Parole Nuove
Commenti al Vangelo e alla Liturgia
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Un maestro che non cerca fama
don Bruno Maggioni

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XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (16/10/2005)
Vangelo: Mt 22,15-21   Clicca per vedere le Letture (Vangelo: Mt 22,15-21)

A Gerusalemme Gesù è coinvolto in una serie di dibattiti che chiamano in causa i gruppi più rappresentativi del giudaesimo. Le risposte di Gesù agli interrogativi che gli vengono posti mostrano la sua totale indipendenza di giudizio nei confronti delle correnti culturali dominanti. Un'indipendenza di giudizio che dovrebbe essere la prerogativa del cristiano di ogni tempo. Certamente tutto il peso del racconto evangelico (Mt 22,15-21) cade sull'affermazione: «Rendete a Cesare quello che è di cesare e a Dio quello che è di Dio». Ma prima soffermiamoci su un particolare non privo di importanza. L'episodio pone due personaggi a confronto: Gesù e gli interroganti. Due ritratti completamente diversi. Gesù - colto qui nella sua struttura umana - è definito un maestro «veritiero», che insegna la via di Dio «secondo verità» e che non «guarda in faccia nessuno». Un uomo franco, lineare, tutto d'un pezzo. Non dice ciò che gli è utile, non è condizionato dal consenso e dalla popolarità: dice ciò che è vero, comunque esso sia. Tutto il contrario è la figura dell'interrogante: un uomo contorto, malizioso, capace di fingere per trarre in inganno. La sua domanda non nasce dal desiderio di sapere né gli interessa la verità. Il Vangelo parla di «malizia» e di «ipocrisia». Il primo termine (poneria) indica una malizia consapevole e furba, che sgorga dall'interno: non una cattiveria casuale, un atto inconsulto, ma una scelta abituale, una logica di vita. Il secondo definisce l'attore, l'istrione: recita sulla scena parti che non riflettono la sua vita, finge sentimenti che non prova. Dentro è in un modo e fuori in un altro. Ma veniamo al punto. Il detto di Gesù risulta di due parti. La prima («date a Cesare quello che è di Cesare») riconosce che ci sono i diritti dello Stato e quando lo Stato rimane nel suo ambito questi diritti si tramutano in doveri di coscienza. È significativo, ad esempio, che Paolo scriva ai cristiani di Roma (Rm 13) sollecitandoli a pagare le tasse e a rispettare le autorità (che pure erano pagane). Anche se non gestito dai cristiani, lo Stato ha i suoi diritti. Tuttavia lo Stato non può arrogarsi diritti che competono solo a Dio («e a Dio quello che è di Dio»), il che significa che non può assorbire tutto l'uomo, non può sostituirsi alla coscienza. Il cristiano rifiuta di far coincidere per intero la sua coscienza con gli interessi dello Stato. Afferma il primato di Dio ed è perciò - in radice - un possibile «obiettore di coscienza». La radice della libertà di coscienza è il riconoscimento del primato di Dio.

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