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Dio di vivi
don Marco Pratesi 
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La prima lettura ci narra - in modo incompleto - il martirio di sette fratelli e della loro madre, avvenuto al tempo della persecuzione di Antioco IV Epifane, intorno al 168 a. C., secondo la tradizione ad Antiochia. Antioco volle dare coesione al suo regno spingendo, o meglio obbligando - le varie popolazioni ad assumere comportamenti e mentalità proprie dell'ellenismo, la cultura moderna e dominante del momento. Si tratta di uno dei tanti esempi di ideologia che pretende di forgiare la realtà imponendosi ad ogni prezzo.
La teologia tradizionale ebraica arrivava qui ad un blocco. Priva di prospettive ultraterrene, essa aveva insegnato che seguire Dio era vivere, abbandonarlo morire - in questa vita. Adesso però la realtà era esattamente opposta, perché rimanere fedeli alle "leggi dei padri" (v. 2) significava rimetterci la vita, abbandonarle salvarsi. Non c'era scelta: accettare che la fedeltà a Dio potesse essere mortifera, oppure sfondare il muro della vita terrena e ammettere la possibilità di una vita ulteriore, nella quale la giustizia avrebbe infallibilmente prodotto quel frutto che da sempre le si attribuiva, vale a dire la vita.
Quest'ultima fu la via percorsa. La situazione critica divenne pertanto l'occasione di una più grande luce e tempo privilegiato di rivelazione. Quando i punti di riferimento sembrano crollare, per chi sa mettersi in ascolto dello Spirito si aprono nuovi cammini. È quanto avviene in tante storie personali.
Il nostro racconto costituisce dunque un momento molto importante nello sviluppo della rivelazione biblica, perché apre alla fede nella risurrezione dei morti. Non vi si parla tanto di vita dopo la morte, quanto appunto di risurrezione dell'uomo intero, col suo corpo, come afferma senza possibilità di equivoco la risposta del terzo fratello: "Da Dio ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo; ma da lui spero di riaverle di nuovo" (vv. 11; cf. v. 9). Rimane invece incerto se il testo affermi anche una risurrezione degli empi per la condanna, dato che il v. 14 (CEI: "per te la risurrezione non sarà per la vita") si può anche tradurre: "per te non ci sarà risurrezione per la vita". Tale aspetto potrebbe essere rimasto ancora in ombra, ma ciò che risalta già netto è quanto afferma Gesù nel Vangelo odierno: chi è stato in rapporto con Dio non può finire preda della morte, perché il nostro Dio è un Dio dei viventi. Quanto è donato a Dio in nessun caso va perso. La fiducia posta in lui non andrà mai delusa.
I commenti di don Marco sono pubblicati dal Centro Editoriale Dehoniano - EDB nel libro Stabile come il cielo.