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14 dicembre 2014
III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) - GAUDETE

Vangelo: Gv 1,6-8.19-28

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TESTO Voce dal deserto

mons. Antonio Riboldi

III Domenica di Avvento (Anno B) - Gaudete (15/12/2002)

Vangelo: Gv 1,6-8.19-28 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Che si avvicina il Santo Natale lo si coglie almeno esternamente da molti aspetti, che cercano di dare alle nostre città o contrade un volto diverso, luminoso, quasi a invitarci a mettere alle spalle per un tempo, sia pure breve, la dura realtà che viviamo, anche oggi...Eppure non è tempo di illusione.

Leggendo le cronache, che vengono dal mondo della economia, del lavoro, dei sinistri rumori di guerra, ci assale una grande tristezza.

Non possiamo non condividere la infinita tristezza di tanti operai che si vedono come scippati di un diritto, come è appunto il lavoro, destinato non solo a realizzare in qualche modo l'uomo, ma a portare quella serenità che è il necessario cielo dell'uomo, della famiglia e della società.

E si fa triste, sotto questo aspetto, il Natale. Non possiamo che fare nostre le lacrime di tanti, che fino a ieri godevano di serenità e ora temono anche il tramonto della speranza.

Ancora una volta il futuro torna nelle mani degli uomini di buona volontà, che sappiano indirizzare la società verso la gioia di esistere.

Tornano come profezia anche per il nostro tempo, le parole del profeta Isaia: "Lo Spirito del Signore è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione;

mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l'anno di misericordia del Signore...Come la terra produce la vegetazione e come il giardino fa germogliare i semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutti i popoli" (Is.61,1-11).

L'uomo di oggi, come di tutti i tempi, nelle difficoltà o si abbandona alla disperazione, quando non intravede una via nel deserto, che è attorno a lui, o disperatamente cerca chi gli si faccia vicino e gli ridoni la speranza. E noi sappiamo molto bene come nella storia, questa attesa di "messia", abbia ingannato tanti. Anche in tempi non lontani da noi, si affacciarono uomini, che si presentarono come uomini del mondo nuovo, più giusto.

E sappiamo tutti come questi "messia" furono un tremendo inganno che abbiamo pagato duramente.

Anche al tempo di Gesù, la povera gente che abitava la Terra Santa era in attesa del Messia: ossia di uno che in nome e per conto di Dio, con la potenza di Dio, li liberasse dalle tante miserie che sempre sembrano le inevitabili ombre che accompagnano i nostri passi.

Ci provarono tanti anche a quel tempo, e furono solo delusioni, se non tragedie. Ma un giorno, narra il Vangelo: "Venne un uomo, mandato da Dio, di nome Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui.

Egli non era la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce". Doveva veramente lasciare una grande impressione la voce di Giovanni, che parlava a Betania. Era la voce austera, che non si abbandonava a promesse che presto si sarebbero rivelate false.

Non solo, ma alla domanda: "Chi sei tu?", subito toglie ai presenti l'illusione di essere chissà chi, con potenza che non è propria della fragilità dell'uomo. "Non sono il Cristo", risponde. "Non sono neppure il profeta Elia".

"Sei un profeta"? "Neppure". E allora chi sei? "Io sono voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, come dice il profeta Isaia". E l'evangelista Luca, in un altro passo, aggiunge: "Sono una voce che grida nel deserto. Preparate la via del Signore, spianate i sentieri. Le valli siano tutte riempite, le montagne e le colline abbassate.

Raddrizzate le curve delle strade, togliete tutti gli ostacoli. Allora tutti vedranno che Dio è il Salvatore". E, come a scuotere i suoi ascoltatori da ogni illusione di affidarsi a lui come ad un salvatore, li richiama ad una vita che sia davvero degna di accogliere Dio.

"Razza di vipere!", urla Giovanni, "Chi vi ha fatto credere che potete sfuggire al castigo oramai vicino? Fate vedere con i fatti che avete cambiato vita e non mettetevi a dire: noi siamo i discendenti di Abramo: perché Dio è capace di fare sorgere veri figli di Abramo anche da queste pietre.

La scure è già alla radice degli alberi, pronta per tagliare; ogni albero, che non porta frutti buoni sarà tagliato e gettato via" (Lc.3,4-10).

E' dura, quasi impietosa, la voce del profeta. Certamente scomoda per gente che era andata da Giovanni, rimettendo in lui quello che invece era compito di ciascuno.

Il futuro, che si attendevano, dipendeva, e dipende, dal cambiamento di vita...se davvero si attende che Dio possa giungere a noi per costruire una civiltà di amore...Racconta il Vangelo di Luca, che tutti ponevano allora una domanda: "Cosa dobbiamo fare?" E Giovanni indicava la via della conversione. Ed era proprio questa la missione del profeta: scuotere le coscienze, perché diventino "vie del Signore".

Quante volte si sente la frase: "Non se ne può proprio più di come vanno le cose". Ci stiamo costruendo un inferno con le nostre stesse mani, diceva un giorno un uomo scuotendo la testa, leggendo le quotidiane cronache del nostro mondo.

"Questa non è più una comunità di uomini, affermava, ma di belve pronte a divorarsi. Ci vorrebbe chi ci scuota da questo sonno, che rischia di farci perire tutti. Non si può continuare così".

E questo è il compito della Chiesa. Ci fu un tempo in cui la criminalità organizzata sembrava la padrona di tanti territori della nostra Patria: padrona dell'irrinunciabile bene della libertà: padrona di tutto.

E fu allora che la voce dei Vescovi della Campania, si fece profezia, con quel documento memorabile: "Per amore del mio popolo, non tacerò". E fu come una grande scossa alle coscienze di tutti, che mossero così i loro passi a conquistare ciò che avevano perduto...con tanti rischi.

Ma del resto è del profeta non essere capito: a volte infastidire, fino a tentare ogni via per farlo tacere. Come successe a Giovanni...a tutti i profeti di ieri e di oggi. Ma la Chiesa non può, non deve tacere, per chiamare tutti a scuotersi di dosso ciò che è male ed impedisce di gustare la dolcezza del Messia.

E' quel preparare la via al Signore, che siamo chiamati tutti a vivere, avviandoci verso il Natale.

Il nostro tempo ha conosciuto tante voci di profeti. Ne cito una: quella di Papa Giovanni XXIII. E bastata la dolcezza di una carezza dal balcone all'inizio del suo Pontificato, per scuotere le coscienze e ridare il sorriso ad un mondo che aveva paura. Erano i tempi della cosiddetta "guerra fredda":

tutti ricordiamo i suoi ultimi giorni di vita...quando la gente si assiepava sotto la finestra della sua abitazione, in Piazza S. Pietro a pregare, perché il Signore lo lasciasse tra di noi...Era il grande profeta, che Dio aveva mandato tra noi a ridare speranza e gioia. E ci riuscì. Non dimenticheremo mai la frase che correva sulla bocca di tutti. "Venne un uomo, mandato da Dio, il suo nome era Giovanni".

Con la sua presenza tra di noi, e oggi con quella del S. Padre e di tanti sconosciuti profeti, che ci sono nel mondo, sembrano avverarsi le parole di Isaia: "Gioisco pienamente nel Signore; la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia, come uno sposo che si cinge del suo diadema, come una sposa si adorna di gioielli" (Is.61,8-10) .
Questo è il Natale che preghiamo sia per noi.

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