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17 marzo 2013
V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C)

Vangelo: Gv 8,1-11

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TESTO L'intimità nasce dallo sguardo

don Maurizio Prandi

V Domenica di Quaresima (Anno C) (25/03/2007)

Vangelo: Gv 8,1-11 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

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1Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. 2Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. 3Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e 4gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». 6Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. 7Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». 8E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. 10Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». 11Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Proseguiamo il nostro cammino di Quaresima, che ci siamo detti essere guidato dalla parola intimità. Intimità che in queste domeniche abbiamo scoperto nascere da due fatiche: attraversare ed abitare il deserto (prima settimana) e salire sul monte della Trasfigurazione (seconda settimana). Il terzo passo verso l'intimità lo abbiamo definito, in ascolto della vicenda di Mosè, come ascolto del quotidiano, a partire da quello più semplicemente vissuto. La scorsa settimana, insieme al figlio minore della parabola, abbiamo compreso che non c'è intimità se non c'è perdono, se non c'è misericordia.

Vi propongo due piste di riflessione oggi la prima a partire dalla lettura del profeta Isaia e dal brano di vangelo che domenica ascolteremo e che mi permetto di intitolare così: l'intimità nasce dallo sguardo e la seconda a partire dalla lettura di S. Paolo, che mi pare di poter sintetizzare in questo modo: l'intimità nasce dalla conoscenza di Gesù.

L'intimità allora nasce dallo sguardo: Ecco faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Non ci può essere intimità con Dio se non mi accorgo di ciò che Lui stesso compie, se non ho occhi per vedere, se non ho occhi per accorgermi... Il popolo d'Israele, prigioniero a Babilonia sembra capace di guardare solo al passato e non protende lo sguardo verso il futuro, non si accorge di quanto il Signore Dio va compiendo nel presente per salvarlo, consolarlo, liberarlo... Il popolo d'Israele rischiava di scoraggiarsi perché non vedeva subito, nell'immediato, l'intervento di Dio... sento che questa è una pretesa anche mia, anche nostra... veder i risultati nel modo più veloce, nel modo più immediato. Ma lo stile di Dio è lo stile del germogliare, del seme che cresce piano piano, lo stile di Dio non è lo stile dell'albero già cresciuto. L'intimità non si genera nella nostra vita dall'oggi al domani o con un semplice schioccare delle dita. L'intimità domanda una fedeltà, domanda una pazienza.... Don Bruno Maggioni parlerebbe della pazienza del contadino... è lo stile della Parola di Dio, che ci dice un'efficacia diversa da quella che normalmente intendiamo; il profeta Isaia in un altro passo del suo libro la paragona alla neve e alla pioggia: scende sulla terra e non risale al cielo senza aver prima irrigato e fecondato il terreno, ma è una efficacia che l'uomo non può programmare perché la parola è libera, tutta nelle mani di Dio e non nelle previsioni dell'uomo. E' un'efficacia da accogliere, da riconoscere, non da progettare e pretendere: i tempi e i modi sono di Dio. Le parabole del seme a questo riguardo sono evidenti: le parole di Dio sono dei semi che crescono e germogliano secondo determinati tempi, le parole dell'uomo sono sempre alberi fatti perché l'uomo desidera che si realizzi ciò che lui pretende. Mi pare una logica questa, che taglia fuori una dimensione fondamentale per la vita del cristiano, dimensione che la chiesa italiana ha cercato sottolineare mettendo a tema per i prossimi anni la riflessione sulla speranza. Intimità e speranza le sento fortemente legate, così come sento legati lo sguardo e la speranza. Dal greco e dall'ebraico questo termine lo possiamo tradurre così: speranza è la forza di sopportare e di attendere... speranza è, in un certo senso, la virtù della pietra che, se anche la calpesti, non si lascia modificare, è la durezza che fa restare quelli che si è, qualunque cosa succeda... è la costanza... è la fedeltà nelle avversità... è la pazienza di attendere, non importa se a lungo. Ecco, io faccio una cosa nuova dice Isaia... insieme al popolo d'Israele allora chiamati ad indicare i segni, oggi, della speranza. Fa parte della speranza cristiana l'intelligenza di guardare le situazioni in profondità, cogliendo anche dietro i fallimenti più clamorosi i segni del rinnovamento. I segni di speranza... sì, perché abbiamo anche bisogno di concretezza credo. Le nostre comunità qui sono chiamate a svolgere un ruolo importante perché esse stesse sono chiamate a farsi segno, diventare cioè qualcosa di visibile e proprio per questo anche qualcosa che rinvia ad altro. Il segno non ferma lo sguardo su di sé ma rinvia altrove. Don Bruno Maggioni in un suo articolo dice che è molto importante ricordarsi che il segno è valido se è chiaro, non se è grande. Anche piccole comunità possono perciò essere segni. Bello questo, perché anche piccole comunità possono, quindi, essere segni. La sensazione che si prova, oggi, a pelle, è che molti, moltissimi cristiani, oggi subiscono la tentazione del grande, dimenticando il chiaro.

Dicevo prima che sento legato lo sguardo alla speranza, ebbene c'è una parola di Gesù che dovrebbe allargarci il cuore: levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura (Gv 4,35). In qualsiasi tempo della storia le messi biondeggiano. Se non le vediamo è perché i nostri occhi sono annebbiati o perché sono privi di speranza o perché siamo piegati su noi stessi. Per vedere i segni di speranza occorre alzare lo sguardo: levate i vostri occhi!. Sento qui un collegamento con il bellissimo brano di vangelo che ci viene consegnato nella Quinta domenica di Quaresima. Sento lo sguardo di Gesù su quella donna come uno sguardo di speranza. Certamente uno sguardo di misericordia, uno sguardo di perdono. Uno sguardo altro, uno sguardo diverso. Uno sguardo che si leva, che si alza verso di lei soltanto alla fine, quando tutti se ne sono andati. E' come se Gesù dicesse in quel momento: " Non voglio che il mio sguardo si mescoli con quello degli scribi e dei farisei che ti hanno portata qui... non voglio che il mio sguardo si confonda con il loro. Fino a che loro ti guarderanno io non ti guarderò. Nel loro sguardo leggi il giudizio, leggi la condanna, leggi il disprezzo, leggi lo scandalo, leggi la distanza. Nel mio sguardo desidero che tu possa leggere altro: vicinanza, accoglienza, nel mio sguardo voglio che tu possa leggere la speranza che nutro per te, per la tua vita, finalmente luminosa. Nel mio sguardo desidero che tu possa sentirti amata per quello che puoi diventare... Neanch'io ti condanno, và e d'ora in poi non peccare più. Che bello! C'è una novità anche nella vita di questa donna perché Gesù, il rabbì, il maestro non condanna, ma apre una strada per lei, un avvenire per lei, una prospettiva nuova: ecco faccio una cosa nuova...apro una strada nel deserto, immetto fiumi nella steppa...

Mi piace che Gesù non minimizza il peccato... quello che la donna e l'uomo che è stato con lei hanno fatto è qualcosa di molto grave. Il senso del Vangelo non è il ridimensionamento del peccato di quella donna; il Vangelo non vuol dire che quel peccato fosse da poco. Se uno ridimensiona il senso del peccato perde il significato del brano del Vangelo. Il problema è proprio quello del prendere il peccato in tutta la sua dimensione tragica di morte. Il peccato vuole dire: fare soffrire l'uomo, umiliare e schiacciare le persone, cancellare la rivelazione di Dio in mezzo al mondo. Non si può diminuire la gravità del peccato. Ma proprio lì appare la forza dell'amore di Dio e del perdono che Cristo è venuto a portare.

Innanzitutto Gesù ha chiuso la bocca agli accusatori, alla gente; non possono condannare perché sono anche loro dei peccatori. Solo Gesù sarebbe in grado di condannare perché è innocente. Ma Gesù decide di perdonare. E non è semplicemente la decisione di Gesù di Nàzaret, ma Lui è nell'obbedienza al Padre. È la decisione di Dio. Dio, attraverso Gesù, ha deciso di perdonare l'uomo. E' bello anche questo tipo di percorso che Gesù fa fare a coloro che accusano la donna... arrivano lì con la legge in mano, legge ridotta ad un codice di comportamento; ma Gesù non condanna in base ad un codice di comportamento e rimanda ciascuno dei suoi ascoltatori alla verità nascosta nel proprio cuore: Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra... Arrivano lì con una legge scritta su tavole di pietra e con sanzioni, condanne ritenute immutabili e Gesù scrive sulla sabbia... è l'unico momento nel quale ci viene detto che Gesù scrive, e di lui non è rimasta nessuna parola scritta, nessuna frase. Possiamo forse immaginare. Cosa avrà scritto Gesù non lo so... certamente avrà scritto misericordia, mi piace pensare che abbia scritto quella frase di Isaia: faccio una cosa nuova che proprio ora germoglia.. è la vita che ti viene restituita perché tu possa farla fiorire. Anche come chiesa siamo chiamati a riflettere credo. Vogliamo essere la chiesa delle pietre o la chiesa della misericordia? (A. Casati)

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