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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Vangelo: Mt 20,1-16

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XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (18/09/2005)
Vangelo: Mt 20,1-16   Clicca per vedere le Letture (Vangelo: Mt 20,1-16)

Alla pari dell'operaio che dovrebbe accontentarsi di qualsiasi remunerazione qualora avesse bisogno di salario senza fare raffronti con altri, così ciascuno di noi dovrebbe soltanto gioire di fronte al fatto che Dio ama tutti allo stesso modo e tutti vuole condurre a salvezza, indistintamente e secondo il suo universale progetto di salvezza e intanto fare in modo di essere egli medesimo degno di tanta ricompensa divina. Ecco in sintesi il senso definitivo della parabola evangelica di cui alla pagina di oggi, che attesta all'universalità della salvezza.
Per chiarire meglio il senso di questa parabola, potrei riportare alla mente quando, da seminarista agli esordi nel mio cammino vocazionale (allora ancora come Diocesano), prestavo servizio alla Charitas di Mazara del Vallo, occupandomi della distribuzione degli alimenti ai poveri della città:
più di una volta avveniva che qualche vecchietto, nel ricevere da me in elemosina qualche pacco di pasta, del formaggio o altro alimento, indicando un altro poverello che aspettava in fila il suo turno, mi diceva sottovoce: "A lui non dare nulla..." oppure: " A lui dai solo questo..."; ciò mi ha fatto sempre avere la certezza che – in linea generale - chi nella vita riesce ad affermarsi con successo non di rado mostri avversità verso altri che tentino di raggiungere il medesimo obiettivo; non concepisce affatto cioè che anche altri possano affermarsi e mostra addirittura sdegno e invidia quando altri, sul medesimo campo, raggiungono obiettivi anche maggiori. Quando invece dovrebbe succedere che, chiunque raggiunga un'affermazione, piuttosto che nutrire invidia o gelosia verso chi lo sta superando, dovrebbe mostrarsi soddisfatto che anche altri parimenti possano affermarsi e lodare Dio che la vita sia giusta ed imparziale con tutti.

Così in fondo i primi operai di cui alla parabola di oggi, che, presi a giornata, piuttosto che lodare il padrone della vigna per averli presi a giornata essendosi accorto in prima persona di loro, protestano nel notare che questi sta dando a tutti la medesima remunerazione.
Certo, stando al buon senso e alla logica umana, chi lavora per tutta la giornata merita di essere ricompensato molto più di chi ha effettuato appena un'ora di fatica, ma.... È proprio vero che la parabola, anche in termini di business, stia attestando un'ingiustizia?
Osserviamo innanzitutto che il datore di lavoro distribuisce a ciascuno UN denaro, omettendo di dare a chi più e a chi meno: se fosse stato disonesto avrebbe usato discriminazioni elargendo a chi due, a chi tre denari, ecc Inoltre, occorre considerare due cose: 1) secondo la legge del Deuteronomio, la paga giornaliera all'operaio andava elargita al termine del giorno, ossia poco dopo il tramonto (Dt 24, 15); 2) L'ammontare della paga giornaliera era di un solo denaro al giorno, il che vuol dire che indipendentemente dalle ore effettive di lavoro, al tramonto del sole si doveva a ciascun lavoratore una sola dracma (Tobia 5, 14 – 15); tale proprietario terriero si trova pertanto in piena ottemperanza legale nei confronti dei suoi dipendenti, che piuttosto che obiettare e mormorare dovrebbero mostrare riconoscenza per aver ottenuto il lavoro omettendo di mostrare invidia che altri vengano trattati con la stessa generosità.
La parabola del Regno di Dio in realtà si riferisce direttamente alla situazione dell'Antica Alleanza messa a raffronto con la venuta del Salvatore Gesù Cristo: nell'Antico Testamento si riteneva che Dio riservasse la salvezza al solo popolo di Israele considerato come l'unico beneficiario mentre a rientrare nella grazia del Signore erano solo i giusti, ossia gi zelanti osservatori della legge mosaica; in antitesi ad essi, quale gente spregevole, reietta ed esclusa dalla società, vi erano i peccatori, le prostitute, i ladri e tante altre categorie di persone che secondo il comune sentire dell'Antico Testamento erano esclusi dalla possibilità di salvezza e relegati all'infame destino dell'emarginazione sociale perché lontani da Dio e dalla Legge. Per di più, anche coloro che per ignoranza non erano in grado di accostarsi ai Sacri Statuti di Mosè, come i pastori e altri uomini, si trovavano ad essere altrettanto reietti.

Il fatto ora che il padrone della vigna (Dio) chiami sempre più persone a lavorare nel suo terreno attesta che in Cristo e nella venuta del Regno di Dio tale convinzione è del tutto superata: la salvezza appartiene a tutti gli uomini della terra e il Regno è destinato perfino ai peccatori e ai malvagi; anzi: proprio i cosiddetti "ingiusti" sono i destinatari del lieto annuncio e appunto perché lontani Dio li vuole riavvicinare a sé, rendendoli partecipi della sua grazia e non compete ai cosiddetti "giusti" Israeliti mostrare invidia e gelosia nei loro confronti e riprovare un Dio che in Cristo si rende latore di salvezza universale, ma piuttosto accettare che Dio salvi anche loro medesimi alle stesse condizioni di tutti. La equa remunerazione attesta quindi alla salvezza universale e soprattutto alla volontà divina di rendere tutti degni e meritori in ugual misura e pertanto piuttosto che commentare noi le scelte di Dio occorre gioire della salvezza e della gioia che Egli vuol attribuire a tutti, accettando che anche i peccatori ne siano beneficiari.

Che tutti siano inviatati al banchetto eterno lo afferma del resto Isaia nella prima Lettura, quando invita tutti al convito simbolico: "Chi non ha denaro venga ugualmente", poiché la salvezza non è questione di interessi commerciali né scaturisce da un rapporto fra datore di lavoro e dipendente, ma si attua a partire dalla sola benevolenza di Dio, i cui criteri di giudizio e di ricompensa superano le aspettative umane ed è molto bello e conveniente che si possa riporre fede in un Dio che si presta all'uomo totalmente fino a raggiungere l'umanità assurda e peccatrice che attende di essere riscattata e di avvertire la garanzia di trovarsi riammessa nell'ordine della grazia; e da parte di tutti bisogna che tale prerogativa di salvezza divina universale venga accettata a cuore aperto e senza condizioni.
E anche noi cristiani odierni, presuntuosi di meritare la salvezza per le sole pratiche cultuali esteriori, molte volte propensi a giudicare gli altri e a condannare i cosiddetti ingiusti e peccatori perché "lontani", siamo invitati a considerare quanto Dio si renda solidale con ogni forma di umanità, raggiungendo anche la schiera dei peccatori più incalliti e di conseguenza ad omettere ogni forma di illazione e di pregiudizio verso gli altri, mirando all'autocritica di noi stessi e facendo in modo che nella nostra condotta si meriti davvero che il Signore ci elargisca il premio; lo stesso che egli vuol dare a tutti e che – ahimè – altri di fatto raggiungono più di noi.

Siamo davvero convinti infatti di meritare più degli altri? Siamo certi che altri non ci superiono nel campo dell'esemplarità di vita, essendo di esempio a noi cristiani?
Poiché mentre ci diamo a gratuiti pregiudizi, il Signore ci ricorda che "se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei le prostitute prenderanno il vostro posto nel Regno dei cieli" ed
è cosa certa ed indovinata la il fatto che altri, seppure "lontani" possono addirittura superarci quanto alla fedeltà a Dio e alla carità per diventare - parola del Vangelo di oggi - addirittura i "primi".

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