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Commento su Matteo 13,1-23
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Il seminatore uscì a seminare
Subito una questione si pone, urgente, mai sufficientemente risolta: Si può predicare la Parola? È possibile aggiungere qualcosa alla sua forza dirompente? Chiosarla, interpretarla a nostro uso e consumo, utilizzarla fino alla strumentalizzazione?
E tuttavia la Parola - la grande protagonista della pagina dell'Evangelo che oggi siamo chiamati a meditare - ha sempre per ognuno di noi una grande forza evocativa. Libera i pensieri più nascosti, riscatta e fa riemergere le decisioni represse e tradite. Racconta la mia storia, la tua storia.
Ci giudica e ci crocifigge, e crocifiggendoci ci salva. Narrare questa esperienza di liberazione è significativo se e quando provoca un risveglio del bisogno latente di questo punto di riferimento giudicante ed obbligante, una nostalgia di un cibo consumato fraternamente, in comune, come un pane ancora odoroso di forno... Un pasto che gradualmente risveglia e sviluppa la voglia di vivere, senza rete d protezione, alla presenza di un Altro che dolcemente ci chiede di seguirlo senza rivelarci la destinazione.
Oggi dunque "leggerò" questa Parola cercando di dire che cosa mi suggerisce, a quale conversione mi chiama, e chi avesse ancora la tentazione di scorgervi una "predica", lasci perdere, passi oltre senza rimpianti.
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«Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti» (Matteo 13,3-9).
Mistero del Regno mai sufficientemente compreso! Gesto largo e paziente di un Seminatore ottimista e libero dall'ansia di seminare solo sul terreno buono, ricettivo, accogliente. "Pochi, ma buoni...!". No, egli semina a larghe mani. La sua Parola è per tutti. In tutti può far crescere, fa crescere, un'anima di verità.
Semina dunque anche per me. Ed allora mi chiedo quante volte la sua Parola sia caduta fuori dal campo, sulla strada. È Gesù stesso che, nella prosecuzione di questa pagina, traduce il linguaggio della parabola. La parola cade sulla strada ogni volta che mi limito ad ascoltarla e lascio poi che il Divisore la cancelli dal mio cuore. Cade sulla strada ogni volta che non la storicizzo, questa Parola, quando cioè non la lascio entrare nella mia storia concreta, di uomo o di donna sofferente, che vive la fatica dell'esistere. E allo sono tentato di lasciare tutto, di non fidarmi e di non affidarmi. Di passare dall'invocazione all'imprecazione contro una natura malvagia, contro una creazione di cui non riesco più a scorgere il senso. Paolo ha sperimentato questa condizione di fragilità. «Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo» (Rm 8,22-23). E cade ancora sulla strada, questa Parola, quando vivo in modo schizofrenico l'impegno di fede e quello della carità, quando vivo la speranza fuori del mondo reale degli affetti, delle persone, delle situazioni.
Ma noi sappiamo che è una speranza, la nostram ben fondata. Già Isaia la profetizzava con passione. «Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata» (Is 55,10-11).
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C'è, a ben vedere, una continuità logica tra i contesti negativi nei quali può cadere la Parola del Maestro. La strada, i sassi, le spine...Se vivo fuori della prospettiva storica finirò finalmente per accettare quei processi dissolutivi che sempre incombono in modo pauroso sulla persona. Posso anche accogliere con entusiasmo, come dice l'Evangelo, questa Parola, ma se non mi sforzo di radicarla in me, se questo annuncio cade sui sassi e non viene calato nella mia tensione a "farmi" uomo, donna, persona, ben presto si disseccherà, non riesco più a vederlo integrato nel mio processo di crescita che include tutte le relazioni di vita, l'amore di coppia e di famiglia, l'impegno politico, l'inserzione attiva nella comunità ecclesiale.
Vivrò, cioè, l'esperienza angosciante dell'io diviso, che non è un'astrazione degli psicanalisti, ma una realtà con la quale devo fare quotidianamente i conti. Quando non pongo lo spillo del compasso sul centro indivisibile della persona per disegnare cerchi via via più larghi, quella Parola che mi chiama ad essere "dentro unificato" entra nell'abbraccio devitalizzante, soffocante e mortale delle spine, le preoccupazioni quotidiane, la ricerca del potere, delle ricchezze: la linea dell'avere tende sempre a soffocare quella dell'essere.
Ma la Parola, infine, cade anche sul terreno buono. Questa è la bella notizia. Ognuno di noi ne conserva un angolo nel proprio cuore. Allora, potremo cantare con il salmista: «Stillano i pascoli del deserto / e le colline si cingono di esultanza. / I prati si coprono di greggi, / le valli si ammantano di messi: gridano e cantano di gioia!».
TRACCIA PER LA REVISIONE DI VITA
- Che rapporto ho con la Parola del Signore? Lascio che essa mi modelli oppure pretendo di utilizzarla secondo le mie precomprensioni?
- Accetto che essa mi giudichi? Come riesco a farla entrare nella mia storia concreta di coppia e di famiglia?
Commento a cura di Luigi Ghia