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XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Vangelo: Mt 21,33-43

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Rendiconto finale - poco rassicurante
don Fulvio Bertellini

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XXVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (06/10/2002)
Vangelo: Mt 21,33-43   Clicca per vedere le Letture (Vangelo: Mt 21,33-43)

NB: Dedicato ad animatori, catechisti, parroci, curati, sacerdoti, operatori pastorali, padri e madri di famiglia e quant'altro. Anche a me stesso (prima di tutto). Perché ogni tanto una scossa fa bene.

"Vi sarà tolto il regno di Dio". E' una frase che fa paura, ed è facile e rassicurante applicarla all'antico popolo ebraico: il regno di Dio è stato tolto al popolo di Israele, che ha crocifisso Gesù, ed è stato dato a noi, il popolo che lo fa fruttificare. Il dogma, poi, ci rassicura: la Chiesa è "una, santa, cattolica, apostolica", e ogni fedele lo ripete ogni domenica nel Credo. Non è detto che ci capisca esattamente tutto, ma quantomeno se ne ricava una pia sensazione di solidità: la Chiesa, una e santa, tutto sommato resta in piedi ed è affidabile, e meno male che ci siamo dentro.
Ma questa domenica risuonano ancora queste parole: "Vi sarà tolto il regno di Dio": parole che restano attuali. Certo, la Chiesa è una e santa e indefettibile, nel suo complesso. Ma le nostre comunità? E ciascuno di noi? Il Vangelo di questa domenica ci mette di fronte ad un rendiconto; e ci dà il criterio di questo rendiconto: non i nostri criteri umani, ma il confronto con la storia della salvezza.

La benevolenza di Dio
Il punto di partenza è l'iniziativa di Dio, che previene, prepara, predispone. Una lunga storia ci precede, per cui non si parte mai da zero. Il regno di Dio è già nella storia, nella nostra storia. Non è racchiuso nei confini della nostra Chiesa o delle nostre parrocchie, ma non ne è separato. Per usare l'immagine della vigna: c'è la siepe, c'è il frantoio, c'è la torre: tutto quello che serve, per fare un buon lavoro. Ma noi riconosciamo la presenza di Dio che ci precede nella nostra storia? E nella storia delle nostre comunità?

Il tempo dei frutti
Il raccolto va consegnato interamente al padrone. Non si tratta di dare una parte, o una quota. Tutto va consegnato, e solo dopo si può ricevere il salario. Il frutto che Dio si aspetta da noi non è riducibile a qualche buona opera, a una parte del nostro tempo, ad una generica buona intenzione. Ma tutta la nostra vita deve essere consacrata a lui. Per una parrocchia la tentazione prevalente è di autosostenersi: curare le attività che gratificano, che funzionano per tradizione, il gruppetto o gruppone che partecipa a queste attività. Diventa una comunità che compiace se stessa, un club religioso; e non più al servizio del Regno. Per noi singolarmente, la tentazione è di isolare un settore dell'esistenza: la sessualità, il lavoro, il divertimento, la carriera, o qualunque altra cosa vogliate, e lasciarla fuori dalla vita cristiana. Fatto strano: sessualità, lavoro, divertimento... sono tutti doni di Dio. Ma li vogliano godere per noi stessi, e come a noi piace. Ogni tanto qualcuno ci ricorda che qualcosa non funziona: il figlio che protesta con i genitori, la moglie che litiga col marito, il prete che si lamenta della gente, e la gente che si lamenta del prete. Ma è troppo facile soffocare questi segnali, perché nell'altro vediamo unicamente insinuazioni fastidiose, e non una possibile voce di Dio.

L'uccisione del Figlio
Se noi escludiamo Dio da una parte della nostra esistenza, a poco a proprio lo espropriamo da tutta la nostra vita. E' una regola della vita spirituale (e vale anche per le comunità: dopo un iniziale successo sociologico, rischiano di perdere la propria identità; una parrocchia non può ridursi a club culturale, o ricreativo, o ad associazione benefica). In modo soffice e discreto, pericolosamente indolore, facciamo la stessa cosa che fecero i vignaioli della parabola: "lo cacciarono fuori dalla vigna, e l'uccisero".
Sbrighiamoci dunque a cambiare vita, come singoli e come comunità. Altrimenti si realizzerà anche per noi quella parola"Vi sarà tolto il regno di Dio, e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare". La Chiesa, una e santa, continuerà anche senza di noi.


Flash I lettura

Canterò per il mio diletto / il mio cantico d'amore per la sua vigna...": bisogna lasciarsi incantare dalla bellezza poetica di questo oracolo, che comincia con la leggerezza di una serenata; l'amore tra lui e lei sembra adombrato dall'immagine della vite, con cui si allude all'amata. Le cure affettuose dell'innamorato sono paragonate al lavoro assiduo di un abile contadino; fino alla brusca svolta: "egli aspettava che producesse uva, ma essa fece uva selvatica".
Il componimento assume improvvisamente il tono di un procedimento giudiziario: "abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici tra me e la mia vigna..."; ma non si aspetta che essi emettano il giudizio; la decisione è già presa: "voglio farvi conoscere che cosa sto per fare...la renderò un deserto". Infine, il colpo di coda finale: "la vigna del Signore degli eserciti è la casa di Israele; gli abitanti di Giuda la sua piantagione preferita...": quelli che credevano di essere giudici si ritrovano ad essere improvvisamente chiamati in causa. E forse anche noi che ascoltiamo oggi, potremmo scoprire che eravamo la vigna del Signore, e che finora abbiamo dato solo uva selvatica...

Flash II lettura

"Non angustiatevi per nulla...": questo invito dell'apostolo ci raggiunge e ci sorprende. Sembrerebbe infatti che ci siano molte cose di cui preoccuparci: venti di guerra, voci di recessione, la borsa che scende, la delinquenza in aumento... ce n'è abbastanza per farsi prendere dall'angoscia. Le parole dell'apostolo non sono dettate da un ingenuo ottimismo, ma dalla serena confidenza in Dio: "in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti". Si tratta dunque di una serenità paradossale, che nasce dalla lotta della preghiera. Ciò che rende sereno il cristiano non è ignorare i problemi, ma presentarli a Dio; scoprire di non essere da soli a risolverli, trovare prospettive più ampie: "la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori...". Non si tratta di rinunciare alla ragione, ma di scoprire e avere fiducia in una ragione più alta, o meglio di incanalare la nostra ragione e la nostra intelligenza e tutto il nostro essere verso i valori più grandi: "tutto quello che è vero, nobile, giusto puro... tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri". Anche per noi c'è dunque qualcosa di meglio da fare invece di preoccuparci o lamentarci.

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