone contano, non le cose. Quanto facciamo per le cose, le macchine, le case, l'organizzazione, l'efficienza materiale! Se dedicassimo lo stesso tempo e la stessa attenzione alle persone, il mondo sarebbe diverso. Dovremmo ritrovare il tempo per ascoltare, guardarsi negli occhi, piangere insieme, incaraggiarsi, ridere, passeggiare...
Ed è solo questo che porteremo con noi davanti a Dio.

Noi e la nostra capacità d'amare. Non le cose, neanche i vestiti, neanche questo corpo...

Un papà e il suo bambino camminavano sotto i portici di una via cittadina su cui si affacciavano negozi e grandi magazzini. Il papà portava una borsa di plastica piena di pacchetti e sbuffò, rivolto al bambino. "Ti ho preso la tuta rossa, ti ho preso il robot trasformabile ti ho preso la bustina dei calciatori... Che cosa devo ancora prenderti?".
"Prendimi la mano" rispose il bambino.

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Valutazione: 0 voti

inviato da Patrizia Traverso, inserito il 01/04/2003

RACCONTO

5. Alla ricerca dell'amore perduto di mamma e papà

Mamma e papà di Paola non si amavano più. Paola buona e mite, capiva tutto. Papà e mamma erano pieni d'ira e si voltavano la schiena. Papà, una volta, aveva rotto un bicchiere dando un pugno sulla tavola e mamma aveva schiaffeggiato Paola, perché non osava ancora schiaffeggiare papà.

Paola andava dall'uno all'altra, e diceva delle parole piacevoli per farli ridere, raccontava tutte le cose buffe che le erano capitate e quello che era successo a scuola, tentava di riconciliarli.

Un giorno, che la cosa sembrava particolarmente grave, Paola aveva addirittura finto di essersi avvelenata con la benzina per smacchiare. Voleva che i genitori facessero la pace al suo capezzale.

Tre mesi dopo, tutto era ricominciato. Paola continuava il suo lavoro di formica. E non disperava. Di notte, nel suo lettino, stringeva forte forte al cuore il suo tigrotto di stoffa', che si chiama Titì, e che era spelacchiato e malconcio per i tanti abbracci, baci, Nutella e lacrime che in nove anni Paola gli aveva rovesciato addosso. Dalla camera di papà e mamma filtravano spesso strilli e imprecazioni soffocate, e il rumore degli attaccapanni sbattuti di malagrazia. Paola si premeva forte le mani sulle orecchie e pregava: «Signore, per piacere, falli smettere!».

Quando arrivava un estraneo e osservava gli occhi gonfi di mamma, e papà afono per aver troppo gridato, Paola preveniva le critiche e diceva: «Vedi, è colpa delle cipolle». Oppure: «Non conosce una medicina per papà? Ha il mal di gola e non può più parlare».

Una strana voce nella notte

Una notte, Paola fu svegliata dalla solita baruffa. Dormiva abbracciata a Titì e sentì chiaramente: «Basta! Non possiamo continuare così!», diceva mamma.
«Sei tu che vuoi sempre avere ragione!» ribatté papà.
«Che cosa suggerisci, sapientona?».

«Ci... dividiamo. Ognuno per conto suo e... non se ne parli più!».
La casa si riempì di silenzio.

Ma qualcuno con un buon udito avrebbe potuto sentire il piccolo cuore di Paola che batteva all'impazzata: «Tum... tum... tum...», mentre i suoi occhi si riempivano di lacrime. «Non voglio! Non voglio!». Mormorava piano piano.
«E allora parti!», disse una voce.
Paola trattenne il fiato per la sorpresa.
«Chi ha parlato? Chi c'è qui?», domandò un tantino inquieta.
«Sono io. Titì», riprese fiera la vocina.

Paola accese la luce del comodino ed esaminò il tigrotto di stoffa.
«Tu, parli?».
Gli occhi di vetro di Titì brillarono come fossero veri.

«Quando ci vuole, ci vuole», bofonchiò. «Chi ama tanto, può far parlare anche le pietre, se è solo per questo. Ora ascoltami bene: posso parlare solo una volta nella vita, anche se la vita di un animale di stoffa è piuttosto lunga e non mi posso lamentare. E certo che la vita con te è piuttosto... umida».
«Scusami», sussurrò Paola.

«Non c'è di che. Quando avevi tre mesi mi inondavi con ben altro... Ecco quello che devi fare: vai a riprendere l'amore perduto di mamma e papà».
«Dove?».
«C'è un posto dove si trovano tutti gli amori perduti.

Non perdere tempo; bisogna riportarli finché sono ancora vivi, caldi e luminosi; altrimenti non c'è niente da fare... Puoi andare soltanto tu. Prenditi lo zainetto: l'amore di un papà e una mamma è pesante».

«Ma non conosco la strada». Protestò Paola mentre si vestiva e indossava il fedele zainetto scolastico.
«La troverai. Parti diritto avanti a te».
«Ma c'è il muro!».
«Fidati di me. Tira diritto!».

Paola chiuse gli occhi e... passò attraverso il muro.

La polvere luccicante

Si trovò in un giardino intersecato da molti sentieri. Ne imboccò uno. Dopo un po', scorse su una panchina qualcosa che brillava. Si avvicinò e vide che era un pezzettino dell'amore di mamma e papà. Naturalmente lo riconobbe subito, perché i figli sono fatti con l'amore di mamma e papà. Poco più in là, vicino a una grande quercia, vide un altro pezzettino, appena uno spolverio, dell'amore di mamma e papà. Si avvicinò e vide che, in un angolino del tronco rugoso, erano incise alcune parole: «Riccardo e Ornella, per sempre».

«Sono mamma e papà», mormorò Paola. Raccolse la polvere luccicante e la infilò nello zainetto con il pezzetto che aveva già trovato. «Di questo passo, ci metterò un sacco di tempo» si disse.

Proprio in quel momento alzò gli occhi e vide il cartello indicatore: «Deposito amori perduti. Di qua».

«Grazie», sussurrò e cominciò a camminare. Il paesaggio cominciò a cambiare e prese a soffiare un vento gelido e, tagliente. Paola si strinse rabbrividendo dentro il «pile». Solo la polvere d'amore che aveva trovato mandava un lieve tepore. La pista ghiaiosa finiva stroncata in una palude triste e minacciosa. Un cartello festonato di ragnatele polverose indicava: «Palude del Mio-mio».

«Sempre diritto!», fece Paola ad alta voce. Strinse i pugni e si incamminò nel fango.

Ogni passo le costò fatica e lacrime. Il fango della palude era vischioso e cercava di trattenerla. Ma Paola arrivò dall'altra parte. La strada riprendeva con una ripida salita e dopo alcuni tornanti si interrompeva bruscamente.

Paola era stanca e quando scorse che cosa l'attendeva, si accasciò avvilita.

«Oh, no!». Quello che aveva davanti era il peggiore dei precipizi che avesse mai visto. E per di più lei pativa le vertigini. Incastrato sull'orlo del dirupo faceva capolino il solito cartello scheggiato: «Salto della fiducia».

La parola «salto» non diceva niente di buono a Paola, ma la prospettiva di tornare ad affrontare la palude era altrettanto tremenda. Si affacciò sul ciglio del precipizio, chiuse gli occhi, strinse i pugni e saltò.

Il sentiero di rose

Atterrò sul soffice. Si trovò su uno strato di rose enormi, profumate, colorate, morbide come seta. Si rialzò e ricominciò a camminare con decisione. Troppa decisione. Le sue gambe affondarono e le spine, spine enormi come le rose, la ferirono.
«Ahi!», gridò Paola.

Un'ape che ronzava come un elicottero con il suo canestrino per raccogliere nettare, la rimbrottò severamente.

«Devi essere delicata, se vuoi camminare sulle rose. Non lo sai?».

«Grazie, signora ape. È che sto cercando l'amore perduto di mamma e papà».

«Sei quasi arrivata. Vai sempre diritto. E mi raccomando... Delicatezza e rispetto!».

Paola riprese a camminare, facendo molta attenzione a dove poggiava i piedi. Il sentiero di rose si fece sempre più solido e sicuro. Finalmente, dopo una collinetta color tramonto, Paola arrivò a una strana costruzione. Il cartello non lasciava dubbi: «Deposito degli amori perduti. Fare lo scontrino alla cassa».

La gioia di Paola si velò di preoccupazione. Aveva esattamente cinquecento e cinquanta lire in una tasca dello zainetto. Quanto poteva costare lo scontrino per ritirare un amore perduto?

C'erano altre persone che facevano la coda davanti a un burbero cassiere, che teneva in mano una bilancia a due piatti: su uno poneva l'amore perduto richiesto, sull'altro il prezzo che il richiedente era disposto a pagare.

A quanto pareva nessuno riusciva a pagare la somma richiesta. E il cassiere, inflessibile, li rimandava indietro.

Davanti a Paola c'era un uomo triste e grigio. Mise sul piatto della bilancia un miliardo. Mille milioni uno sull'altro. Ma il piatto della bilancia non si mosse neanche un po'. L'amore perduto pesava molto, molto di più. L'uomo se ne andò, più triste e più grigio di prima.

Paola era davvero preoccupata. Stringendo in pugno le sue due monete, guardò il cassiere e disse con la sua voce da passerotto: «Vorrei l'amore perduto di mamma e papà».

Il cassiere aprì un armadio e ne tirò fuori un grosso amore che sistemò sul piatto della bilancia.
«È ancora caldo e luminoso, meno male», pensò Paola.
«Come paghi?», chiese severo il cassiere.

Paola allungò esitante la mano con le monete, poi con un'improvvisa ispirazione, si sedette sull'altro piatto della bilancia. I due piatti scattarono e si fermarono in perfetta parità.
«O.K. Il prezzo è giusto!», disse il cassiere.

Paola lo abbracciò felice. Prese l'amore di mamma e papà e... si trovò a casa.

«Anche noi dobbiamo fare un viaggio»

Quando mamma e papà furono seduti a tavola per fare colazione, Paola arrivò in pigiama e senza parlare posò in mezzo al tavolo l'amore che aveva ritrovato. Un'ondata di calore e di felicità, di baci e di voglia di cantare, invase la casa. Mamma e papà guardarono la loro bambina con occhi che brillavano di una luce tenera. Paola aspettava.

Mamma e papà sorrisero. Per le sue misteriose vie, l'amore era tornato al suo posto.
«Grazie, Paoletta», disse mamma. «Abbiamo capito».

«E ora dobbiamo fare un viaggio. Anche noi...», continuò papà.

Paola li abbracciò tutti e due con un lungo e riconoscente sospiro di sollievo.

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Valutazione: 0 voti

inviato da Sergio B., inserito il 11/12/2002

RACCONTO

6. Due teste

Bruno Ferrero, Il segreto dei pesci rossi

Sulle sponde d'un lago nell'India del Nord, c'era una volta uno strano uccello che ave­va due teste, una a destra e una a sinistra. Due teste ma un corpo solo.

Un giorno, mentre gironzolava in cerca di cibo, con gli occhi della testa di destra vide un favo di miele selvatico, e subito vi si but­tò sopra.
La testa di sinistra disse:
«Dammene anche a me».

Ma la testa di destra non diede ascolto, e se lo beccò tutto in pochi istanti. Allora la testa di sinistra giurò vendetta; e mentre l'uccello vagava per un bosco, ecco a sinistra certe bacche amarissime. La testa di sinistra le scorse per prima e, pur sapendo che non erano buone e avrebbero fatto male allo stomaco, ne beccò quante poté.
E nel frattempo pensava:

«Poi avremo mal di pancia; ma gli sta bene, a quell'egoista dell'altra parte; così impara la solidarietà».

Poco dopo, l'uccello si sentì colto da atroci dolori: le bacche erano velenose, e in breve tempo gli causarono la morte.

Morirono ugualmente le due teste, quella di destra e quella di sinistra, perché nessuna delle due aveva avuto cervello.

Così muoiono tante famiglie. Per paura di amare.

«I legami profondi mi hanno sempre spaventato» ammette uno studente, «perché hanno tutta l'aria di imporre delle grosse re­sponsabilità. Ho sempre temuto di non po­ter adempire alle molte esigenze e richieste che un impegno del genere trascina con sé. Per questo mi sono sorpreso a constatare, quando alla fine ho trovato il coraggio di avviare un rapporto affettivo approfondito e stabile, che mi sentivo più forte di prima. Da quel momento ho avuto l'impressione di disporre di due cervelli e non di uno; e co­sì pure di quattro mani di quattro braccia, di quattro gambe e di un altro mondo. La mia capacità di realizzarmi e di evolvermi è parsa raddoppiare, come si sono raddop­piate le alternative a mia disposizione. Ades­so amare gli altri mi riesce assai più facile. Mi sento molto più forte, non ho più paura».

comunioneconviverefamigliacoppiamatrimonio

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inviato da Luca Mazzocco, inserito il 15/06/2002

RACCONTO

7. La regina Vittoria

Bruno Ferrero, C'è qualcuno lassù

La regina Vittoria, potentissima sovrana d'Inghil­terra, era molto affezionata al marito Alberto di Co­burgo. Alberto non poteva portare il titolo di re e non aveva un ruolo pubblico. Pur amandosi molto, ogni tanto i due litigavano. Un giorno dopo una discus­sione, il principe Alberto si chiuse nella sua camera. Poco dopo, Vittoria sopraggiunse e bussò.
«Chi è?» domandò Alberto.
«La regina d'Inghilterra!» rispose lei.
La porta restò chiusa e la giovane moglie bussò ancora.
«Chi è?».
«La regina d'Inghilterra!».
Silenzio. E così per parecchie volte di seguito.
Finalmente:
«Chi è?».

«Tua moglie, Alberto» rispose Vittoria. La porta, immediatamente, si spalancò.

Tante volte Dio aveva bussato alla porta degli uomini.
«Chi sei?».
«Sono il tuo Dio».
La porta rimaneva inesorabilmente chiusa. Final­mente:
«Chi sei?».
«Sono tuo Padre». La porta si aprì.

orgoglioincarnazionedialogoascoltocoppiamatrimoniofamigliarapporto con Dio

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inviato da Luca Mazzocco, inserito il 14/06/2002

RACCONTO

8. La dieta della bellezza   1

Bruno Ferrero, C'è qualcuno lassù

C'erano una volta, in un paese orientale, due bel­lissime sorelle.

La prima sorella andò sposa al re, la seconda ad un mercante. Con il passare del tempo, però, la mo­glie del re si era fatta sempre più magra, sciupata e triste.

La sorella, che viveva con il mercante accanto al palazzo reale, pareva farsi più bella ogni giorno che passava.
Il sultano convocò il mercante nel suo palazzo e gli chiese:
«Come fai?».

«È semplice: nutro mia moglie di lingua». Il sultano diede ordine di preparare quintali di lin­gua di montone, di cammello, di canarino per la die­ta della moglie. Ma non successe niente. La donna era sempre più smunta e malinconica.

Infuriato, il re decise di far cambio. Mandò la re­gina dal mercante e si prese in moglie la sorella.

Nella reggia però, la moglie del mercante, diven­tata regina, sfiorì rapidamente. Mentre la sorella, a casa del mercante, in poco tempo ridivenne bella e radiosa.

Il segreto? Ogni sera il mercante e sua moglie par­lavano, si raccontavano storie e cantavano insieme.

Credo che quello che tutti dobbiamo capire è l'amore comincia dalla famiglia.

Ogni giorno di più ci rendiamo conto che nel no­stro tempo le sofferenze maggiori hanno origine nel­la famiglia stessa.

Non abbiamo più tempo per guardarci in faccia, per scambiarci un saluto, per dividere insieme un mo­mento di gioia, e meno ancora per essere quello che i nostri figli attendono da noi, quel che il marito at­tende dalla moglie e la moglie attende dal marito.

E così apparteniamo ogni giorno meno alle no­stre famiglie e i nostri contatti scambievoli diminuiscono sempre più.

Un ricordo personale. Qualche tempo fa arrivò un gruppo numeroso di professori dagli Stati Uniti.
Mi chiesero: «Ci dica qualcosa che possa esserci utile».
Dissi loro: «Sorridetevi scambievolmente».

Credo di averlo detto con eccessiva serietà. Uno di loro mi domandò: «Lei è sposata?».

Gli risposi: "Sì, e a volte mi riesce difficile sorri­dere a Gesù; perché arriva ad essere troppo esigente".
Credo che l'amore cominci proprio qui: nella famiglia.
(Madre Teresa di Calcutta)

famigliacoppiamatrimoniodialogo

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inviato da Luca Mazzocco, inserito il 14/06/2002

RACCONTO

9. La cosa più bella del papà   1

Bruno Ferrero, C'è qualcuno lassù

Il papà chiede ad Alessio, 5 anni:
«Che cosa ti piace di più del papà?».
E Alessio, dopo aver riflettuto un po':

«La mamma».

«Quand'è che ti accorgi che la tua famiglia va bene?» chiesero ad una bambina.

«Quando vedo il papà e la mamma che si danno i bacetti» rispose.

I genitori non devono nascondersi nell'armadio per darsi i bacetti. Ogni volta che manifestano l'a­more che li unisce, i bambini si sentono inondati di calda e gioiosa fiducia. Sanno bene che l'amore re­ciproco dei genitori è l'unica roccia solida su cui pos­sono costruire la loro vita.

famigliagenitoricoppiafiglieducare

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inviato da Luca Mazzocco, inserito il 11/06/2002

RACCONTO

10. Mi ami?

Bruno Ferrero, Il canto del grillo

In un grande stagno, una graziosa girina si era spo­sata con un pesce. Ma un giorno le spuntarono le zam­pe e, come succede a tutti i girini, cominciò a tra­sformarsi lentamente in una ranocchia.

Si rivolse allora al marito pesce: «Io devo segui­re il mio destino e quindi devo andare a vivere sulla terra. Perciò dovrai abituarti anche tu a vivere sulla terra».

«Ma cara», protestò il pesce, «come vuoi che fac­cia, con le mie pinne e le mie branchie? Morirei!».
La girina (quasi ranocchia) sospirò: «Mi ami o non mi ami?».
«Certo, che ti amo», sospirò il pesce.

«Allora, vieni, no?», concluse la girina.

Un uomo e una donna sedevano presso una fine­stra che si apriva sulla primavera. Sedevano vicini l'uno all'altra. E la donna disse: «Ti amo. Sei bello, e ricco, e indossi sempre begli abiti».

E l'uomo disse: «Ti amo. Sei un pensiero mera­viglioso, sei una cosa troppo preziosa per tenerla nella mano, sei una canzone nei miei sogni».
Ma la donna distolse il volto, incollerita, e disse:

«Lasciami, te ne prego. Non sono un pensiero, e non sono una cosa che passa nei tuoi sogni. Sono una don­na. Voglio che mi desideri come moglie, come ma­dre dei bimbi che un giorno avremo».
E si separarono.

E l'uomo disse: «Ecco che un altro sogno si dis­solve in nebbia».

E la donna disse: «Che farsene di un uomo che mi trasforma in nebbia e sogno?» (Gibran).

amorecoppiafamigliamatrimoniorispetto

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inviato da Luca Mazzocco, inserito il 27/05/2002

RACCONTO

11. Ascoltare   1

Anthony De Mello

Quando un uomo, il cui matrimonio era in crisi, cercò il suo consiglio, il maestro disse: "Devi imparare ad ascoltare tua moglie".

L'uomo prese a cuore questo consiglio e tornò dopo un mese per dire che aveva imparato ad ascoltare ogni parola che la moglie dicesse.

Il maestro gli disse sorridendo: "Ora torna a casa e ascolta ogni parola che non dice".

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Valutazione: 3.7/5 (3 voti)

inviato da Emilio Centomo, inserito il 22/05/2002

RACCONTO

12. L'amore ricrea

"Perché continui a parlare dei miei errori passati?", domandò il marito.
"Credevo che avessi perdonato e dimenticato!"

"Sì, ho perdonato e dimenticato", disse la moglie, "ma voglio essere sicura che tu non dimentichi che io ho perdonato e dimenticato".

No. L'amore non tiene a mente le offese. L'amore fa nuova la persona amata, ogni giorno.

amorecoppiamatrimoniofamiglia

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inviato da Emanuela Salvucci, inserito il 21/05/2002