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mons. Roberto Brunelli
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Dopo gli operai chiamati a lavorare nella vigna, di cui parlava il brano evangelico di domenica scorsa, la vigna torna oggi come ambiente di un breve racconto di carattere familiare. Un uomo dice al primo dei suoi due figli di andarci a lavorare; quello risponde di sì, ma non ci va; lo dice al secondo, il quale subito risponde di non averne voglia, ma poi ci va.
All’estensore di queste note, i due contraddittori fratelli richiamano alla mente un altro Figlio, mandato dal Padre suo a “lavorare” nella sua proprietà, e subito obbediente senza defezioni, anche se obbedire ha comportato l’essere inchiodato in croce. Gesù non si limita a insegnare: lui per primo dà l’esempio, e sull’argomento di oggi egli è lo specchio e il modello del perfetto sì al Padre suo, che è anche il Padre nostro.
Ma tornando alla parabola dei due fratelli, com’è illuminante, questo semplice esempio! Gesù lo presenta “ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo”, cioè a quanti allora guidavano la nazione ebraica e si atteggiavano a modelli della vita di fede, per smascherare la loro ipocrisia, mentre dimostra di apprezzare quanti, pur avendo condotto una vita disordinata, sono capaci di una sincera conversione. Per questo conclude con un’affermazione a prima vista sconcertante, per di più introdotta da una formula solenne, quasi un giuramento: “In verità vi dico, i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”.
E’ accaduto più volte che a quest’ultima affermazione si siano aggrappati viziosi e disonesti per giustificarsi, sostenendo che Dio preferisce loro “ai bigotti e ai baciapile”, come si è espresso un romanziere notoriamente libertino; Gesù starebbe dalla loro parte, e darebbe a loro, quanto meno anche a loro, un posto in paradiso. Ma non occorre spendere molte parole per dimostrare la malafede di simili discorsi; se certa gente “per bene” è rappresentata dal primo figlio della parabola, quelli impersonati dal secondo figlio sono giustificati non in quanto ribelli alla volontà del padre, bensì in quanto la mettono in pratica, cambiando l’impostazione della loro vita.
Piuttosto, il raccontino di Gesù suona come un triplice invito. Il primo è quello alla coerenza: non basta dichiararsi cristiani, compiere le pratiche esteriori della fede, obbedire a parole: occorrono i fatti, anche quelli destinati a restare nascosti; occorre che all’atteggiamento esteriore corrisponda un’intima sincera adesione. Il secondo è l’invito a non giudicare: di chi ci sta intorno si vedono solo gli atti esteriori; solo Dio scruta le menti e i cuori; solo Dio conosce i condizionamenti e le difficoltà dei percorsi personali per arrivare a Lui; solo Dio può valutare se e quanta fede alberga nel cuore dei singoli. Il terzo invito è quello a non classificare gli uomini entro categorie immutabili, per cui ad esempio chi è stato in prigione resta sempre un delinquente, i politici sono tutti disonesti, i padroni sono tutti sfruttatori, bisogna diffidare di chi una volta ha mentito o tradito o imbrogliato, e via banalizzando. In realtà, false sarebbero le etichette che si pretendesse di applicare agli uomini: ogni persona dispone di insospettabili risorse, e per grazia di Dio tutti possono cambiare in meglio. Gesù ci credeva, come dimostra il suo atteggiamento verso il pubblicano Zaccheo, verso l’adultera colta in flagrante, verso il ladrone crocifisso accanto a lui.