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26 ottobre 2014
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TESTO

1. L'amore di una mamma   3

Patrizia Pace

Quando pensi di avere tutto o tutto sembra perduto
Quando sei pieno di gioia o la tristezza predomina in te
Quando hai la mano aperta o chiusa a pugno

Quando i tuoi piedi corrono veloci o si rifiutano di camminare
Quando i tuoi sogni sono realizzabili o irraggiungibili
Quando sei sicuro di te o indeciso
Quando ti senti amato o odiato
Quando hai tanti amici o ciascuno ti sembra nessuno
Dovunque tu sia
In qualsiasi situazione tu ti trovi
C'è sempre la mamma
Che ti avvolge con la sua ombra
E ti rende un essere speciale
Con tutto l'amore possibile ed immaginabile!

amorefigligenitorimaternitàmammaprotezioneaccettazione

Valutazione: 4.5/5 (2 voti)

inviato da Patrizia Pace, inserito il 24/06/2012

RACCONTO

2. Dove finirono l'oro, l'incenso e la mirra?   1

Bruno Ferrero, Storie di Natale

Anche se non lo davano a vedere, i più eccitati erano l'asino e il bue. Non riuscivano ad addormentarsi. Quella notte e quella giornata erano state meravigliosamente caotiche: la nascita del bambino, gli angeli, i pastori, la stella e poi l'arrivo dei tre re con i manti di stoffe ricamate e le pellicce e i loro strani quadrupedi con la gobba. E soprattutto il luccichio degli scrigni che racchiudevano i doni portati dai tre re. Li avevano ammirati tutti e ora stavano là, abbandonati sulla paglia, mentre la donna cullava dolcemente il bambino e l'uomo dalle mani grandi e forti attizzava il fuoco e porgeva un po' di fieno alle due bestie.

Tra le fessure sconnesse della baracca, altri due occhi fissavano eccitati i doni dei re. Erano occhi pieni di ingenua astuzia. Non avevano perso un solo attimo della giornata e ora osservavano con interesse il primo sbadiglio di stanchezza fiorito sulla bocca dell'uomo. Erano gli occhi di Disma, il più bravo dei ladruncoli di Betlemme, agile e svelto come un furetto.

Il bambino si addormentò per primo, poi la madre si assopì sul mucchio di paglia che l'uomo aveva preparato e rassettato. L'uomo aspettò che il fuoco si spegnesse, poi si abbandonò anche lui sulla paglia con un sospiro di stanchezza e si addormentò. L'asino e il bue lo imitarono. Un silenzio profondo avvolse la baracca.

Un fagotto tintinnante

Disma scivolò nell'ombra e si avvicinò alla porta. Era sbarrata da un robusto paletto. Non poteva scardinarla: avrebbe svegliato tutti. Esaminò le pareti, sfiorandole con la mano. Un' assicella si mosse. Disma intuì che poteva allargare la fessura quel tanto che bastava per permettergli di infilarsi dentro la vecchia stalla. Con consumata abilità, il ragazzo spostò l'asse cercando di non farlo cigolare e si infilò nel varco con le movenze sinuose di un gatto.

Si mosse leggero, cercando di abituare gli occhi all'oscurità. I tre scrigni erano sotto la culla improvvisata del bambino, illuminati dall'ultimo bagliore delle braci del fuoco.

Il bue sbuffò nel sonno e l'asino scalciò nella paglia. Sognavano anche loro. Disma trattenne il fiato, immobile. Nella stalla i respiri ripresero regolari.

Il ragazzo si mosse rapidamente. Afferrò i tre scrigni e li infilò nella bisaccia di tela che portava a tracolla. Diede un'occhiata al bambino e gli parve di vedere sul suo piccolo viso un sorriso, scosse le spalle e uscì dalla fessura che aveva aperto. Quando fu fuori della stalla, sorridendo rimise a posto l'assicella che aveva spostato per entrare, poi si allontanò di corsa. Faceva grandi balzi di gioia, tenendo con le due mani il fagotto tintinnante della refurtiva. Ripassava a memoria il contenuto e pensava eccitato alla bella somma che ne avrebbe ricavato. Il più grosso degli scrigni conteneva monili, bracciali e monete d'oro, il secondo era pieno di purissimo incenso e il terzo conteneva una fiala di preziosissima mirra. Un colpo di fortuna incredibile. Doveva solo essere prudente e nascondere tutto bene. Il mondo era pieno di ladri.

La sorpresa

Entrò in casa dal tetto, come faceva di solito. Non aveva né padre né madre e il vecchio parente che lo teneva in casa non si curava di lui.

Nella sua stanzetta, sotto il pavimento ricoperto di paglia, Disma aveva scavato una nicchia in cui nascondeva le sue cose preziose.

«Terrò nascosti per qualche mese l'oro, l'incenso e la mirra. Poi li venderò un poco alla volta, a Gerusalemme o anche a Damasco, dove non desterà sospetti...» pensava.

Accese una lampada ad olio finemente incisa che proveniva dall'atrio della casa del centurione romano, che la stava ancora cercando, ed esaminò il bottino. Aprì con cautela il primo scrigno e non riuscì a trattenere un'imprecazione stizzita: «Ma che diavolo è successo?». Spalancò con furia gli altri due astucci, guardò, annusò e poi imprecò ancora più rabbiosamente. Qualcuno gli aveva giocato uno scherzo terribile. Forse quell'uomo era molto più furbo di quanto desse a vedere. Invece dell'oro, lo scrigno conteneva un grosso martello, al posto dell'incenso c'erano tre grossi chiodi e la bottiglietta, invece della mirra raffinata, conteneva volgare aceto.

«Accidenti, accidenti! Che me ne faccio di questa robaccia? La rifilerò ai soldati romani per qualche moneta...».

Tre croci

Passarono gli anni. Disma era diventato il più ricco e sfrontato predone del deserto. I suoi uomini compivano razzie nelle più ricche città d'Oriente e l'esercito di Roma era stato costretto più volte a scendere a patti con lui. Ma un giorno, arrivò da Roma un governatore ambizioso di nome Ponzio Pilato che, per fare carriera e ingraziarsi i notabili di Gerusalemme, decise di catturare Disma. Ci riuscì con un tranello e Disma fu condannato alla pena più terribile ed infamante: la morte mediante crocifissione.

Erano in tre a salire sul Golgota, il luogo delle condanne, poco fuori Gerusalemme, dove erano state preparate tre croci. Disma conosceva il vecchio brigante legato con lui, ma non riusciva a spiegarsi il terzo condannato. Aveva il volto nobile e pieno di bontà, anche sotto i segni della tortura. Dicevano che era un profeta di Galilea di nome Gesù, che faceva miracoli, che era stato condannato perché si era proclamato Figlio di Dio e Messia.

Gli occhi gelidi e feroci di Disma si incontrarono con quelli del terzo condannato. Per il bandito tutto divenne stranamente diverso: la sua rabbia feroce svanì e si sentì stranamente in pace.

Il boia cominciò il suo miserabile compito con il profeta galileo: impugnò un grosso martello e tre grossi chiodi, mentre un soldato inzuppava una spugna di aceto. Improvvisamente Disma capì: eccoli i doni dei re che lui aveva rubato tanti anni prima in una stalla di Betlemme, dove c'erano un uomo e una madre e un bambino. Quel bambino era il Messia! Quindi anche lui aveva contribuito a crocifiggere il Figlio di Dio... Con le lacrime agli occhi, Disma sentì che Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».

Con la solita insensibilità, i soldati si misero a litigare per dividersi le vesti dei condannati. Quando le tre croci furono innalzate con il loro carico di dolore, la gente cominciò a farsi beffe dei condannati. Si accanivano particolarmente contro Gesù. I capi del popolo lo schernivano: «Ha salvato tanti altri, ora salvi se stesso, se egli è veramente il Messia scelto da Dio». Anche i soldati lo schernivano: si avvicinavano a Gesù, gli davano da bere aceto e gli dicevano: «Se tu sei davvero il re dei Giudei salva te stesso!».

L'altro bandito crocifisso si era unito agli schernitori e insultava Gesù: «Non sei tu il Messia? Salva te stesso e noi!». Disma lo rimproverò con asprezza: «Tu che stai subendo la stessa condanna non hai proprio nessun timore di Dio? Per noi due è giusto scontare il castigo per ciò che abbiamo fatto, lui invece non ha fatto nulla di male».

Poi aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo regno».

Gli occhi del Messia torturato e morente guardarono Disma con bontà infinita, poi il feroce bandito udì le parole più belle e amorevoli di tutta la sua vita disperata: «Ti assicuro che oggi sarai con me in paradiso».

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Valutazione: 3.0/5 (1 voto)

inviato da Patrizia Traverso, inserito il 24/11/2009

RACCONTO

3. Le scarpe di Natale   1

Bruno Ferrero, Storie di Natale

C'era una volta una città i cui abitanti amavano sopra ogni cosa l'ordine e la tranquillità. Avevano fatto delle leggi molto precise, che regolavano con severità ogni dettaglio della vita quotidiana. Tutte le fantasie, tutto quello che non rientrava nelle solite abitudini era mal visto o considerato una stranezza. E per ogni stranezza era prevista la prigione.

Gli abitanti della città non si dicevano mai «buongiorno» per la strada; nessuno diceva mai «per piacere»; quasi tutti avevano paura degli altri e si guardavano sospettosamente.

C'erano anche quelli che denunciavano i vicini, se trovavano un po' troppo bizzarro il loro comportamento.

Il commissario Leonardi, capo della polizia, non aveva mai abbastanza poliziotti per condurre inchieste, sorvegliare, arrestare, punire...

Già nella scuola materna, i bambini imparavano a stare ben attenti alle loro chiavi. E c'erano chiavi per ogni cosa: per le porte, per l'armadietto, per la cartella, per la scatola dei giochi e perfino per la scatola delle caramelle!

La sera, la gente aveva paura. Rientravano tutti a casa correndo e poi sprangavano le porte e chiudevano ben bene le finestre.

Cristiana aveva i capelli biondi

Erano rimasti tuttavia dei ragazzi che sapevano ancora scambiarsi qualche strizzata d'occhi e anche degli insegnanti che li incoraggiavano... Ma, soprattutto, c'era Cristiana.

Cristiana aveva i capelli biondi come il sole, gli occhi scintillanti come laghetti di montagna e non pensava mai: «Chissà che cosa dirà la gente?». Nella città si facevano molte dicerie sul suo conto. Perché Cristiana aiutava tutti quelli che avevano bisogno di aiuto, consolava i bambini che piangevano e anche i vecchietti rimasti soli, perché accoglieva tutti coloro che chiedevano un po' di denaro o anche solo qualche parola di speranza.

Tutto questo era scandaloso per la città. Non potevano proprio sopportare ulteriormente quel modo di vivere così diverso dal loro. E un giorno il commissario Leonardi, con venti poliziotti, andò ad arrestare Cristiana, o Cri-Cri, come l'avevano soprannominata gli amici. E per essere sicuro che non combinasse altre stranezze, la fece mettere in prigione. Questo accadde qualche giorno prima di Natale. Natale era una festa, ma molti non sapevano più di chi o di che cosa. Sapevano soltanto che in quei giorni si doveva mangiare bene e bere meglio. Ma senza esagerare, per non prendersi qualche malattia... Soprattutto, la sera della vigilia di Natale, tutti dovevano mettere le proprie scarpe davanti al camino, per trovarle piene di doni il giorno dopo. Una cosa questa che, nella città, facevano tutti, ma proprio tutti. Così fu anche quel Natale.

Una gran confusione

All'alba, tutti si precipitarono dove avevano messo le scarpe, per trovare i loro regali. Ma... che era successo? Non c'era l'ombra di un regalo. Neanche un torrone o un cioccolatino!
E poi... le scarpe!

In tutta la città, le scarpe risultavano spaiate. Il commendator Bomboni si trovò con una scarpina da ballo, una vecchia ottantenne aveva una scarpa bullonata da calcio, un bambino di cinque anni aveva una scarpa numero 43, e così di seguito. Non c'erano due scarpe uguali in tutta la città! Allora si aprirono porte e finestre e tutti gli abitanti scesero in strada. Ciascuno brandiva la scarpa non sua e cercava quella giusta. Era una confusione allegra e festosa. Quando i possessori delle scarpe scambiate si trovavano, avevano voglia di ridere e di abbracciarsi.

Si vide il commendator Bomboni pagare la cioccolata a una bambina che non aveva mai visto e una vecchietta a braccetto con un ragazzino.

Solo qualche finestra restava ostinatamente chiusa. Come quella del commissario Leonardi. Quando però il commissario sentì il gran trambusto che veniva dalla strada, pensò a una rivoluzione e corse a prendere le armi che teneva sul camino. Immediatamente il suo sguardo cadde sulle scarpe che aveva collocato davanti al camino. E anche lui si bloccò, sorpreso. Accanto alla sua pesante scarpa nera c'era... una pantofola rossa di Cri-Cri. Stringendo la pantofola rossa in mano, il commissario corse alla prigione.

La cella dove aveva rinchiuso Cri-Cri era ancora ben chiusa a chiave. Ma la ragazza non c'era. Ai piedi del tavolaccio, perfettamente allineate c'erano l'altra scarpa del commissario e l'altra pantofola rossa. Dal finestrino, protetto da una grossa inferriata, proveniva una strana luce. Il commissario si affacciò. Nella strada la gente continuava a scambiarsi le scarpe e ad abbracciarsi.

Con un'insolita commozione, il commissario si accorse che la luce che veniva dal finestrino era bionda e calda come il sole e aveva dei luccichii azzurri, come succede nei laghetti di montagna.
E incominciò a capire.

gioia

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inviato da Patrizia Traverso, inserito il 24/11/2009

RACCONTO

4. Il passero di Natale   2

Bruno Ferrero, Storie di Natale

La notte in cui Dio inviò l'arcangelo Gabriele a Maria, un passero si trovava per caso lì, sul davanzale di una finestra.

Impaurito dall'apparizione, stava per fuggire. Ma non appena udì l'arcangelo annunciare a Maria che essa avrebbe dato presto alla luce il figlio di Dio, il suo piccolo cuore cominciò a battere forte per l'emozione. E rimase fermo come un sasso fin quando l'arcangelo non fu volato via.

«Ho davvero capito bene? Da Maria nascerà proprio il figlio di Dio?», si chiese l'uccellino. Provava una grande felicità. «Sono stato fortunato a sentire tutto», pensò. «Devo andare subito a riferire il meraviglioso annuncio agli uomini affinché si preparino ad accogliere e a festeggiare il bambino».

Così partì in volo sul villaggio di Nazaret e si diresse al mercato.

Lì vi erano donne che vendevano grano, farina e pane. «Ho uno straordinario segreto da rivelarvi!», cinguettò il passero saltellando sulle zampette, impaziente di raccontare.

Ma una di loro gli gridò arrabbiata: «Voi passeri fate sempre i furbi per rubarmi il grano! Vattene via di qui, impertinente!». E lo minacciò con una scopa, senza ascoltare ciò che le voleva dire.

«Si sta preparando qualcosa di grandioso!»

Il passero volò allora fino alla piazza. Riuniti sotto un albero, i saggi del villaggio stavano discutendo animatamente.

«Loro sì, mi ascolteranno di certo», pensò, per farsi coraggio. «Si sta preparando qualcosa di grandioso per le creature della terra!», cinguettò, posandosi su un ramo proprio sopra di loro.

I saggi alzarono per un attimo lo sguardo verso di lui, poi ripresero i loro discorsi. Neanche si accorsero che l'uccellino, per nulla intimorito da un gatto, continuava a saltare di ramo in ramo tentando disperatamente di attirare la loro attenzione.

Scuotendo la testolina per la delusione, il passero proseguì fino alla capitale e puntò diritto verso il palazzo del Re. «Come osi oltrepassare le mura della reggia?», gridò una guardia.

«Vengo per darvi una notizia importante», cinguettò il passero. «Sta per nascere il Figlio di Dio, il Signore dei cieli e della terra!».

«Se non taci immediatamente ti chiuderò in una gabbia!», tuonò il capitano. «È il nostro Re il signore di tutto e di tutti!».

Ma il passero riuscì a sfuggire alle guardie. Entrò per una finestra nel palazzo, e si diresse verso la sala del trono. «Cacciate via quell'uccello maleducato!» urlò il Re furente, senza ascoltare un bel niente di quel che il passero cercava di dirgli.

Guardie e servitori inseguirono il passero. Per fortuna, proprio nell'ultima stanza, il passero trovò una feritoia aperta, e in un baleno riguadagnò la libertà.

«I bambini mi daranno retta!»

«Salvo! Finalmente sono salvo!», esclamò l'uccellino librandosi alto nel cielo. Da lassù scorse, vicino a un villaggio, dei bambini che giocavano allegri in mezzo alla neve.

«I bambini sì, loro mi daranno retta!», pensò, avvicinandosi velocemente.

Infatti, si era appena posato sulla neve, che tutti i bambini si erano già raccolti in cerchio attorno a lui. «Com'è carino questo passerotto!», dissero. «Che cosa sarà venuto a fare? Forse vuole giocare con noi». «Oh no! Sono qui per svelarvi un bellissimo segreto!», cinguettò l'uccellino, piegando un po' di lato la testolina. «Nascerà tra poco sulla terra, proprio qui tra noi, un altro bambino, il figlio di Dio!». «Ascoltate quanti cip cip... cip cip...», notò un bambino. «Sembra proprio che voglia dirci qualcosa ..». «Io dico che ha fame!», esclamò una bambina, e gli diede delle briciole di torta.

Ma il passero non pensava davvero al cibo. Era lì per qualcosa di ben più importante. Per richiamare meglio la loro attenzione, batté eccitato le ali e ripeté da capo tutto, cinguettando nel modo più chiaro possibile.

«Come vorremmo capirti!», disse un bambino all'uccellino, accarezzandolo. Il passero fu certo che i bambini, purtroppo, non potevano comprenderlo.
«Gli adulti fanno i sordi...»

Al passero dispiaceva molto di non poter comunicare a nessuno il grande segreto. «Quale sfortuna che gli uomini non sappiano ciò che sta per accadere!», pensava. «Gli adulti fanno i sordi e mi cacciano via, e i bambini, tanto gentili, non riescono a capirmi...». «Se non posso raccontare nulla agli uomini, non vi sarà nessuno ad accogliere Giuseppe e Maria al oro arrivo a Betlemme», si preoccupava l'uccellino. «E nessuno, proprio nessuno sarà davanti alla stalla nella notte santa per far compagnia al figlio di Dio! Debbo fare a ogni costo qualcosa!», decise.

Allora chiamò gli altri passeri e raccontò loro ciò che aveva udito nella casetta di Maria. I passeri si rallegrarono subito quanto lui.

«Se gli uomini non vogliono capire quale bambino sta per nascere, noi lo faremo sapere almeno agli altri uccelli», decisero. In men che non si dica, volarono in ogni direzione e diffusero ovunque la notizia. Allodole e fringuelli, cinciallegre e pettirossi, usignoli e merli, proprio tutti seppero del grande evento. Nel mondo degli uccelli cominciò a regnare l'impazienza.

Ovunque fervevano preparativi. Tutti provavano i loro più bei canti attendendo la nascita del figlio di Dio. Quando Gesù nacque e fu deposto nella greppia, i primi a vederlo furono l'asinello che aveva portato Giuseppe e Maria a Betlemme, il bue che abitava il bue che abitava nella stalla, e stormi di allodole, fringuelli, cinciallegre, pettirossi, usignoli e merli venuti da ogni parte. Dal tetto della stalla i passeri vegliavano su Gesù bambino, mentre gli altri uccelli cantavano gioiosamente tutt' attorno.

Poi arrivarono i primi pastori, che avevano finalmente udito l'annuncio dagli angeli discesi dal cielo. Davanti a Gesù, si meravigliarono di trovare tutti quegli uccelli in festa. Si guardarono l'un l'altro. «Cantiamo anche noi», dissero, e fecero un coro solo con allodole e fringuelli, cinciallegre e pettirossi, usignoli e merli, suonando pure dolcemente i loro flauti e le zampogne.

Quando gli altri uomini li udirono di lontano e capirono che era nato il figlio di Dio, pure loro si rallegrarono e cominciarono a cantare. Così in ogni luogo della terra fu festa per il sacro evento.

Potete immaginare la felicità del nostro passero! Per merito suo, Gesù, nascendo, aveva trovato tante e tante creature e tanti canti di felicità attorno a sé. E ancor oggi, nella notte santa, davanti al Presepio o all'albero di Natale, bambini e grandi riempiono di canti le loro case.

annuncionascitaGesù bambino

Valutazione: 2.0/5 (1 voto)

inviato da Patrizia Traverso, inserito il 24/11/2009

RACCONTO

5. Il piccolo re

Bruno Ferrero, Storie di Natale

C'era una volta un Piccolo Re Mago. Era «piccolo» soprattutto perché erano già trascorsi duemila anni dalla fantastica notte in cui i tre Re Magi avevano seguito la Stella fino alla grotta di Betlemme, per onorare il Bambino Gesù. E, com'è comprensibile, in tutto questo tempo i Re Magi erano andati un po' in disuso. Sulla Terra, però, per uno di quei fatti che pochi sanno e nessuno riesce a spiegare, era sempre esistito qualche Re Mago. E, ogni anno, c'era un Re Mago di turno. A lui appariva la Stella che doveva guidarlo a testimoniare il mistero del Natale, proprio come, duemila anni prima, aveva guidato i suoi tre famosi antenati a Betlemme. Era un compito molto importante e il nostro Piccolo Re aspettava con comprensibile impazienza l'avvicinarsi del Natale. Il 1990 era il suo turno: la Stella sarebbe apparsa proprio a lui per guidarlo a fare da testimone al prodigioso rinnovarsi del vero Natale.

Nel cuore del nostro Piccolo Re batteva tuttavia anche un po' di paura. Da tempo la Stella doveva aprirsi la rotta in mezzo a centinaia di satelliti, astronavi e aeroplani disseminati in cielo. Nel 1987 la Stella era stata addirittura disintegrata da un satellite da combattimento russo che l'aveva presa per un disco volante aggressore.

Negli ultimi anni, anche i Re Magi di turno avevano avuto grosse complicazioni. Nel 1988, il Re che seguiva la Stella si era perso in un colossale ingorgo stradale nelle vicinanze della città di New York. Era riuscito a districarsi solo il 31 dicembre.

Nel 1989, il Re di turno era stato catturato come ostaggio da una banda di guerriglieri libanesi e, no-nostante lacrime e suppliche, non era riuscito a farsi liberare in tempo per seguire la Stella.

È comprensibile allora l'ansiosa attesa che viveva il nostro Piccolo Re.

Un' automobile piccolina

Passò le notti gelide di fine novembre a scrutare il cielo. Gli occhi gli bruciavano. Ogni tanto l'improvviso apparire di qualche luce sfolgorante nel velluto scuro del cielo gli dava il batticuore: il più delle volte erano solo gli aerei che atterravano nel vicino aeroporto o qualche jet militare.

Naturalmente il Piccolo Re aveva preparato il suo dono. Perché i Re Magi, a Natale, non ricevono ma portano un dono particolare. Il dono del piccolo Re era uno stupendo fiammeggiante rubino, rosso come il sangue e come il fuoco.

Spesso l'alba sorprendeva il Piccolo Re ancora sveglio a guardare il cielo. Aveva giusto il tempo di lavarsi e partire per l'ufficio. Era un Piccolo Re e quindi doveva lavorare per vivere. Il suo capufficio era quanto mai severo e non gli lasciava certo il tempo cl i dormire in ufficio.
Finalmente, una tersa notte di dicembre, la Stella arrivò.

Sfolgorò vivissima. Al Piccolo Re, che era al colmo della felicità, pareva di poterla toccare allungando un braccio. L'invito della Stella era perentorio. Il Piccolo Re corse a prendere il dono che aveva accuratamente impacchettato, tirò fuori dal garage la sua automobile piccolina e partì dietro alla Stella, che incedeva nel cielo come una principessa con uno strascico di luce.

Tutte le altre stelle scoppiarono in un improvviso applauso. Almeno così parve al Piccolo Re.

«Sarò l'unico a vedere la Stella?», si chiedeva. Poi pensò, che probabilmente tutti avrebbero potuto vederla, ma oggi la gente ha una gran fretta e poco tempo e poca voglia di guardar le stelle.
Semafori, carri armati e maschere antigas

La Stella fendeva il cielo velocemente. Lassù il traffico, tutto sommato, era ridotto. Sulla sua minuscola automobile il Piccolo Re aveva molte difficoltà in più. Le strade avevano curve, doveva badare ai semafori, alle precedenze, ai sensi unici, alle altre automobili e ai pedoni che attraversavano.

«Vorrei vedere i miei tre antenati al mio posto», brontolava il Piccolo Re. «Per loro, seguire la Stella sui cammelli nel deserto è stato uno scherzetto».

Al quarto semaforo, il Piccolo Re perse di vista la Stella. Si sporse più che poteva dal finestrino cercando di ritrovare la sua guida luminosa.

«Che aspetti, babbeo? Non diventa più verde di così!», sentì gridare alle sue spalle.

«Parti o non parti?», sbraitò un'altra voce, mentre si alzava il clamore dei clacson.

«Mi dispiace», disse il Piccolo Re, «ma devo seguire la Stella».
«Ubriacone!» .
«Al diavolo tu e la tua stella!», gridarono gli altri.

Il Piccolo Re si scusò ancora e pigiò sull'acceleratore. Sobbalzando la macchinetta ripartì.

Dopo qualche chilometro, il Piccolo Re ritrovò la Stella e il viaggio riprese. Attraversarono paesi, città, fiumi, deserti. Il Piccolo Re non conosceva più il giorno o la notte, il riposo, la fame. Troppo grande era la gioia di compiere la sua missione.

Un brutto giorno l'automobile fece un ultimo balzo, tentò invano un' accelerata e con un disperato cigolio esalò l'ultimo colpo di scappamento. Il Piccolo Re lasciò la sua macchina sul ciglio della strada e proseguì a piedi. Tenne dietro per un attimo alla Stella, ma l'astro scintillante solcava troppo rapido il cielo. Il Piccolo Re, con un sospiro, vide la Stella sparire all'orizzonte. Nemmeno questa volta si perse di coraggio. Cominciò a cercare la Stella. Si trovò in un paese strano dove tutti avevano paura. Molti portavano sul volto maschere antigas. Per le strade circolavano sferragliando i carri armati e rapidi come lampi gli aerei militari sfrecciavano in cielo. «Avete visto una Stella più lu-minosa delle altre?», chiedeva il Piccolo Re ai rari passanti.
«Noi non possiamo più guardare le stelle», rispondevano.

Di notte, in quel paese, potenti riflettori scandagliavano il cielo, la gente si chiudeva in casa o nei rifugi antiaerei. Nessuno si fermava a guardare il cielo.

Le stelle finte

Il Piccolo Re continuò a camminare attraversando paesi e città. A tutte le persone che incontrava chiedeva: «Avete visto una grande e splendida Stella?». Quasi tutti scuotevano la testa o ridevano di lui. Un tale dall'aria indaffarata gli diede un euro.

Sentì due uomini che parlavano animatamente di una «stella» e li interrogò, pieno di speranza. Fu una delusione: la «stella» di cui parlavano quegli uomini era un' attrice del cinema.

Il Piccolo Re continuava a interrogare la gente: «Avete visto una grande Stella?».

«Se vuoi ti do una martellata e così vedrai tutte le stelle che vuoi!», rispondevano gli spiritosi.

«Qui alle stelle vanno solo i prezzi!», dicevano gli arrabbiati.

«Non t'accorgi che qui è pieno di stelle?», sbottò un, altro. Il Piccolo Re si guardò intorno e vide che effettivamente c'erano stelle di plastica e di cristallo che occhieggiavano dalle vetrine, c'erano stelle luminose appese a festoni sulle strade, c'erano stelle perfino sui salami e sulle bevande gasate, graziosissime stelle multicolori brillavano sugli abeti. Si era dimenticato che la gente festeggia il Natale con le stelle finte, perché non è più capace di trovare quelle vere.

In un negozio vide dei bambini che compravano le statuine per fare il presepio. «Avete visto una grande stella, bambini?».

«Sì», disse un piccolino. «È là nello scaffale più alto. Costa 5 euro!».

«Ma io parlavo di una Stella vera, la Stella di Natale!». «Quella non serve per fare il presepio» disse una bambina.

«Ma perché fate il presepio?», insistette il Piccolo Re. «Per vincere il concorso della parrocchia!» dissero in coro i bambini.

Il Piccolo Re uscì dalle città e si mise a camminare per la campagna, dove il cielo non era velato dalle troppe luci e le stelle vere erano ben visibili. Camminò e camminò. Una sera di pioggia e neve scorse una luce ai bordi di un folto bosco. Si diresse da quella parte. Era mortalmente stanco e ogni passo gli costava una fatica terribile. La luce filtrava da una casetta di pietra e di legno. Il Piccolo Re bussò. All'uomo che venne ad aprirgli chiese un po' di ospitalità. «Entra», gli rispose con tono gentile.

Il Piccolo Re ringraziò: aveva davvero bisogno di riposare e rifocillarsi.

L'uomo lo servì in silenzio: gli portò degli abiti asciutti, del buon pane, una tazza di brodo fumante. «Vedi», disse ad un tratto il Piccolo Re, «devo assolutamente trovare la mia Stella. Sono il testimone del Natale e mancano ormai pochi giorni».
L'uomo sorrise tristemente.

«Anch'io un tempo cercavo la Stella», sospirò amaramente. «Ora non più. Non serve a niente. Dimenticala: non vale la pena. Il cielo non si interessa affatto di noi. Non c'è speranza quaggiù...».
Il Piccolo Re scattò in piedi.
«No. Troverò la Stella!».

Ringraziò e ripartì. Appena fuori fu avvolto da una luce sfolgorante. La Stella era là che lo attendeva. Aveva squarciato il cielo, prima carico di nuvole. Il Piccolo Re ritrovò tutte le sue forze, mentre una calda felicità lo inondava da capo a piedi. Ora sapeva che avrebbe portato a termine la sua missione. La Stella era tornata a prenderlo e non l'avrebbe abbandonato più.

Due bambini e un panino

La Stella guidò il Piccolo Re fino alla periferia di una città. «Andrà a fermarsi sulla cattedrale», pensava il Piccolo Re.

Invece la Stella si fermò su un palazzo della periferia. Un caseggiato popolare uguale a tanti altri, con i balconi in fila e le antenne della TV a sghimbescio sul tetto.

«Il Natale è qui», si disse il Piccolo Re. «In fondo, anche la prima volta il posto non era un granché». Strinse al petto il pacchetto con il prezioso rubino ed entrò nel portone centrale. Si fermò nel piccolo atrio da cui iniziava la scala e aspettò il segnale della Stella.
«Ti odio! Non ti parlerò mai più!».

Una bambina sbatté la porta del primo piano proprio in quel momento e si accoccolò su un gradino della scala. Aveva un gran broncio e tanta voglia di piangere. Poco dopo la porta si riaprì piano piano. Ne uscì un bambino con un grosso panino in mano. Dopo un attimo di incertezza, il bambino si sedette accanto alla bambina.

Passò un istante. Il silenzio era profondo. Nell'atrio il Piccolo Re aspettava trattenendo il respiro.

«Elena», disse il bambino, «devi perdonarmi». La bambina scosse la testa: «No, non posso!».

«Hai sentito quello che ha detto la catechista: non devi mettere lo sbarramento! Domani è Natale e tutto l'amore di Gesù si riverserà nel cuore degli uomini che non mettono lo sbarramento. Se tu metti uno sbarramento Gesù è infelice e anche tu. Andiamo insieme a Messa di mezzanotte?».

La bambina alzò la testa e sorrise: «Va bene. Non ho più lo sbarramento».
«Vuoi metà del mio panino?», propose il bambino. «SÌ».

In quel momento la Stella diede il segnale. Il Piccolo Re si avvicinò ai due bambini.

«Grazie a voi, anche quest'anno è Natale», disse sorridendo. I bambini lo guardarono incuriositi.

Il Piccolo Re porse ai due piccoli il pacchetto con il suo prezioso dono. La bambina si affrettò ad aprirlo. «Ma è bellissimo!», disse, quando vide il rubino con la sua aureola di luce.

«È vostro», aggiunse il Re. «Potete farne quello che volete».

«Lo cambierò con una figurina di Del Piero», disse il bambino.
«Certo. È una buona idea», sorrise il Piccolo Re.

Da una finestra, per la prima volta in duemila anni, la Stella fece l'occhiolino.

natale

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inviato da Patrizia Traverso, inserito il 21/11/2009

TESTO

6. Stupirsi di Dio

Anselmo Malvestio, Un tempo per stupirsi

Lo stupore nasce dalla sorpresa.
La sorpresa è tale quando mi viene dal di fuori, dall'alto,
improvvisa, inattesa, gratuita, nuova.
Ogni dono è sorpresa.
Senza sorpresa non c'è un dono serio!
Il dono-sorpresa produce in me
sbigottimento, stupore vivo, ammirazione.
Mi rapisce, mi meraviglia
e mi conduce al donatore
che scopro sorprendente, meraviglioso,
mirabile, fantasioso, attento.
Comprendo che lui, il donatore, mi ama.
Perciò non mi interessa più il dono-sorpresa,
ma colui che è Dono-Sorpresa.
Non m'attira il dono, ma il donatore.
Non cerco più il segno dell'amore,
ma l'Amore.
E dal prodigio riconosco il Prodigio.

amiciziadonoregalodonarestupore

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inviato da Patrizia Soave, inserito il 22/05/2009

TESTO

7. Io credo   1

Michel Quoist, Parlami d'Amore

Io credo che Dio "è" amore
Io credo che Egli "è'" famiglia
Padre, Figlio, Spirito Santo
tre persone totalmente unite dall'amore
che fanno uno.

Credo che Dio è felicità infinita

perché è amore infinito.

Io credo che la creazione è frutto dell'amore
perché l'amore vuol far partecipare alla sua felicità.
Io credo che ogni uomo, prima ancora di esistere,
è amato personalmente e infinitamente da Dio

e che sarà sempre amato, quali che siano la sua faccia e i cammini della sua vita.
Io credo che l'uomo è pensiero d'amore di Dio, fatto carne,
e che questa immagine di Dio in lui
può essere sfigurata ma non può mai essere distrutta.
Io credo che l'uomo fatto per mezzo dell'amore è stato
creato per l'amore
e dunque libero

e invitato alla felicità infinita dell'amore.

Io credo che Dio ha donato tutta la creazione agli uomini
perché insieme ne prendano possesso, la completino
e la mettano al servizio di tutti.
Io credo che Dio ha creato l'uomo creatore con Lui
per mezzo della famiglia umana, immagine della sua famiglia

e libero di far sgorgare la vita o di rifiutarla.

Io credo che "Dio ha tanto amato il mondo che ha inviato il suo figlio
nel mondo"

e che così l'amore infinito ha preso, in Maria, volto d'uomo, corpo d'uomo
cuore di uomo
Gesù di Nazareth

trentatre anni di vita, che è piantato al centro della storia umana e
la ricopre intera.
Io credo che Gesù,
perché è uomo, è fratello di tutti gli uomini

perché è fratello di tutti gli uomini, è solidale con i loro peccati,
il non-amore,

e soffre delle loro sofferenze così come ha sofferto le proprie.

Io credo che Gesù, dando la sua vita per amore dei suoi fratelli,
ha ridato a ognuno di noi e all'umanità intera
tutto l'amore da noi sprecato
e che, restituendo l'amore, ci ha restituito la vita.
Io credo che Gesù ha traversato la morte, che è vivo
tra noi fino alla fine dei tempi
e che gli uomini, per mezzo di Lui e in Lui,

possono vivere la vita che non finirà.

Io credo che i credenti e amanti di Gesù formano insieme un grande popolo,
una grande comunità: la Chiesa.

Io credo che questa comunità-chiesa, di cui sono membro in Gesù
e con i miei fratelli,
è, per opera nostra, povera e peccatrice
e che non ha saputo conservare la sua unità.
Ma io credo che è chiamata ad essere Santa
una e segno dell'amore.
Io credo che Gesù ha voluto per lei dei responsabili,

e che questi responsabili sono degli uomini e dunque che sono
peccatori e possono sbagliare.

Ma li rispetto e li amo perché Gesù li ha voluti, scelti, chiamati,

e che il suo spirito li accompagna per i lunghi cammini della storia.

Io credo che lo Spirito di Gesù, lo Spirito Santo, è soffio d'amore.
Che viene incontro all'uomo - libero -
libertà che può aprirsi a Lui
per accoglierlo
lasciarsi invadere da Lui, permeare da Lui
ed essere inviato verso gli altri.
Soffio d'amore che unisce l'uomo all'uomo
gli uomini agli uomini e all'universo
e che costituisce il "Regno del Padre".
Regno d'amore radicato nell'oggi della storia umana

per fiorire domani nell'amore trinitario.

Io credo che l'amore non può morire,
perché viene da Dio
e ritorna a Dio,
passando attraverso l'uomo libero
che si apre, riceve e a sua volta ridona.

fedecrederecredoamore di Dio

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inviato da Patrizia, inserito il 07/09/2008

TESTO

8. La santità

Beato don Luigi Monza, Gli scritti

La santità non consiste nel fare cose straordinarie ma nel fare straordinariamente bene le cose ordinarie.

santitàimpegnoresponsabilitàsacrificio

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inviato da Patrizia Milesi, inserito il 29/10/2007

PREGHIERA

9. Per Te solo   1

Valerio Cattana, Raccolta curata da un Abate Benedettino, Le preghiere più belle del mondo, Oscar Mondadori

Rabi'a compose questa poesia nell'Iraq del IX secolo d.C. ed è una poesia di cultura religiosa islamica

O mio Dio!
Se ti ho adorato per paura dell'inferno,
bruciami nel suo fuoco.
Se ti ho adorato per speranza del paradiso,
privami di esso.
Ma se ti ho adorato che per Te solo,
non privarmi della contemplazione del Tuo volto.

infernoparadisoamore di Dio

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inviato da Patrizia Rizzini, inserito il 08/12/2004

RACCONTO

10. Un papà per natale

Storie di Natale

«Mi raccomando, non stropicciateli subito!», Gabriella, la catechista, cominciò a distribuire i fogli e le buste ad ogni bambino. Fogli e buste avevano dei simpatici fregi dorati sull'angolo destro e un grazioso Bambin Gesù nella mangiatoia in quello sinistro. Fabio prese il suo foglio con un attimo di esitazione. Non aveva voglia di scrivere la lettera a Gesù Bambino, questa volta.

«Scrivete bene... e soprattutto, per una volta, siate sinceri! Quando avete finito piegate il foglio, infilatela nella busta e sigillate. Avete capito?», diceva Gabriella, che sparava le parole come una mitragliatrice. «Poi mettete le buste in questo cestino che porteremo insieme nel presepio grande della scuola. Avete capito?»
I bambini cominciarono a cinguettare.

«Io chiedo i pattini con le rotelle in linea», diceva Rosalba. «lo l'abbonamento all'antenna parabolica», annunciava Michael, che aveva il padre ingegnere.

«Io invece voglio la tuta della Juventus», proclamava Marco, lo sportivo del gruppo.

«E tu Fabio?», chiese Gabriella, arruffandogli affettuosamente i capelli.
«Adesso ci penso», rispose sottovoce il bambino.

Stringeva le labbra come se stesse per scoppiare a piangere. Si chinò sul foglio e con la sua grossa calligrafia infantile scrisse una frase. Una soltanto, breve, ma che gli veniva proprio dal cuore. Firmò: «Il tuo amico Fabio» e cominciò l'operazione di piegatura del foglio, con la solita diligenza, e la lingua che gli spuntava appena tra le labbra, a indicare tutto l'impegno che ci metteva.

Gabriella gli stava alle spalle e aveva potuto leggere la richiesta di Fabio. Tossì, perché le venivano le lacrime agli occhi. Lei intuiva la sofferenza che Fabio cercava di dissimulare, quel velo di malinconia che lo prendeva all'ora di andare a casa. Il papà di Fabio non c'era più. Se n'era andato. E il bambino ne soffriva tanto, come di una ferita che non si rimargina. La sua lettera a Gesù Bambino diceva così: «Caro Gesù Bambino, per Natale mandami un papà buono. Grazie. Il tuo amico Fabio».

«Credo sia la lettera più difficile che riceverai, caro Gesù», pensò Gabriella.

Le letterine furono raccolte, tra le proteste dei bambini che erano arrivati solo ad elencare una dozzina di richieste. Prima di collocarle nel presepio, con un gesto rapido, Gabriella mise la lettera di Fabio davanti a tutte le altre. «Comincia da questa, per favore», mormorò rivolta al Bambino di gesso, che se ne stava con le braccine spalancate sulla paglia finta della mangiatoia di plastica.

Venne il giorno di Natale. Fabio si svegliò presto, con l'eccitazione delle grandi giornate. Girandosi nel letto sentiva il fruscio della carta dei regali vicino ai piedi. Se ne stette un bel po' ad occhi chiusi, per godersi l'attesa della sorpresa. Era pur sempre Natale!

Aprì i pacchetti avvolti in carta colorata e dorata, lentamente. Riconobbe i regali dei nonni, quelli della mamma, la tuta da sci che di certo era un regalo dello zio Luigi. «Poi, ci sono anch'io!».

La voce, pacata e profonda, lo fece trasalire. C'era un uomo accanto al suo letto. Aveva i capelli scuri e ricciuti, una folta barba nera sul volto abbronzato, e un sorriso dolce come lo sguardo. Indossava una morbida felpa azzurra e pantaloni di fustagno. Fabio era soprattutto meravigliato dal fatto di non provare paura. Non era proprio un fifone, ma pauroso sì. E trovarsi uno sconosciuto improvvisamente accanto al letto, in condizioni normali, gli avrebbe provocato per lo meno una serie di urla terrificanti. Invece quell'uomo gli dava soltanto una serena sicurezza. Come se lo conoscesse da sempre.

In quel momento entrò la mamma: «Tanti auguri, tesoro!». Lo abbracciò. «Ti piacciono i regali?». Fabio ricambiò l'abbraccio. «Sì, grazie», mormorò.

«È presto ancora. Ti preparerò una buona colazione. Ma ora stai qui al caldo a pigrottare un po'». La mamma gli accarezzò i capelli e uscì.

«Ma... ma... non l'ha visto!», disse Fabio rivolto all'uomo misterioso.

«No. Io sono il tuo regalo, non il suo», sorrise l'uomo.

Cominciò così una giornata memorabile della vita di Fabio. Si alzò e si lavò a tempo di record. Nell'attesa, l'uomo aveva preso i quaderni di Fabio e li esaminava con interesse.

«Bravo!», disse alla fine. «Hai fatto dei bei progressi, ultimamente» .

Fabio annuì con fierezza. «Ho ancora qualche problema con le doppie...», aggiunse virtuosamente. «Ma ce la farai, ne sono certo», aggiunse l'uomo e gli mise una mano sulla spalla. Una sensazione bellissima per Fabio.

«Tu hai dei figli?», chiese, esitando ancora. «Ho un figlio, sì», rispose l'uomo. «Ma oggi, sei tu mio figlio». La mamma spuntò improvvisamente sulla porta. «Cosa fai? Parli da solo?».

«No... Dicevo una poesia ad alta voce». «Per favore, vai in cantina a prendere un barattolo di marmellata... Se vuoi la crostata a mezzogiorno!», continuò la mamma. Scendere in cantina per Fabio era una tortura. Tutte quelle ombre polverose lo riempivano di angoscia. Di solito faceva mille storie o fingeva di dimenticarsi.

Come se avesse capito tutto, l'uomo si alzò e disse: «Andiamo!», e lo prese per mano. Era una manona energica, tiepida, protettiva, che infondeva una tranquilla sicurezza.

Il cigolio della porta della cantina, che quando scendeva da solo gli ricordava lo stridio dei denti di un mostro nascosto nell'ombra, adesso gli sembrò comico. «Ci vorrebbe un po' d'olio sui cardini», disse.

La pacata presenza dell'uomo accanto a lui, trasformò la cantina, da antro polveroso disseminato di oscure insidie e misteriose presenze, in una stanza qualunque, zeppa di mobili vecchi, giochi rotti, qualche bottiglia e barattoli di pomodori pelati.

Prese un barattolo di marmellata e si girò per uscire. Ma l'uomo lo fermò.

«Perché non fai un giro con quella?», disse indicando una bicicletta nuova appoggiata al muro. Fabio arrossì. «Non ci so andare... Nessuno ha tempo per insegnarmi».

«Magnifico, infilati una giacca a vento e andiamo. Il viale è deserto».

Incredulo, il bambino portò la bicicletta sulla strada. L'uomo lo aiutò a salire in sella e gli disse di incominciare a pedalare. Fabio incominciò traballando, ma l'uomo reggeva saldamente la bicicletta e gli camminava accanto. Provarono e riprovarono. A tratti, l'uomo lasciava la presa e il bambino pedalava da solo, finché riuscì a trovare il punto di equilibrio e partì in una lunga felice pedalata. Aveva imparato.

«Grazie!», ansimò all'uomo che lo accolse fingendo di applaudire.

«Rientriamo, ora. Sei sudato e fa freddo». «Solo più un giro», supplicò il bambino. «D'accordo. Ma uno solo!».

Rientrò in casa gridando: «Ho imparato, mamma, ho imparato ad andare in bicicletta!».
«Da solo?», chiese la mamma.

«Beh... veramente...». L'uomo si portò l'indice sulle labbra e fece segno al bambino di tacere.

«Stai tranquillo un attimo che devo preparare il pranzo», continuò la mamma. «Fra un po' arrivano i nonni».

L'uomo aiutò il bambino a riporre la bicicletta e l'accompagnò nella sua cameretta. «Come farai per il pranzo?»

«Ti aspetterò qui. Ne approfitterò per rimettere in sesto il tuo armadio».

Infatti, quando tornò nella sua cameretta, Fabio vide che le ante dell'armadio chiudevano perfettamente e che i piani erano ben diritti. Sembrava un armadio nuovo.
«Ci sai fare», disse.

«È il mio mestiere», bisbigliò l'uomo, poi aggiunse: «Potresti insegnarmi questo gioco, intanto».

Giocarono una serie memorabile di partite a Scarabeo. Poi fecero una lunga passeggiata insieme (Fabio disse alla mamma che andava all'oratorio). A cena gli occhi del bambino brillavano di stanchezza e di felicità. La mamma lo fissava con qualche perplessità: non riusciva a capire perché il bambino continuasse a rivolgere lo sguardo verso il lato vuoto della tavola. Una volta lo sorprese addirittura a sorridere.

Fabio andò a letto prima del solito. Si infilò sotto le coperte e l'uomo gli sistemò la trapunta a scacchi bianchi e neri e si sedette sul letto accanto a lui.
«Diciamo le preghiere insieme, prima che arrivi la mamma?»
«Certo», disse l'uomo e sorrise.
Dopo le preghiere, l'uomo strinse la mano del bambino.
«Devi andartene, vero?», sussurrò Fabio.

«Eh sì!».

«Una giornata passa in fretta», ammise malinconicamente il bambino.

«Sei un bravo ragazzo e tutti ti vogliono bene. Devi voler bene alla mamma e anche al tuo papà. Dovunque sia, rimane il tuo papà».

«Io quando sarò grande e avrò dei bambini li amerò sempre e starò sempre con loro», promise Fabio. «Sì. È così che devi fare. E io, in qualche modo, ti sarò accanto e ti aiuterò».
«Non mi hai neanche detto come ti chiami». «Giuseppe».

L'uomo lo accarezzò. Le sue grosse mani da operaio sprigionavano un'infinita tenerezza.

«Sei stato il più bel regalo di Natale», bisbigliò Fabio prima di addormentarsi.

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inviato da Patrizia Traverso, inserito il 10/07/2004

RACCONTO

11. Perché suonano le campane

C'era una volta, in una grande città, una chiesa davvero splendida. Dall'ingresso principale si riusciva a malapena a scorgere l'altare di pietra che si trovava all'altro capo. Di fianco alla chiesa si levava un campanile, simile a una torre, così alto nel cielo che la punta si distingueva soltanto quando il tempo era molto limpido.

Lassù nella torre vi erano delle campane che si diceva fossero le più belle e le più sonore del mondo, ma nessun essere vivente le aveva mai sentite!

Erano le campane speciali di Natale: potevano far udire i loro rintocchi solo la notte di Natale e, per di più, soltanto quando fosse stato deposto sull'altare il più grande e il più bel dono al Bambino Gesù.

Purtroppo, da molti anni non si era avuta un' offerta così splendida da meritare il suono delle grandi campane.

Tuttavia, ogni vigilia di Natale, la gente si affollava davanti all'altare portando doni, cercando di superarsi gli uni con gli altri, gareggiando nell'escogitare offerte sempre più straordinarie. Nonostante la chiesa fosse affollata e la funzione splendida, lassù nella torre di pietra si udiva soltanto fischiare il vento.

In un villaggio abbastanza lontano dalla città viveva un ragazzo di nome Pedro, insieme al suo fratellino. Essi avevano sentito parlare delle famose offerte della vigilia di Natale, e per tutto l'anno avevano fatto progetti per assistere alla grande e sfarzosa cerimonia, e per la Messa di mezzanotte.

Il mattino precedente il giorno di Natale, all'alba, mentre cadevano i primi fiocchi di neve, Pedro e il fratellino si misero in cammino. Al calar della notte, avevano già quasi raggiunto la porta della città quando, per terra davanti a loro, scorsero una povera donna che era caduta nella neve, troppo stanca e malata per cercare rifugio da qualche parte. Pedro si inginocchiò cercando di alzarla, ma non vi riuscì.

«Non ce la faccio, fratellino» disse Pedro. «È troppo pesante. Devi proseguire da solo».

«lo? Da solo?» esclamò il fratellino. «Ma allora tu non ci sarai alla funzione di Natale».

«Non posso fare altrimenti» disse Pedro. «Guarda questa povera donna. Il suo viso è simile a quello della Madonna nella finestra della cappella. Morirà di freddo se l'abbandoniamo. Sono andati tutti in chiesa, ma io starò qui e mi prenderò cura di lei fino alla fine della Messa. Allora tu potrai condurre qui qualcuno che l'aiuti. Ah, fratellino, prendi questa monetina d'argento e deponila sull'altare: è la mia offerta per il Bambino Gesù. Su, ora, corri!».

E mentre il bambino si avviava verso la chiesa, Pedro sbatté gli occhi per trattenere le lacrime di delusione che gli rigavano le guance. Poi passò un braccio dietro al capo della povera donna che si lamentava debolmente e cercò di sorriderle.

«Coraggio, signora», le disse, «tra poco arriverà qualcuno».

Nella grande chiesa, la funzione di quella vigilia di Natale fu più splendida che mai! L'organo suonò e i fedeli cantarono e, alla fine della funzione, poveri e ricchi avanzarono orgogliosamente verso l'altare per offrire i loro doni. A poco a poco, sull'altare, si accumularono oggetti splendidi d'oro, d'argento e d'avorio intarsiato; dolci elaborati nei modi più impensati; stoffe dipinte e broccati.

Ultimo, in un gran fruscio di seta e tintinnar di spade, il re del paese percorse la navata. Portava in mano la corona regale, tempestata di pietre preziose che mandavano barbagli di luce tutt'intorno.
Un fremito di eccitazione scosse la folla.

«Senza dubbio questa volta si sentiranno suonare le campane a festa!» mormoravano tutti.

Il re depose sull'altare la splendida corona. La chiesa piombò in un silenzio profondo. Tutti trattennero il respiro, con le orecchie tese per ascoltare il suono delle campane.
Ma soltanto il solito freddo vento sibilò sul campanile.

I fedeli scossero la testa increduli. Qualcuno cominciò a dubitare che quelle strane campane avessero mai potuto suonare. «Forse si sono bloccate per sempre!» sosteneva qualche altro.

La processione era terminata e il coro stava per iniziare l'inno di chiusura, quando all'improvviso l'organista smise di suonare paralizzato. Perché d'un tratto dalla cima della torre si era levato il dolce suono delle campane. Un suono ora alto ora basso, che fluttuava nell'aria riempiendola di festosa sonorità.

Era il suono più angelico e piacevole che mai si fosse udito.

La folla restò un attimo eccitata e silenziosa. Poi, tutti insieme, si alzarono volgendo gli occhi all'altare per vedere quale meraviglioso dono aveva finalmente risvegliato le campane dal loro lungo silenzio. Ma non videro altro che la figura di Fratellino che silenziosamente era scivolato lungo la navata per deporre sull'altare la monetina d'argento di Pedro.

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inviato da Patrizia Traverso, inserito il 10/07/2004

RACCONTO

12. Il lupo di betlemme   1

Bruno Ferrero, Il segreto dei pesci rossi

C'era una volta un lupo. Viveva nei dintorni di Betlemme. I pastori lo temevano tantissimo e vegliavano l'intera notte per salvare le loro greggi. C'era sempre qualcuno di sentinella, così il lupo era sempre più affamato, scaltro e arrabbiato.

Una strana notte, piena di suoni e luci, mise in subbuglio i campi dei pastori. L'eco di un meraviglioso canto di angeli era appena svanito nell'aria. Era nato un bambino, un piccino, un batuffolo rosa, roba da niente.

Il lupo si meravigliò che quei rozzi pastori fossero corsi tutti a vedere un bambino.

"Quante smancerie per un cucciolo d'uomo" pensò il lupo. Ma incuriosito e soprattutto affamato com'era, li seguì nell'ombra a passi felpati. Quando li vide entrare in una stalla si fermò nell'ombra e attese.

I pastori portarono dei doni, salutarono l'uomo e la donna, si inchinarono deferenti verso il bambino e poi se ne andarono. Gli occhi e le zanne del lupo brillarono nella notte: stava per giungere il suo momento. L'uomo e la donna stanchi per la fatica e le incredibili sorprese della giornata si addormentarono. "Meglio così" pensò il lupo, "comincerò dal bambino".

Furtivo come sempre scivolò nella stalla. Nessuno avvertì la sua presenza. Solo il bambino. Spalancò gli occhioni e guardò l'affilato muso che, passo dopo passo, guardingo ma inesorabile si avvicinava sempre più. Gli occhi erano due fessure crudeli. Il bambino però non sembrava spaventato.

"Un vero bocconcino" pensò il lupo. Il suo fiato caldo sfiorò il bambino. Contrasse i muscoli e si preparò ad azzannare la tenera preda.

In quel momento una mano del bambino, come un piccolo fiore delicato, sfiorò il suo muso in una affettuosa carezza. Per la prima volta nella vita qualcuno accarezzò il suo ispido e arruffato pelo, e con una voce, che il lupo non aveva mai udito, il bambino disse: "Ti voglio bene, lupo".

Allora accadde qualcosa di incredibile, nella buia stalla di Betlemme. La pelle del lupo si lacerò e cadde a terra come un vestito vecchio. Sotto, apparve un uomo. Un uomo vero, in carne e ossa. L'uomo cadde in ginocchio e baciò le mani del bambino e silenziosamente lo pregò.

Poi l'uomo che era stato un lupo uscì dalla stalla a testa alta, e andò per il mondo ad annunciare a tutti :"E' nato il bambino divino che può donarvi la vera libertà! Il Messia è arrivato! Egli vi cambierà!".

Cambiare le creature semplicemente amandole. Questo era il piano di Dio. Forse funziona con le belve...

conversionecambiamentonatalemisericordia di Dio

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inviato da Patrizia Traverso, inserito il 23/12/2003

RACCONTO

13. Fortezze ma non di pietra

Bruno Ferrero, A volte basta un raggio di sole

C'era una volta un sovrano potente. Sapeva che il numero dei giorni che gli restavano da vivere diminuiva inesorabilmente. Che cosa sarebbe diventato il suo bel impero, quando sarebbe stato costretto ad abbandonarlo con tutti i nemici che lo circondavano da ogni lato? Che avrebbe potuto fare il giovane principe, quel figlio troppo giovane e inesperto che il sovrano aveva avuto, ahimè, in tarda età? Dove poteva rifugiarsi? Chi lo avrebbe protetto? Questi pensieri tormentavano il vecchio re, tanto che un giorno disse al principe: «Figlio mio, io non regnerò più per molto tempo e ignoro ciò che accadrà dopo la mia morte. Ci sono molti nemici intorno al trono. Ho tanta paura per l'impero che ho costruito e anche per te. Morirei tranquillo se sapessi che hai un rifugio sicuro che ti protegga in caso di pericolo. Per questo ti consiglio di andare per il regno e di costruire fortezze in tutti gli angoli possibili, per tutti i confini del paese». Obbediente, il giovane si mise immediatamente in cammino. Percorse tutto il Paese, per monti e per valli, e dove trovava il posto conveniente, faceva costruire grandi fortezze solide e imponenti.

Le fortezze sorsero nelle profondità delle foreste, nelle valli più nascoste, sulla sommità delle colline, nei deserti, in riva ai fiumi e sui fianchi delle montagne. Questo costò molto denaro, ma il principe non badava a spese: erano in gioco la sua vita e il suo trono.

Dopo un certo tempo, il giovane ritornò nel palazzo del re suo padre. Stanco, dimagrito, ma soddisfatto d'aver portato a termine il compito, corse a presentarsi dal padre.

«Ebbene, figlio mio, com'è andata? Hai fatto ciò che io ti avevo detto?" gli domandò il re.

«Sì, padre», rispose il principe. «In tutto il paese si innalzano fortezze imprendibili: nei deserti, sulle montagne, nel profondo delle foreste». Ma il vecchio re, il più potente che la storia abbia mai conosciuto, invece di congratularsi con il figlio per tutti i suoi sforzi, scuoteva la testa come in preda ad un forte dispiacere.

«Non è questo, figlio mio, che avevo in mente io. Devi tornare indietro e ricominciare», disse. «Le fortezze che tu hai costruito non ti proteggeranno assolutamente in caso di pericolo: tu sarai solo e non per quei muri e quelle pietre potrai sfuggire alle imboscate e alle trappole dei tuoi nemici. Tu devi costruirti dei rifugi nel cuore delle persone oneste e buone. Devi cercare queste persone, e guadagnarti la loro amicizia: soltanto allora saprai dove rifugiarti nei momenti difficili. Là dove un uomo ha un amico sincero, là trova un tetto sotto cui ripararsi».

Il principe si rimise in cammino. Non più per i deserti, i dirupi, le foreste selvagge, ma per andare verso la gente, tra loro, per costruire dei rifugi come immaginava suo padre, il vecchio re pieno di saggezza.
E questo richiese molti più sforzi e fatiche.
Ma il principe non li rimpianse mai.

Perché, quando dopo un certo tempo il vecchio sovrano si spense e lasciò questo mondo, il principe non aveva più nessun nemico da temere.

Un giorno, una giovane donna ricevette una dozzina di rose con un biglietto che diceva: "Una persona che ti vuole bene».
Senza però la firma.

Non essendo sposata, il suo pensiero andò agli uomini della sua vita: vecchie fiamme, nuove conoscenze. Oppure erano stati la mamma e il papà? Qualche collega di lavoro? Fece un rapido elenco mentale. Infine telefonò a un'amica perché l'aiutasse a scoprire il mistero.

Una frase dell'amica le fece all'improvviso balenare un'idea.
"Di', sei stata tu a mandarmi i fiori?".
"Sì".
"Perché?".

"Perché l'ultima volta che ci siamo parlate eri di umor nero. Volevo che trascorressi un giorno pensando a tutte le persone che ti vogliono bene".
E tu, quante fortezze hai costruito oggi?

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inviato da Patrizia Traverso, inserito il 02/04/2003

RACCONTO

14. Storia triste   1

Bruno Ferrero

Un giorno, un re, per punire suo figlio lo mandò in esilio in un paese lontano. Il principe soffrì la fame e il freddo, perse la speranza di ottenere il perdono reale.
Passarono gli anni.

Un giorno, il re inviò al figlio un ambasciatore con l'ordine di esaudire tutti i suoi desideri, tutte le sue aspirazioni.

L'ambasciatore lo disse al principe, che lo guardò stupito e rispose soltanto: «Dammi un pezzo di pane e un cappotto caldo».

Aveva completamente dimenticato che era un principe e che poteva ritornare nel palazzo di suo padre a vivere da re.

Non è questa la triste storia di tanti nostri contemporanei che hanno dimenticato di essere Figli di Dio?
Il Salmo 16 (15) ci insegna una bellissima preghiera:
«Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Ho detto al Signore: sei tu il mio Dio:
fuori di te non ho altro bene.
Un tempo adoravo gli dèi del paese,
confidavo nel loro potere.
Ora pensino altri a fare nuovi idoli,
non offrirò più a loro
il sangue dei sacrifici,
con le mie labbra non dirò più
il loro nome.
Sei tu, Signore, la mia eredità».

rapporto con Diomisericordiainterioritàvita interiore

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inviato da Patrizia Traverso, inserito il 02/04/2003

RACCONTO

15. Quanto ci separa

Bruno Ferrero, A volte basta un raggio di sole

Un saggio sufi si imbarcò su una nave per recarsi dall'altra parte del mare. A metà della traversata si scatenò una tempesta di tale violenza che le onde altissime scagliavano la nave in su e in giù come se fosse un fuscello. Tutti avevano una paura tremenda, e chi pregava, chi si rotolava gridando, chi gettava tutti i suoi beni in mare. Solo il saggio rimaneva imperturbabile.

Quando la tempesta si calmò, e a poco a poco il colore tornò sulle gote dei naviganti, alcuni di loro si rivolsero al saggio e gli chiesero:

"Ma come mai tu non hai avuto paura? Non ti sei accorto che tra noi e la morte c'era soltanto una tavola di legno?".

"Certo, ma nel corso della vita mi sono accorto che spesso c'è ancor meno".

Quanto ci separa dalla morte? E davvero così sottile il confine tra la vita e la morte.

Negli ultimi mesi di vita, Don Bosco camminava a fatica. Chi lo vedeva attraversare i cortili spesso gli chiedeva: "Dove va, Don Bosco?".
La risposta era sempre la stessa: "In Paradiso".

Lo potremmo dire tutti, ad ogni passo della nostra vita: "Sto arrivando, Signore".

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inviato da Patrizia Traverso, inserito il 01/04/2003

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16. L'ombrello rosso

Bruno Ferrero, A volte basta un raggio di sole

Lui era un giovane studioso e serio, lei una ragazza bella e saggia. E si amavano. Prima di partire per il servizio militare, lui volle farle un regalo. Un regalo che le ricordasse il suo amore. Doveva però fare il conto con le finanze, già messe a dura prova dai libri dell'Università.

Girò per negozi e grandi magazzini. Dopo mille «prendi e posa» si decise. Acquistò un enorme ombrello di un bel rosso vivo.

Sotto quel grande ombrello rosso i due ragazzi si diedero il primo addio, si scambiarono la promessa di amore eterno, decisero di sposarsi. Nella nuova casa, l'ombrello finì in uno sgabuzzino.

Passarono gli anni, arrivarono due figli, le preoccupazioni, qualche tensione di troppo, la noia, i silenzi troppo lunghi.

Una sera, seduti sul divano, lui e lei sbadiglia- vano davanti alla tv. Lei improvvisamente si alzò, corse nello sgabuzzino e dopo un po' tornò con l'ombrello rosso. Lo spalancò e una nuvoletta di polvere si sparse nell'aria. Poi si sedette sul divano con l'ombrello rosso spalancato. Dopo un lungo istante, lui si accoccolò accanto a lei sotto il grande ombrello. Si abbracciarono teneramente.

E ritrovarono tutti i sogni smarriti sotto la polvere dei giorni.

Un uomo e una donna si erano sposati dopo un lungo fidanzamento, avevano avuto quattro figli, i quattro figli erano cresciuti e a loro volta si erano sposati. La sera del matrimonio dell'ultima figlia, si ritrovarono nella loro casa. Soli. Erano ridiventati una coppia.
Si sedettero uno davanti all'altra.
Lui guardò a lungo sua moglie.
E poi disse: «Ma chi diavolo sei, tu?».
Non dimenticate l'ombrello rosso.

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inviato da Patrizia Traverso, inserito il 01/04/2003

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17. Lo scorpione   1

Bruno Ferrero, A volte basta un raggio di sole

Un monaco si era seduto a meditare sulla riva di un ruscello. Quando aprì gli occhi, vide uno scorpione che era caduto nell'acqua e lottava disperatamente per stare a galla e sopravvivere.

Pieno di compassione, il monaco immerse la mano nell'acqua, afferrò lo scorpione e lo posò in salvo sulla riva.

L'insetto per ricompensa si rivoltò di scatto e lo punse provocandogli un forte dolore.

Il monaco tornò a meditare, ma quando riaprì gli occhi, vide che lo scorpione era di nuovo caduto in acqua e si dibatteva con tutte le sue forze. Per la seconda volta lo salvò e anche questa volta lo scorpione punse il suo salvatore fino a farlo urlare per il dolore.

La stessa cosa accadde una terza volta. E il monaco aveva le lacrime agli occhi per il tormento provocato dalle crudeli punture alla mano. Un contadino che aveva assistito alla scena esclamò: «Perché ti ostini ad aiutare quella miserabile creatura che invece di ringraziarti ti fa solo male?».

«Perché seguiamo entrambi la nostra natura» rispose il monaco. «Lo scorpione è fatto per pungere e io sono fatto per essere misericordioso».

E tu, per che cosa sei fatto?

senso della vitamisericordiaperdonoamare i nemici

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inviato da Patrizia Traverso, inserito il 01/04/2003

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18. L'incidente

Bruno Ferrero, A volte basta un raggio di sole

Una giovane donna tornava a casa dal lavoro in automobile. Guidava con molta attenzione perché l'auto che stava usando era nuova fiammante, ritirata il giorno prima dal concessionario e comprata con i risparmi soprattutto del marito che aveva fatto parecchie rinunce per poter acquistare quel modello.

Ad un incrocio particolarmente affollato, la donna ebbe un attimo di indecisione e con il parafango andò ad urtare il paraurti di un'altra macchina.

La giovane donna scoppiò in lacrime. Come avrebbe potuto spiegare il danno al marito? Il conducente dell'altra auto fu comprensivo, ma spiegò che dovevano scambiarsi il numero della patente e i dati del libretto.

La donna cercò i documenti in una grande busta di plastica marrone.
Cadde fuori un pezzo di carta.

In una decisa calligrafia maschile vi erano queste parole: "In caso di incidente..., ricorda, tesoro, io amo te, non la macchina!".

Lo dovremmo ricordare tutti, sempre. Le persone contano, non le cose. Quanto facciamo per le cose, le macchine, le case, l'organizzazione, l'efficienza materiale! Se dedicassimo lo stesso tempo e la stessa attenzione alle persone, il mondo sarebbe diverso. Dovremmo ritrovare il tempo per ascoltare, guardarsi negli occhi, piangere insieme, incaraggiarsi, ridere, passeggiare...
Ed è solo questo che porteremo con noi davanti a Dio.

Noi e la nostra capacità d'amare. Non le cose, neanche i vestiti, neanche questo corpo...

Un papà e il suo bambino camminavano sotto i portici di una via cittadina su cui si affacciavano negozi e grandi magazzini. Il papà portava una borsa di plastica piena di pacchetti e sbuffò, rivolto al bambino. "Ti ho preso la tuta rossa, ti ho preso il robot trasformabile ti ho preso la bustina dei calciatori... Che cosa devo ancora prenderti?".
"Prendimi la mano" rispose il bambino.

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inviato da Patrizia Traverso, inserito il 01/04/2003

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19. L'educazione   1

Bruno Ferrero, A volte basta un raggio di sole

Quand'ero adolescente - raccontava un uomo ad un amico - mio padre mi mise in guardia da certi posti in città. Mi disse: "Non andare mai in una discoteca, figlio mio".
"Perché no, papà?", domandai.
"Perché vedresti cose che non dovresti vedere".

Questo, ovviamente, suscitò la mia curiosità. E alla prima occasione andai in una discoteca.

"E hai visto qualcosa che non dovevi vedere?", domandò l'amico.

"Certo", rispose l'uomo. "Ho visto mio padre".

Un bambino in piedi sul letto nel suo pigiamino rosso punta il dito contro la mamma e fieramente dichiara: "In non voglio essere intelligente. Io non voglio essere beneducato. Io voglio essere come papà!".

L'esempio non è uno dei tanti metodi per educare. E' l'unico.

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inviato da Patrizia Traverso, inserito il 26/03/2003

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20. Laggiù

Bruno Ferrero, A volte basta un raggio di sole

Un bambino che abitava la pianura era affascinato dalla linea delle montagne che si stagliava lontano all'orizzonte. Azzurrine, leggere, compatte, gli apparivano come un luogo di paradiso. Così diverso dalla terra aspra e grigia dove viveva.

Un giorno, ormai cresciuto, cedette al richiamo dell'orizzonte e decise di raggiungere quel posto incantato. Il viaggio durò a lungo, attraverso pianure e colline.

Stremato, arrivò infine sulla vetta delle montagne, ma dovette constatare con profonda delusione che le montagne non erano più azzurrine ma grigie e caotiche, sassose, aride ed aspre. Proprio come il paese che aveva lasciato.

Ma all'orizzonte, davanti a lui, si delineavano altre montagne, azzurre, violette, alonate di luce dorata. E ripartì.

Gli ci volle molto tempo per raggiungerle. Ma anche là, man mano che si avvicinava, l'azzurro e il viola scomparivano per lasciare spazio al grigio delle rocce e al giallo stopposo dell'erba bruciata. Ma davanti l'orizzonte era azzurro e rosa. E lui si rimetteva in cammino.

Era sempre una delusione: al suo arrivo anche le nuove terre si rivelavano ruvide e brulle.

Un giorno, ormai vecchio, vista vana la sua ricerca, decise di tornare indietro. Ed ecco, tutti i paesi che aveva lasciato erano azzurrini, leggeri, immersi in una incantevole luce dorata.

Il giorno era cominciato male e stava finendo peggio. Come al solito, l'autobus era molto affollato. Mentre venivo sballottata in tutte le direzioni, la tristezza cresceva. Poi sentii una voce profonda provenire dalla parte anteriore dell'autobus: "Bella giornata, non è vero?".

A causa della folla non riuscivo a vedere l'uomo, ma lo sentivo descrivere il paesaggio primaverile, richiamando l'attenzione sulle cose che si avvicinavano: la chiesa, il parco, il cimitero, la caserma dei pompieri. Di lì a poco tutti i passeggeri guardavano fuori dal finestrino. L'entusiasmo era cosi contagioso che mi misi a sorridere per la prima volta nella giornata.

Arrivammo alla mia fermata. Dirigendomi con difficoltà verso la porta, diedi un'occhiata alla nostra guida: una figura grassottella con la barba nera, gli occhiali da sole, con in mano un bastone bianco.
Era cieco!

Scesi dall'autobus e, all'improvviso, tutta la mia tensione era svanita. Dio nella sua saggezza aveva mandato un cieco che mi aiutasse a vedere: a vedere che, sebbene a volte le cose vadano male, quando tutto sembra scuro e triste, il mondo continua ad essere bello. Canticchiando un motivetto salii le scale del mio appartamento. Non vedevo l'ora di salutare mio marito con le parole: "Bella giornata, non è vero?".

ottimismosperanzafuturopresentepessimismo

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inviato da Patrizia Traverso, inserito il 26/03/2003

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