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14 febbraio 2010
VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Vangelo: Lc 6,17.20-26

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TESTO A chi appartiene il Regno di Dio?

padre Tino Treccani

VI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (11/02/2001)

Brano biblico: Luca 6,17.20-26 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Matteo (5-7) riporta il "discorso della montagna"; Luca scende a valle, in mezzo al popolo contadino, ai "discepoli", vittime del latifondo e ci presenta Gesù come il Maestro, alleato dei poveri. Non solamente, Gesù fa parte di loro e soprattutto garantisce che il Regno di Dio appartiene a loro. Poveri venuti da tutte le parti (v. 17) e poveri che ricevono da Gesù un discorso diretto, poveri ("discepoli") che Gesù guarda in faccia. Il Regno di Dio esige un ribaltamento della società ingiusta che Gesù avverte e denuncia. Alle quattro beatitudini seguono quattro maledizioni.

Che cammino prenderà la società, la storia, se continuerà questo regime ingiusto? Una società vecchia e caduca ed i suoi esclusi: poveri, persone che hanno fame, che piangono, che sono derise ed insultate. A queste persone Gesù dice che sono felici. Perché? Perché il Regno di Dio, la nuova società che Gesù ha inaugurato e che sta insegnando a costruire, appartiene giustamente a loro (v. 20).

Ma al tempo di Gesù c'erano anche i ricchi (v. 24), i sazi (v. 25a) che ridono (v. 25b). Contrapponendo i poveri ai ricchi, gli affamati ai sazi e quelli che piangono a coloro che ridono, Gesù mostra perché gli uni hanno tutto e gli altri niente. É giustamente perché le relazioni sociali sono corrotte dall'ingordigia, dal guadagno e dalla mancanza di solidarietà: i ricchi accumulano con lo sfruttamento dei poveri; i sazi lo sono perché accumularono ciò che doveva essere condiviso; i ben di vita no si preoccupano e ridono sulla sofferenza di coloro che piangono. Gli impoveriti, i popoli spogliati dipendono sempre più da quelli ricchi. Rompere questa oppressione provoca conflitti. E' la profezia dei poveri, lo scandalo delle loro condizioni di vita che li mette davanti ai tribunali umani, come se fossero rei delle disgrazie umane (vv. 22-23). Le proposte del Regno si scontrano con gli interessi dei grandi, talmente abituati a rubare "vantaggi in tutto". Per questo i seguaci di Gesù sono odiati, espulsi, insultati e maledetti (v. 22). D'altra parte abbiamo visto lo stesso Gesù rigettato nella sua stessa terra (cfr. 4,14-21): rigetto e odio contro Gesù da parte di coloro che non vogliono cambiamenti nella società ingiusta. Già era successo ai profeti. E continuerà ancora questo rigetto, ma sarà la prova che i seguaci di Gesù stanno facendo lo stesso cammino del Maestro e dei profeti (v. 23). E ci avvisa: "Guai a voi, se tutti vi elogiano, perché così facevano i loro padri in passato con i "falsi profeti" (v.26).

Riflettendo

Se la profezia non si manifestasse con tutta la sua lucidità e coraggio, si potrebbe concludere che il Regno di Dio appartenga di fatto ai ricchi, ai sazi, ai ben-di-vita, in scandaloso e demoniaco contrasto con la consegna del Regno ai poveri, da parte di Gesù.

Come agenti di pastorale, pastori, cristiani, pesa su di noi il pericolo di essere facilmente manipolati da coloro che detengono il potere, il denaro ed i mezzi di comunicazione. Ed ai "sazi" un grande e grave avviso: "Se non ascoltano Mosè e i profeti, anche se un morto risuscitasse, non si convinceranno" (16,31).

Non poche volte leggiamo le "beatitudini" staccate dalle "maledizioni" ed un senso pietista può nascondere il marcio dell'egoismo e del perbenismo sotto cui spesso le società opulente si mascherano. Stabilire la soglia tra "commiserazione" e giustizia non è sempre così chiaro per noi cristiani. E' vero che siamo spesso ingranaggi di un sistema divoratore; dimentichiamo che il nostro "sovrappiù", è tolto dalla bocca di miliardi di persone che per noi lavorano, producono, "danno gratis" in cambio del consumismo che vogliamo esportare. Appartenere ad una Chiesa, ad una confessione cristiana, ad una qualsiasi religione, non vale come pretesto per tenere la coscienza tranquilla. Un vescovo, nell'incontro di oggi ci diceva: "finché nelle nostre comunità esisterà un povero, è segno che le nostre eucaristie non sono celebrate bene; finché nelle nostre feste parrocchiali, per angariare fondi, continueremo a vendere bevande alcoliche, contribuiremo ad arricchire i grandi gruppi e mantenere i poveri sempre più poveri e dipendenti; non è questo il cammino che Gesù ci ha indicato".

Si parlava di "inculturazione" in questi giorni. Se è vero che Gesù no si chiude nel limite del fenomeno del solo umano, è anche vero che lo stesso Maestro non parte da dogmatismi o riti vari, bensì legge la Vita e la ripropone come cammino di conversione e di giustizia concrete, perché queste sole aprono il cammino al Regno del Padre. Noi cristiani e tutte le religioni istituzionalizzate, del resto, spesso ci dilettiamo in controversie ideologiche e non ci rendiamo conto che l'ideologia, sostegno di un sistema umano, ci distrae dal vangelo vissuto e guardiamo le persone, non più con lo sguardo di Gesù, diretto e pieno di compassione e misericordia, ma bensì con quell'atteggiamento di "sazietà", di "detentori" di una verità parziale che pretendiamo universale. In coscienza possiamo veramente dire che siamo i depositari della Verità e nello stesso tempo convivere tranquillamente con le ingiustizie? Diciamo che Cristo è l'unica verità, ed è vero, proprio per la sua INCARNAZIONE; ma sotto sotto siamo fieri, ci gongoliamo di appartenere a questa casta. Ed il vivere questa verità? Unire fede e vita, è altrettanto così vero e coerente da parte di noi cristiani? Perché allora tante divisioni, incomprensioni e tutte in nome di Cristo? E tutti ci sentiamo nel giusto a tal punto paradossale di pensare e di dire che gli "altri" non conoscono la verità. Perché? Perché il nostro mondo si riduce al solo "spazio" in cui viviamo noi e la nostra società. Il resto del mondo esiste per "succhiare", derubare, abusare, farne il nostro cortile o, tutt'al più come meta turistica, o "infedeli" da convertire. Penso che dovremmo essere più cauti nel "delimitare" le altre culture e religioni. Altrimenti perdiamo la missionarietà, sangue vitale per la sopravvivenza della nostra Chiesa. Missionari che non conquistano, ma che propongono il Regno di Gesù; missionari che non si lasciano ricattare dalle illusioni dell'efficienza, missionari che imparano a rispettare il "diverso", nel quale il Figlio dell'Uomo si è pure incarnato e per il quale ci viene il cammino della fraternità e col quale possiamo sentirci "felici", beati. Nella condivisione ci scopriremo figli dello stesso Padre, giusti e santi, perché così Lui ci ha creati, nonostante gli allettamenti del Maligno.

Le beatitudini non sono ironia gratuita o pazzia di un esaltato; ma nemmeno acqua dolce e inerme; ancor meno ricette belle per le sole "anime". Ma chiedono a queste "anime" di dimostrare nella pratica come rendere "tempio dello Spirito" il corpo (= VITA) di tutti gli esseri umani e del pianeta Terra. E per tutti noi, che ci diciamo cristiani, arriverà quel momento decisivo: "avevo fame e mi avete dato da mangiare...". Razza, sesso, religione, titoli, onori, cultura... non faranno più parte del vocabolario del Giudizio finale che già si compie ora, nel nostro quotidiano condividere, oppure nel quotidiano accumulare in detrimento degli esclusi dal club dei privilegiati (o, prediletti del We trust in God). La "parusia" è preparata da Dio e dalle nostre azioni.

Qual'è il nostro Dio e qual è Quello di Gesù Cristo? Mi sembra che la risposta a questa domanda sia la chiave per vivere le Beatitudini.

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