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TESTO

1. Il presepe siamo noi

Marco Pappalardo

Il nostro corpo presepe vivente,
nei luoghi dove siamo chiamati a vivere e lavorare.
Le nostre gambe come quelle degli animali
che hanno visitato la grotta "quella notte".
Il nostro ventre come quello di Maria
che ha accolto e fatto crescere Gesù.
Le nostre braccia come quelle di Giuseppe

che l'hanno cullato, sollevato, abbracciato e lavorato per lui.
La nostra voce come quella degli angeli
per lodare il Verbo che si è fatto carne.
I nostri occhi come quelli stupiti di tutti coloro
che la Notte Santa l'hanno visto nella mangiatoia.
Le nostre orecchie come quelle dei pastori

che hanno ascoltato attoniti il canto divino proveniente dal cielo.
La nostra intelligenza come quella dei Magi
che hanno seguito la stella fino alla Sua casa
Il nostro cuore come la mangiatoia
che ha accolto l'Eterno
che si è fatto piccolo e povero come uno di noi.

Natalepresepepresepiofede

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inviato da Luca Mazzocco, inserito il 27/06/2006

PREGHIERA

2. Tu sei la mia luce

Carlo Maria Martini

Signore, tu sei la mia luce;
senza di te cammino nelle tenebre,
senza di te non posso
neppure fare un passo,
senza di te non so dove vado,
sono un cieco
che pretende di guidare un altro cieco.
Se tu mi apri gli occhi, Signore,
io vedrò la tua luce,
i miei piedi cammineranno
nella via della vita.
Signore, se tu mi illuminerai
io potrò illuminare:
tu fai noi luce nel mondo.

testimonianzaluce del mondo

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inviato da Luca Mazzocco, inserito il 11/12/2002

PREGHIERA

3. Abbiamo bisogno di te   1

Giovanni Papini

Abbiamo bisogno di te, di te solo.
Tu solo conosci il bisogno che c'è di te,
in questo mondo, in quest'ora del mondo.

Gesù, tutti hanno bisogno di te
anche quelli che non lo sanno.
E quelli che non lo sanno
assai più di quelli che sanno.

L'affamato si immagina
di cercare il pane
e ha fame di te.
L'assetato crede di volere l'acqua
e ha sete di te.
Il malato s'illude di cercare la salute
e il suo male è l'assenza di te.

Tu sai quanto sia grande
per me e per tutti noi
il bisogno del tuo sguardo
e della tua parola.

Tu che fosti tormentato
per amore nostro
ed ora ci tormenti con tutta la potenza
del tuo implacabile amore.

bisognoricerca di sensorapporto con Dio

Valutazione: 0 voti

inviato da Luca Mazzocco, inserito il 04/12/2002

RACCONTO

4. Imparare ad amare

Rivista Pregare

Un uomo, che si sentiva orgoglioso del verde tappeto del suo giardino, un brutto giorno scoprì che il suo bel prato era infestato da una grande quantità di "denti di leone". Cercò con tutti i mezzi di liberarsene, ma non poté impedire che divenissero una vera piaga.

Alla fine si decise di scrivere al ministero dell'Agricoltura, riferendo tutti gli sforzi che aveva fatto, e concluse la lettera chiedendo: "Che cosa posso fare?".

Giunse la risposta: "Le suggeriamo d'imparare ad amarli".

Autentica piaga è per una persona non accettare gli avvenimenti, non amare tutto ciò che c'è nel suo giardino. Se non si può averla vinta con tanti "denti di leone" che esistono, è necessario apprendere una nuova tecnica: quella dell'amore. Imparare ad amare non è per nulla facile, poiché bisogna perdere, impiegare molto tempo per ascoltare gli altri: piante, animali, persone.

Il vivere in comunità, è come essere piantato in un giardino. In essa ci ogni specie di fiori, piante... Alcuni fioriscono più degli altri; alcuni in un tempo, altri più tardi. Ci sono addirittura piante che non fioriscono mai. Però tutte hanno una funzione, una missione.

I primi cristiani erano "un cuor solo ed un'anima sola, e nessuno riteneva niente come proprio, anzi tutto era di tutti" (Atti, 4,32). Si distinguevano da coloro che non erano cristiani per il solo fatto d'aver appreso ad amare e di crescere nell'amore. Dei primi cristiani affermava Diogneto:

"Amano tutti e da tutti sono perseguitati... Sono poveri, ma arricchiscono tutti. Sono privi d'ogni cosa, ma abbondano in tutto... Li caricano di vituperi, e loro li benedicono... Li si ingiuria e loro onorano. Si comportano bene e sono castigati come malfattori. Condannati a morte, si rallegrano come se fosse loro donata la vita".

comunitàamoreaccettazionetolleranza

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inviato da Luca Mazzocco, inserito il 24/10/2002

RACCONTO

5. Il monaco povero e il monaco ricco

Bruno Ferrero, Il canto del grillo

In una città c'erano due monasteri. Uno era molto ricco, mentre l'altro era poverissimo. Un giorno, uno dei monaci poveri si presentò nel monastero dei ricchi per salutare un amico monaco che aveva là.

«Per un po' non ci vedremo più, amico mio», disse il monaco povero. «Ho deciso di partire per un lungo pellegrinaggio e visitare i cento grandi santuari: accompagnami con la tua preghiera perché dovrò valicare tante montagne e guadare pericolosi fiumi».

«Che cosa porti con te, per un viaggio così lungo e rischioso?», chiese il monaco ricco.

«Solo una tazza per l'acqua e una ciotola per il riso», sorrise il monaco povero.

L'altro si meravigliò molto e lo guardò severamente: «Tu semplifichi un po' troppo le cose, caro mio! Non bisogna essere così sventati e sprovveduti. Anch'io sto per partire per il pellegrinaggio ai cento santuari, ma non partirò di certo finché non sarò sicuro di avere con me tutto quello che mi può servire».

Un anno dopo, il monaco povero tornò a casa e si affrettò a visitare l'amico ricco per raccontargli la grande e ricca esperienza spirituale che aveva potuto fare durante il pellegrinaggio.

Il monaco ricco dimostrò solo un'ombra di disappunto quando dovette confessare: «Purtroppo io non sono ancora riuscito a terminare i miei preparativi».

Un uomo sedeva nel mio stesso scompartimento in treno. Ad ogni stazione si alzava e guardava fuori del finestrino ansiosamente, poi si risiedeva e sospirava dopo aver brontolato il nome della stazione.

Dopo quattro o cinque stazioni il vicino di posto gli chiese preoccupato: «C'è qualcosa che non va? Mi sembra così terribilmente agitato».

L'uomo lo guardò e rispose: «Veramente avrei dovuto cambiare da un bel po' di tempo. Sto andando nella direzione sbagliata. Ma sto così comodo e al caldo, qui...».

decisionesceltaconversionecambiamentopovertàessenzialitàpartire

Valutazione: 0 voti

inviato da Luca Mazzocco, inserito il 30/09/2002

PREGHIERA

6. Dammi coraggio   1

Rabindranath Tagore

Ti prego:
non togliermi i pericoli,
ma aiutami ad affrontarli.

Non calmar le mie pene,
ma aiutami a superarle.

Non darmi alleati nella lotta della vita...
eccetto la forza che mi proviene da te.

Non donarmi salvezza nella paura,
ma pazienza per conquistare la mia libertà.

Concedimi di non essere un vigliacco
usurpando la tua grazia nel successo;
ma non mi manchi la stretta della tua mano
nel mio fallimento.

Quando mi fermo stanco sulla lunga strada
e la sete mi opprime sotto il solleone;
quando mi punge la nostalgia di sera
e lo spettro della notte copre la mia vita,
bramo la tua voce, o Dio,
sospiro la tua mano sulle spalle.

Fatico a camminare per il peso del cuore
carico dei doni che non ti ho donati.

Mi rassicuri la tua mano nella notte,
la voglio riempire di carezze,
tenerla stretta: i palpiti del tuo cuore
segnino i ritmi del mio pellegrinaggio.

coraggiocroceavversitàsofferenzadoloredifficoltà

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inviato da Luca Mazzocco, inserito il 25/09/2002

TESTO

7. L'attimo presente

Andrea Panont, L'alfabeto di Dio

Una volta camminavo sul marciapiede mentre infuriava un temporale e il vento soffiava così forte da portarmi via il cappello: davanti a me, a un metro di distanza, cadde improvvisamente dal balcone di un terzo piano, sfracellandosi a terra, un grosso vaso di fiori. Un attimo di smarrimento; ma poi mi resi conto che potevo, dovevo con­tinuare a camminare.

Si deve vivere sempre come se ogni momento, vaso o no, temporale o no, malattia o no, fosse l'ultimo della vita.

L'ultimo attimo può essere il primo: il primo e l'ultimo attimo di una vita coincidono.

È bene, allora, vivere ogni momento come se fosse il primo, l'ultimo, l'unico della vita.

"Chi vive e crede in me - cioè chi ama - non morrà in eterno."

Mi piace canticchiare durante la giornata le parole-preghiera d'una vecchia canzone del Gen verde:

"Fammi parlare sempre come fosse l'ultima parola che dico.
Fammi agire sempre come fosse l'ultima azione che faccio.

Fammi soffrire sempre come fosse l'ultima sofferenza che ho da offrirTi.

Fammi pregare sempre come fosse l'ultima possibilità che ho qui in terra di parlare con Te".

presentecogliere l'attimo

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inviato da Luca Mazzocco, inserito il 24/09/2002

RACCONTO

8. L'aragosta

Tanto tempo fa, quando il mondo era nuovo, una certa aragosta decise che il Creatore aveva fatto un errore.

Così fissò un appuntamento per discutere con Lui la questione.

"Con tutto il dovuto rispetto" disse l'aragosta, "Vorrei protestare per il modo in cui ha disegnato il mio guscio. Vedi, appena mi abituo al mio rivestimento esterno, ecco che devo abbandonarlo per un altro molto scomodo. Oltretutto è una perdita di tempo!".

Il Creatore replicò: "Capisco, ma ti rendi conto che è proprio il lasciare un guscio che ti permette di andare a crescere dentro un altro?".
"Ma io mi piaccio così come sono", disse l'aragosta.

"Hai proprio deciso così?" chiese il Creatore. "Certo!" rispose l'aragosta.

"Molto bene" sorrise il Creatore "D'ora in poi il tuo guscio non cambierà e tu continuerai ad essere così come sei ora"... "Molto gentile da parte tua" disse l'aragosta, e se ne andò.

L'aragosta era molto contenta di poter indossare lo stesso vecchio guscio, ma giorno dopo giorno quel che era prima una leggera e confortevole protezione cominciò a diventare ingombrante e scomodo. Alla fine l'animale non riusciva più a respirare. Con grosso sforzo tornò a parlare con il Creatore.

"Con tutto il rispetto" sospirò l'aragosta, "contrariamente a quello che mi avevi promesso, il mio guscio non è rimasto lo stesso. Continua a restringersi sempre di più!".

"No di certo" sorrise il Creatore. "Il tuo guscio è rimasto della stessa misura. Quello che è successo è che TU sei cambiata all'interno del guscio!".

Il Creatore continuò: "Vedi, tutto cambia, continuamente. Nessuno resta lo stesso. E' così che ho creato le cose. La possibilità più interessante che tu hai è quella di poter lasciare il tuo vecchio guscio, quando cresci."

"Aaah, capisco!" disse l'aragosta. "Ma devi ammettere che ciò è abbastanza scomodo!".

"Sì" rispose il Creatore. "Ma ricorda: ogni crescita porta con sé la possibilità di un disagio, insieme alla grande gioia di scoprire nuovi aspetti di se stesso. Dopo tutto, non si può avere l'uno senza l'altro!".
"Tutto ciò è molto saggio!" rispose l'aragosta.

"Ogni volta che lascerai il tuo vecchio guscio" continuò il Creatore "e sceglierai di crescere, costruirai una forza nuova in te. E in questa forza troverai nuove capacità di amare te stessa e di amare coloro che ti sono accanto... di amare la vita stessa! E' questo il mio progetto per ognuno di voi".

crescitacambiamentoconversionematuritàsacrificiorinuncia

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inviato da Luca Mazzocco, inserito il 24/09/2002

PREGHIERA

9. Signore, quando...

Karl Barth

Signore nostro Dio!
Quando la paura ci prende,
non lasciarci disperare!
Quando siamo delusi,
non lasciarci diventare amari!
Quando siamo caduti,
non lasciarci a terra!
Quando non comprendiamo più niente
e siamo allo stremo delle forze,
non lasciarci perire!
No, facci sentire
la tua presenza e il tuo amore
che hai promesso
ai cuori umili e spezzati
che hanno timore della tua parola.
E' verso tutti gli uomini
che è venuto il tuo Figlio diletto,
verso gli abbandonati:
poiché lo siamo tutti,
egli è nato in una stalla e morto sulla croce.
Signore,
destaci tutti e tienici svegli
per riconoscerlo e confessarlo.

affidamentoavversitàNatalesofferenzafiduciaabbandono

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inviato da Luca Mazzocco, inserito il 17/09/2002

PREGHIERA

10. Mio Signore

Rabindranath Tagore

Lascia che io mi sieda
per un momento al tuo fianco;
finirò più tardi
il lavoro che mi attende.

Lontano dal tuo sguardo,
io subito mi stanco;
il mio lavoro è pena
e mi sento perduto.

Con te trovo la vita,
i suoi sussurri e sospiri,
ho mille menestrelli
alla corte del tuo amore.

Lascia che io mi sieda
a faccia a faccia;
voglio cantare la gioia
d'appartenere a te.

preghierarapporto con Dio

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inviato da Luca Mazzocco, inserito il 09/09/2002

RACCONTO

11. La vecchia signora scorbutica   1

Bruno Ferrero, C'è qualcuno lassù

Sul tavolino da notte di una vecchia signora rico­verata in un ospizio per anziani, il giorno dopo la sua morte, fu ritrovata questa lettera. Era indirizzata al­la giovane infermiera del reparto.

«Cosa vedi, tu che mi curi? Chi vedi, quando mi guardi? Cosa pensi, quando mi lasci? E cosa dici quando parli di me?

Il più delle volte vedi una vecchia scorbutica, un po' pazza, lo sguardo smarrito, che non è più com­pletamente lucida, che sbava quando mangia e non risponde mai quando dovrebbe.

E non smette di perdere le scarpe e calze, che do­cile o no, ti lascia fare come vuoi, il bagno e i pasti per occupare la lunga giornata grigia.
È questo che vedi!
Allora apri gli occhi. Non sono io.
Ti dirò chi sono.

Sono l'ultima di dieci figli con un padre e una ma­dre. Fratelli e sorelle che si amavano.

Una giovane di 16 anni, con le ali ai piedi, so­gnante che presto avrebbe incontrato un fidanzato. Sposata già a vent'anni.

Il mio cuore salta di gioia al ricordo dei propositi fatti in quel giorno.

Ho 25 anni ora e un figlio mio, che ha bisogno di me per costruirsi una casa.

Una donna di 30 anni, mio figlio cresce in fretta, siamo legati l'uno all'altra da vincoli che dureranno. Quarant'anni, presto lui se ne andrà. Ma il mio uo­mo veglia al mio fianco.
Cinquant'anni, intorno a me giocano daccapo dei bimbi.
Rieccomi con dei bambini, io e il mio diletto.

Poi ecco i giorni bui, mio marito muore. Guardo al futuro fremendo di paura, giacché i miei figli sono completamente occupati ad allevare i loro.

E penso agli anni e all'amore che ho conosciuto. Ora sono vecchia. La natura è crudele, si diverte a far passare la vecchiaia per pazzia. Il mio corpo mi lascia, il fascino e la forza mi abbandonano. E con l'età avanzata laddove un tempo ebbi un cuore vi è ora una pietra.

Ma in questa vecchia carcassa rimane la ragazza il cui vecchio cuore si gonfia senza posa. Mi ricordo le gioie, mi ricordo i dolori, e sento daccapo la mia vita e amo.

Ripenso agli anni troppo brevi e troppo presto pas­sati. E accetto l'implacabile realtà "che niente può durare".

Allora apri gli occhi, tu che mi curi, e guarda non la vecchia scorbutica... Guarda meglio e mi vedrai».

Quanti volti, quanti occhi, quante mani incrocia­mo, ogni giorno. Che cosa guardiamo? Le rughe, le ostilità, i dubbi, le durezze. Se imparassimo invece a guardare i sogni, i palpiti, gli amori spesso così accuratamente nascosti?

anzianitàvecchiaianon giudicarevedere oltre le apparenzegiudizio

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inviato da Luca Mazzocco, inserito il 29/08/2002

RACCONTO

12. Il giudizio universale

Bruno Ferrero, C'è qualcuno lassù

Dopo una vita semplice e serena, una donna mo­rì e si trovò subito a far parte di una lunga e ordina­tissima processione di persone che avanzavano len­tamente verso il Giudice Supremo. Man mano che si avvicinava alla mèta, udiva sempre più distinta­mente le parole del Signore.

Udì così che il Signore diceva ad uno: «Tu mi hai soccorso quando ero ferito sull'autostrada e mi hai portato all'ospedale, entra nel mio Paradiso». Poi ad un altro: «Tu hai fatto un prestito senza interessi ad una vedova, vieni a ricevere il premio eterno». E ancora: «Tu hai fatto gratuitamente operazioni chirur­giche molto difficili, aiutandomi a ridare la speranza a molti, entra nel mio Regno». E così via.

La povera donna venne presa dallo sgomento per­ché, per quanto si sforzasse, non ricordava di aver fatto in vita sua niente di eccezionale. Cercò di lascia­re la fila per avere il tempo di pensare, ma non le fu assolutamente possibile: un angelo sorridente ma de­ciso non le permise di abbandonare la lunga coda.

Col cuore che le batteva forte, e tanto timore, ar­rivò davanti al Signore. Subito si sentì avvolta dal suo sorriso.

«Tu hai stirato tutte le mie camicie... Entra nella mia felicità».

A volte è così difficile immaginare quanto sia straordinario l'ordinario.

quotidianitàattenzione alle piccole cose

Valutazione: 5.0/5 (1 voto)

inviato da Luca Mazzocco, inserito il 28/08/2002

PREGHIERA

13. Signore mio Dio

San Tommaso d'Aquino

Aiutami, Signore mio Dio,
ad essere obbediente senza ripugnanza,
povero senza rammarico,
casto senza presunzione,

aiutami, Signore mio Dio,
ad essere paziente senza mormorazione,
umile senza finzione,
giocondo senza dissipazione,

aiutami, Signore mio Dio,
ad essere austero senza tristezza,
prudente senza fastidio,
pronto senza vanità,

aiutami, Signore mio Dio,
ad essere timoroso senza sfiducia,
veritiero senza doppiezza,
benefico senza arroganza,

in modo che senza superbia
corregga i miei fratelli,
e senza simulazione li edifichi
con le parole e con l'esempio.

talentiumiltàpiccolezzavirtù

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inviato da Luca Mazzocco, inserito il 15/06/2002

TESTO

14. La tua, la mia messa

Chiara Lubich

Quando soffro e il mio soffrire è tale
che mi impedisce ogni attività,
mi ricordo della messa.
Tu nella messa, Signore Gesù,
oggi come allora,
non lavori, non predichi:
ti sacrifichi per amore.
Nella vita
si possono fare tante cose,
dire tante parole,
ma la voce del dolore,
del dolore offerto per amore,
è la parola più forte,
quella che ferisce il cielo.
Quando soffro,
immergo il mio dolore nel tuo:
dico la mia messa;
e lascio scorrere la mia sofferenza
a beneficio dell'umanità:
come hai fatto tu, mio Signore!

sofferenzacrocedoloreMessasacrificioofferta

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inviato da Luca Mazzocco, inserito il 15/06/2002

RACCONTO

15. Gli auguri

Bruno Ferrero, Il segreto dei pesci rossi

Il piccolo Carlo era un bambino timido e tranquillo. Un giorno arrivò a casa e disse a sua madre che avrebbe voluto preparare una cartolina di San Valentino per tutti i suoi compagni di classe.
La madre istintivamente esclamò: «Ma no! Non è il caso!».

Ogni giorno osservava i bambini quando tornavano a casa a piedi da scuola. Il suo Carlo arrancava sempre per ultimo. Gli altri ridevano e formavano un'allegra e rumoro­sa combriccola. Ma Carlo non faceva mai parte del gruppo. La madre decise di aiuta­re il figlio e acquistò cartoncini e pennarel­li. Per tre settimane, sera dopo sera, Carlo illustrò meticolosamente trentacinque car­toline di San Valentino.

Giunse il giorno di San Valentino e Carlo era fuori di sé per l'emozione. Le accatastò con cura, le mise nello zainetto e corse fuo­ri. La madre decise di cucinargli il suo dol­ce preferito e farglielo trovare con una taz­za di cioccolata calda per quando sarebbe tornato a casa da scuola. Sapeva che sareb­be rimasto deluso e forse in questo modo gli avrebbe alleviato il dolore. Avrebbe dato una cartolina a tutti, ma lui non ne avrebbe ricevuta nemmeno una.

Quel pomeriggio preparò la torta e la cioccolata. Quando udì il solito vociare dei bambini, guardò fuori della finestra. Stavano arrivando, ridendo e chiacchierando come al solito. E come sempre l'ultimo era Carlo. Da solo.

Entrò in casa quasi di corsa e buttò lo zai­netto su una sedia. Non aveva niente in ma­no e la madre si aspettava che scoppiasse in lacrime. «La mamma ti ha preparato la torta e la cioccolata», disse, con un nodo in gola. Ma lui quasi non sentì le sue parole. Passò oltre, il volto acceso, dicendo forte: «Nean­che uno. Neanche uno!».
La madre lo guardò incerta.

E il bambino aggiunse: «Non ne ho dimenticato neanche uno, neanche uno».

«Questa è la volontà del Padre che mi ha mandato: che io non perda nessuno di quel­li che mi ha dato» (Giovanni 6,39).
Neanche uno.

altruismodonaredono di sé

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inviato da Luca Mazzocco, inserito il 15/06/2002

RACCONTO

16. Un ladro in paradiso

Bruno Ferrero, Il segreto dei pesci rossi

Un ladro arrivò alla porta del Cielo e co­minciò a bussare: «Aprite!». L'apostolo Pietro, che custodisce le chiavi del Paradiso, udì il fracasso e si affacciò alla porta.
«Chi è là?».
«Io».
«E chi sei tu?».
«Un ladro. Fammi entrare in Cielo».
«Neanche per sogno. Qui non c'è posto per un ladro».
«E chi sei tu per impedirmi di entrare?».
«Sono l'apostolo Pietro!».

«Ti conosco! Tu sei quello che per paura ha rinnegato Gesù prima che il gallo cantasse tre volte. Io so tutto, amico!».

Rosso di vergogna, San Pietro si ritirò e cor­se a cercare San Paolo: «Paolo, va' tu a par­lare con quel tale alla porta».
San Paolo mise la testa fuori della porta:
«Chi è là?».
«Sono io, il ladro. Fammi entrare in Paradiso».
«Qui non c'è posto per i ladri!».
«E chi sei tu che non vuoi farmi entrare?».
«Io sono l'apostolo Paolo!».

«Ah, Paolo! Tu sei quello che andava da Ge­rusalemme a Damasco per ammazzare i cri­stiani. E adesso sei in Paradiso!».

San Paolo arrossì, si ritirò confuso e raccon­tò tutto a San Pietro.

«Dobbiamo mandare alla porta l'Evangelista Giovanni» disse Pietro. «Lui non ha mai rinnegato Gesù. Può parlare con il ladro». Giovanni si affacciò alla porta.
«Chi è là?».
«Sono io, il ladro. Lasciami entrare in Cielo».

«Puoi bussare fin che vuoi, ladro. Per i pec­catori come te qui non c'è posto!».
«E chi sei tu, che non mi lasci entrare?».
«Io sono l'Evangelista Giovanni».

«Ah, tu sei un Evangelista. Perché mai in­gannate gli uomini? Voi avete scritto nel Vangelo: "Bussate e vi sarà aperto. Chiedete ed otterrete". Sono due ore che busso e chiedo, ma nessuno mi fa entrare. Se tu non mi trovi subito un posto in Paradiso, torno immediatamente sulla Terra e racconto a tutti che hai scritto bugie nel Vangelo!».

Giovanni si spaventò e fece entrare il ladro in Paradiso.

Quando il predicatore tornò sul tema della buona novella, un uomo lo interruppe: «Che razza di buona novella è», domandò, «se è così facile andare all'inferno e tanto diffici­le entrare in paradiso?».
Il Paradiso è solo questione di misericordia.

perdonoparadisomisericordiaamore di Diovita eterna

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inviato da Luca Mazzocco, inserito il 15/06/2002

RACCONTO

17. Due teste

Bruno Ferrero, Il segreto dei pesci rossi

Sulle sponde d'un lago nell'India del Nord, c'era una volta uno strano uccello che ave­va due teste, una a destra e una a sinistra. Due teste ma un corpo solo.

Un giorno, mentre gironzolava in cerca di cibo, con gli occhi della testa di destra vide un favo di miele selvatico, e subito vi si but­tò sopra.
La testa di sinistra disse:
«Dammene anche a me».

Ma la testa di destra non diede ascolto, e se lo beccò tutto in pochi istanti. Allora la testa di sinistra giurò vendetta; e mentre l'uccello vagava per un bosco, ecco a sinistra certe bacche amarissime. La testa di sinistra le scorse per prima e, pur sapendo che non erano buone e avrebbero fatto male allo stomaco, ne beccò quante poté.
E nel frattempo pensava:

«Poi avremo mal di pancia; ma gli sta bene, a quell'egoista dell'altra parte; così impara la solidarietà».

Poco dopo, l'uccello si sentì colto da atroci dolori: le bacche erano velenose, e in breve tempo gli causarono la morte.

Morirono ugualmente le due teste, quella di destra e quella di sinistra, perché nessuna delle due aveva avuto cervello.

Così muoiono tante famiglie. Per paura di amare.

«I legami profondi mi hanno sempre spaventato» ammette uno studente, «perché hanno tutta l'aria di imporre delle grosse re­sponsabilità. Ho sempre temuto di non po­ter adempire alle molte esigenze e richieste che un impegno del genere trascina con sé. Per questo mi sono sorpreso a constatare, quando alla fine ho trovato il coraggio di avviare un rapporto affettivo approfondito e stabile, che mi sentivo più forte di prima. Da quel momento ho avuto l'impressione di disporre di due cervelli e non di uno; e co­sì pure di quattro mani di quattro braccia, di quattro gambe e di un altro mondo. La mia capacità di realizzarmi e di evolvermi è parsa raddoppiare, come si sono raddop­piate le alternative a mia disposizione. Ades­so amare gli altri mi riesce assai più facile. Mi sento molto più forte, non ho più paura».

comunioneconviverefamigliacoppiamatrimonio

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inviato da Luca Mazzocco, inserito il 15/06/2002

RACCONTO

18. La tentazione

Bruno Ferrero, il segreto dei pesci rossi

In una giornata estiva molto calda, un brac­ciante agricolo ricevette l'ordine di vangare il giardino del suo padrone. Si mise al lavo­ro di malavoglia, e cominciò ad inveire con­tro Adamo che, a suo parere, era l'unico re­sponsabile di ogni sfruttamento.

Le sue bestemmie e imprecazioni giunsero all'orecchio del padrone. Il quale gli si avvi­cinò e gli disse: «Ma perché inveisci contro Adamo? Scommetto che al suo posto avre­sti fatto la stessa cosa».

«No di certo», rispose il bracciante, «io avrei resistito alla tentazione!».
«Vedremo!» disse il padrone e lo invitò a pranzo.

All'ora stabilita, il badilante si presentò in casa del padrone e questi lo introdusse in una saletta dove c'era una tavola imbandita con ogni ben di Dio.

«Puoi mangiare tutto quanto vuoi» disse l'uomo al suo dipendente. «Soltanto la zup­piera coperta al centro della tavola non la devi toccare finché non torno».

Il badilante non aspettò neppure un minuto: si sedette al tavolo e con il suo formida­bile appetito cominciò ad assaggiare una dopo l'altra le leccornie che gli venivano servite. Alla fine il suo sguardo fu magnetiz­zato dalla zuppiera.

La curiosità lo fece quasi ammattire, tanto che alla fine non resistette più e, con la mas­sima circospezione, sollevò appena appena il coperchio che copriva la zuppiera. Saltò fuori un sorcio. Il badilante fece l'atto di ac­ciuffarlo, ma il topo gli sgusciò di mano. Ini­ziò la caccia, mentre il giovane rovesciava tavoli e sedie. Il gran baccano richiamò il padrone.
«Hai visto?» chiese, e ridendo lo minacciò:

«Al tuo posto, in futuro, non imprecherei più a voce alta contro Adamo e il suo errore!».

«Mia io no! Io sono diverso! Io non mi sarei certamente comportato così!».
«Quanto sei stato stupido! Dovevi fare così e così...».

Quanti modi per puntare il dito contro gli altri. Ma chi punta il dito contro un altro ne punta tre contro se stesso.

Un discepolo parlava con disprezzo dell'avidità e della violenza della gente «fuori nel mondo».

Il maestro disse: «Mi ricordi quel lupo che stava attraversando una fase di bontà. Quando vide un gatto che dava la caccia a un topo, si girò verso un lupo suo compa­gno e disse indignato: "Non sarebbe ora che qualcuno facesse qualcosa per fermare que­sti teppisti?"».

tentazioneumiltàorgoglio

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inviato da Luca Mazzocco, inserito il 14/06/2002

ESPERIENZA

19. Vestiti per i poveri   1

Bruno Ferrero, C'è qualcuno lassù

Il parroco di una delle sterminate periferie di Pa­rigi, incaricò un giorno la scrittrice Madeleine Del­brel, sua buona parrocchiana, di portare un pacco di vestiti ad una poverissima famiglia di non credenti.

Madeleine prese il pacchetto e si recò all'indiriz­zo che le aveva dato il parroco. Salì i cinque piani del freddo casermone di cemento e consegnò il pac­co alla donna dall'aria sciupata con un bambino ac­canto, che era venuta ad aprire la porta. La donna ringraziò e Madeleine riprese le scale. Era appena giunta a pianterreno che si sentì richiamare.

Era la donna del quinto piano che urlava: «Vieni a riprenderti il tuo pacchetto! Sono degli stracci schi­fosi! Siamo poveri, ma non viviamo di rifiuti!».

Madeleine risalì. Vide che la donna aveva ragio­ne: il pacco conteneva biancheria sporca. C'era sta­to qualche errore. Si scusò e ridiscese, addolorata. Non sapeva che cosa fare.

Passò davanti ad un negozio di fiori e vide un cesto di magnifiche rose rosse. Le comperò, ritornò sui suoi passi, incontrò il bambino della donna e gli diede i fiori, dicendogli: «Portali alla tua mamma».

Quel bambino fu il primo battezzato del quartiere.

Un vecchietto ateo, non credente, andò da un noto sacerdote. Sperava di essere aiutato a risolvere i suoi problemi di fede. Non riusciva a convincersi che Gesù di Nazaret fosse veramente risorto. Cercava dei se­gni di questa affermata risurrezione... Quando entrò nella casa canonica, abitazione del sacerdote, c'era già qualcuno nello studio a collo­quio. Il prete intravide il vecchietto in piedi in corri­doio, e subito, sorridente, andò a porgergli una sedia.

Quando l'altro si congedò, il sacerdote fece en­trare l'anziano signore. Conosciuto il problema, gli parlò a lungo e dopo un fitto dialogo, l'anziano da ateo divenne credente, desiderando di ritornare alla parola di Dio, ai sacramenti e alla fiducia nella Madonna. Il sacerdote soddisfatto ma anche un po' meravi­gliato gli chiese: «Mi dica, del lungo colloquio qual è stato l'argomento che l'ha convinta che Cristo è veramente risorto e che Dio esiste?». «Il gesto con il quale mi ha porto la sedia perché non mi stancassi di aspettare», rispose il vecchietto.

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inviato da Luca Mazzocco, inserito il 14/06/2002

RACCONTO

20. L'incontro

Bruno Ferrero, C'è qualcuno lassù

«Ebbi lo scompartimento del treno tutto per me. Poi salì una ragazza», raccontava un giovane india­no cieco. «L'uomo e la donna venuti ad accompagnar­la dovevano essere i suoi genitori. Le fecero molte raccomandazioni. Dato che ero già cieco allora, non potevo sapere che aspetto avesse la ragazza, ma mi piaceva il suono della sua voce».

«Va a Dehra Dun?», chiesi mentre il treno usciva dalla stazione. Mi chiedevo se sarei riuscito a impe­dirle di scoprire che non ci vedevo. Pensai: se resto seduto al mio posto, non dovrebbe essere troppo dif­ficile.

«Vado a Saharanpur», disse la ragazza. «Là vie­ne a prendermi mia zia. E lei dove va?».
«A Dehra Dun, e poi a Mussoorie», risposi.

«Oh, beato lei! Vorrei tanto andare a Mussoorie. Adoro la montagna. Specialmente in ottobre».

«Sì è la stagione migliore», dissi, attingendo ai miei ricordi di quando potevo vedere. «Le colline sono cosparse di dalie selvatiche, il sole è delizioso, e di sera si può star seduti davanti al fuoco a sorseggiare un brandy. La maggior parte dei villeggianti se n'è andata, e le strade sono silenziose e quasi deserte».

Lei taceva, e mi chiesi se le mie parole l'avesse­ro colpita, o se mi considerasse solo un sentimenta­loide. Poi feci un errore. «Com'è fuori?» chiesi.

Lei però non sembrò trovare nulla di strano nella domanda. Si era già accorta che non ci vedevo? Ma le parole che disse subito dopo mi tolsero ogni dubbio. «Perché non guarda dal finestrino?», mi chiese con la massima naturalezza.

Scivolai lungo il sedile e cercai col tatto il fine­strino. Era aperto, e io mi voltai da quella parte fin­gendo di studiare il panorama. Con gli occhi della fantasia, vedevo i pali telegrafici scorrere via velo­ci. «Ha notato», mi azzardai a dire «che sembra che gli alberi si muovano mentre noi stiamo fermi?».
«Succede sempre così», fece lei.

Mi girai verso la ragazza, e per un po' rimanem­mo seduti in silenzio. «Lei ha un viso interessante» dissi poi. Lei rise piacevolmente, una risata chiara e squillante. «E' bello sentirselo dire», fece. «Sono tal­mente stufa di quelli che mi dicono che ho un bel visino!».

«Dunque, ce l'hai davvero una bella faccia», pen­sai, e a voce alta proseguii:
«Beh, un viso interessante può anche essere mol­to bello».
«Lei è molto galante», disse. «Ma perché è così serio?».
«Fra poco lei sarà arrivata», dissi in tono piuo­sto brusco.
«Grazie al cielo. Non sopporto i viaggi lunghi in treno».

Io invece sarei stato disposto a rimaner seduto all'infinito, solo per sentirla parlare. La sua voce ave­va il trillo argentino di un torrente di montagna. Appena scesa dal treno, avrebbe dimenticato il nostro breve incontro; ma io avrei conservato il suo ricor­do per il resto del viaggio e anche dopo.

Il treno entrò in stazione. Una voce chiamò la ra­gazza che se ne andò, lasciando dietro di sé solo il suo profumo.

Un uomo entrò nello scompartimento, farfuglian­do qualcosa. Il treno ripartì. Trovai a tentoni il fine­strino e mi ci sedetti davanti, fissando la luce del gior­no che per me era tenebra. Ancora una volta potevo rifare il mio giochetto con un nuovo compagno di viaggio.

«Mi spiace di non essere un compagno attraente come quella che è appena uscita», mi disse lui, cer­cando di attaccar discorso.

«Era una ragazza interessante», dissi io. «Potreb­be dirmi... aveva i capelli lunghi o corti?».

«Non ricordo», rispose in tono perlesso. «Sono i suoi occhi che mi sono rimasti impressi, non i capel­li. Aveva gli occhi così belli! Peccato che non le ser­vissero affatto... era completamente cieca. Non se n'era accorto?».

Come due ciechi che fingono di vedere. Quanti incontri tra esseri umani sono così. Per paura di met­tere allo scoperto ciò che si è. E così si perdono gli appuntamenti decisivi della vita. Certi incontri ac­cadono una volta sola.

sinceritàmaschereaccettazione di sé

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inviato da Luca Mazzocco, inserito il 14/06/2002

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