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30 marzo 2014
IV DOMENICA DI QUARESIMA - LAETARE (ANNO A)

Vangelo: Gv 9,1-41

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   Quarta Domenica di Quaresima - Ciclo A

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IV Domenica di Quaresima - Laetare (Anno A) (10/03/2002)

Vangelo: Gv 9,1-41 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Nesso tra le letture

Il bel brano della guarigione dell'uomo cieco dalla nascita ci offre un tema unificatore per le letture di questa quarta domenica di Quaresima: l'esperienza di Cristo illumina la vita degli uomini. Il cieco dalla nascita passa dall'oscurità alla luce per opera del potere e dell'amore di Cristo (vangelo). Questa stessa verità la ripete san Paolo nella lettera agli Efesini (seconda lettura): "un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore". Quando Dio interviene nella vita dell'uomo, quando si manifesta con il suo amore e con il suo potere, e quando l'uomo accoglie questa rivelazione in fondo al suo cuore, lì prende forma una nuova realtà, una nuova esperienza di Dio. Allora, la persona umana, che giaceva nelle tenebre, si riveste di una forza e di una luminosità fino a quel punto sconosciute. È molto esemlpificativa, in questo senso, la scelta di Davide da parte di Dio quale nuova guida del suo popolo (prima lettura): era il più piccolo della casa di Jesse, era un pastore, era un ragazzo, tuttavia, Dio lo sceglie perché governi il destino d'Israele, e perché sia figura del Messia che verrà. L'esperienza di Dio trasforma la vita dell'uomo.

Messaggio dottrinale

1. La fedeltà di Dio al suo amore. Il giovane Davide, il più piccolo della sua casa e pastore di pecore, è scelto quale nuovo re che guiderà il popolo d'Israele all'unificazione e alla conquista di grandi vittorie. Davide smetterà di essere pastore di pecore per diventare pastore d'Israele. In realtà egli è precursore, prefigurazione di un altro re, che sarà il Messia che salverà il suo popolo. A partire da Davide l'alleanza di Dio col suo popolo avviene attraverso il re. Le vittorie di David preannunciano le vittorie che il Messia realizzerà sulla morte e sul male. Il Messia che deve venire è il vero pastore del suo popolo, come canta il salmo 22. È il pastore che ha voluto camminare a fianco dell'uomo, per riscattarlo da dove si era perso, dimentico di sé. È il pastore che non abbandona il suo gregge nelle strette gole oscure, ma lo conduce a fonti tranquille; è un pastore che rende viva e presente la bontà e la misericordia di Dio. Si esprime, qui in modo eloquente, la fedeltà di Dio al suo amore. Fedeltà che si estende di generazione in generazione e che i profeti hanno cantato in modo chiaro e vigoroso, specialmente Isaia e Geremia, ma che è una costante della pagina biblica. Dio è fedele al suo amore.

Questa fedeltà acquisisce nella pagina del vangelo di oggi un'eloquenza particolare. Cristo, Figlio di Davide, Pastore del suo popolo, è la luce che illumina ogni uomo. È l'amore divino che si rivela in un volto umano e che, contemporaneamente, invita l'uomo a "prendere parte" alla rivelazione dell'amore. Cristo illumina il cieco dalla nascita, gli concede il dono della vista, ma ancor più lo illumina interiormente. Ormai non c'è più solo la luce esteriore che arriva ai suoi occhi ed è decifrata dalla mente come raffigurazioni e immagini. C'è la luce interiore che nasce dal cuore che ha fatto l'esperienza di Cristo. Il cieco dalla nascita fa esperienza della fedeltà e dell'amore di Cristo. A quest'uomo non si può più parlare di un profeta che è venuto: "egli stesso ha fatto esperienza del potere del redentore" e, di conseguenza, egli stesso si trasforma in luce, nonostante la sua apparente ignoranza e debolezza.

2. Cercate ciò che è gradito al Signore. Questa semplice affermazione di san Paolo nella lettera agli Efesini espone in sintesi l'atteggiamento del cristiano in relazione al Signore. Il criterio di una vita cristiana non può essere altro che quello di tentare di piacere a Dio. Si tratta di una conseguenza logica dell'amore. Amore chiama amore. Il cieco dalla nascita sperimenta l'amore che Cristo ha per lui, e per questo poi lo cerca, lo difende, lo proclama, si fa piccolo ai suoi piedi, e lo riconosce come Messia. Davanti ai farisei che lo molestano, colui che era cieco dà testimonianza: "se è peccatore o no, non lo so, io so solo che prima ero cieco e che ora vedo". A partire dal bene ricevuto, egli si trasforma non solo in un fedele ammiratore di Gesù Cristo, ma diventa pure un fedele "seguace", condivide con lui la sua fortuna, la sua esperienza di vita, le sue persecuzioni, i suoi amori, le sue paure e le sue intime gioie.

Suggerimenti Pastorali

1. Appare evidente che il mondo intero sta attraversando un periodo di crisi. Il Papa Giovanni Paolo II all'inizio del suo pontificato, con parole che oggi suonano alquanto profetiche, diceva:

"L'uomo vive sempre di più nella paura. Teme che i suoi prodotti, naturalmente non tutti e non la maggior parte, bensì alcuni e precisamente quelli che contengono una parte speciale della sua genialità e della sua iniziativa, possano essere rivolti in maniera radicale contro lui stesso; teme che possano convertirsi in mezzi e strumenti di inimmaginabile autodistruzione, di fronte alla quale tutti i cataclismi e le catastrofi della storia che conosciamo sembrano impallidire. Deve nascere dunque un punto interrogativo: per quale ragione questo potere, dato all'uomo dall'inizio - potere attraverso il quale egli doveva dominare la tierra - si rivolta contro lui stesso, provocando un comprensibile stato di inquietudine, di paura consapevole o inconsapevole, di minaccia che in vari modi si trasmette a tutta la famiglia umana contemporanea, e si manifesta sotto diversi aspetti?".

A questo punto interrogativo il Papa rispondeva che all'avanzamento tecnico e scientifico dei nostri giorni non è andato accompagnandosi un avanzamento corrispondente nell'etica e nella morale. L'uomo è cresciuto nella capacità tecnica, ma forse non è diventato più uomo nel senso pieno della parola. Perciò ha paura che le sue opere si rivoltino contro di lui, come abbiamo dolorosamente constatato. È come se l'umanità, dimenticando la luce della fede, dell'amore di Dio, della legge morale, camminasse nelle tenebre, inciampando ovunque.

Noi, come pastori e come fedeli, viviamo questa crisi del mondo e della fede. L'uomo della strada, la persona semplice che ha il suo posto di lavoro, coloro che incontriamo ogni giorno al negozio, sul lavoro, in città... tutti si sentono incapaci di cambiare questo stato di cose, e sentono la tentazione della sconfitta, della paura. Si rendono conto che il loro contributo appare insignificante, in un mondo travolto da innumerevoli disordini e soggetto al potere del male. Tuttavia, la liturgia di oggi ci invita a modificare la nostra prospettiva, perché lo sguardo di Dio non è lo sguardo degli uomini, e il Signore affida ai cristiani un compito di grande trascendenza nella vicenda umana. Essi possono essere piccoli e deboli davanti alle grandi forze del male, ma possono contare sulla promessa di Dio che il bene trionferà sul male, che Egli starà con loro fino alla fine dei secoli. Possono far affidamento sulla certezza che il peccato e la morte sono già stati annientati. Ai cristiani è affidata l'avvincente missione di essere speranza per un mondo che ne ha urgentemente bisogno. Ogni cristiano è come una lampada che irradia luce e calore. Ogni casa cristiana deve essere un focolare di speranza, che incoraggi, che inviti, che convochi all'esperienza di Dio. Quanto più oscure possano essere le ombre che gravano sul mondo, tanto più luminosa dev'essere la testimonianza dei cristiani nel mondo. Essi sono la luce del mondo. La costituzione pastorale Gaudium et spes propone un brano mirabile che conviene qui riprodurre:

"Con tutto ciò, di fronte all'evoluzione attuale del mondo, diventano sempre più numerosi quelli che si pongono o sentono con nuova acutezza gli interrogativi più fondamentali: cos'è l'uomo?

Qual è il significato del dolore, del male, della morte, che continuano a sussistere malgrado ogni progresso?

Cosa valgono quelle conquiste pagate a così caro prezzo?

Che apporta l'uomo alla società, e cosa può attendersi da essa?

Cosa ci sarà dopo questa vita?

Ecco: la Chiesa crede che Cristo, per tutti morto e risorto, dà sempre all'uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza per rispondere alla sua altissima vocazione; né è dato in terra un altro Nome agli uomini, mediante il quale possono essere salvati. Essa crede anche di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana.

Inoltre la Chiesa afferma che al di là di tutto ciò che muta stanno realtà immutabili; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che è sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli.

Così nella luce di Cristo, immagine del Dio invisibile, primogenito di tutte le creature il Concilio intende rivolgersi a tutti per illustrare il mistero dell'uomo e per cooperare nella ricerca di una soluzione ai principali problemi del nostro tempo" (Gaudium et spes).

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