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5 febbraio 2012
V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

Vangelo: Mc 1,29-39

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TESTO Tre strade per vivere in tempo di crisi

mons. Roberto Brunelli

V Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (05/02/2012)

Vangelo: Mc 1,29-39 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

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29E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. 30La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. 31Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.

32Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.

35Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. 36Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. 37Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». 38Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». 39E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Viviamo una crisi quale, dicono, mai si era vista dopo l'ultima guerra. Una crisi economica, che tocca strati sempre più larghi di popolazione e livelli sempre più profondi della vita, sino a diventare crisi di certezze, di prospettive, di speranze. In situazioni come questa è facile lasciarsi andare a considerazioni pessimistiche, come quelle della prima lettura odierna, tratta dal libro di Giobbe (7,1-7). E' un caso che la si legga di questi tempi (il calendario la prevede da decenni); ma sembra quasi una voce d'oggi: di un cassintegrato senza prospettive, di uno che ha persino smesso di cercare lavoro, di uno che non sa come pagare i debiti e mantenere la famiglia: "L'uomo non compie forse un duro servizio sulla terra? Come lo schiavo sospira l'ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me sono toccati mesi d'illusione e notti di affanno. La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all'alba. I miei giorni scorrono più veloci di una spola, svaniscono senza un filo di speranza".

Giobbe è un personaggio d'invenzione; la storia di cui è protagonista è come una parabola: un racconto inventato per esprimere in forma narrativa concetti e verità. Egli è presentato come un ricco possidente, che d'improvviso perde tutto, i figli, i beni materiali e persino la salute. Si interroga sul perché di quanto gli accade, e non lo convincono né la moglie col suo invito ad abbandonare Dio che non ha saputo proteggerlo, né gli amici, per i quali le sue sventure sono castighi per i suoi peccati. Quest'uomo lo si immagina vissuto secoli prima di Cristo; ma in lui si riflette l'uomo di ogni tempo, spesso sottoposto a prove durissime delle quali non sa trovare il senso, uscendone o con una perdita della fede o, all'opposto, con un rafforzamento della speranza in Dio.

Al problema del male il libro di Giobbe dà una risposta tutta sua. Gesù ne dà un'altra, che non contraddice quella ma la cala nella concretezza quotidiana. Scrive l'evangelista Marco (1,29-39) che, uscito dalla sinagoga di Cafarnao (dove aveva guarito un presunto indemoniato, come si è sentito domenica scorsa), Gesù si recò a casa di Pietro, dove ne guarì la suocera febbricitante e "dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da molte malattie...". Questa è una di quelle espressioni riassuntive, con cui i vangeli, oltre a particolari guarigioni singole, riferiscono dell'incessante attività taumaturgica di Gesù: cui egli si prodigava anche per lasciare un esempio ai suoi discepoli, di allora e di sempre. Gesù guarisce perché egli ama la vita e vuole che gli uomini l'abbiano in pienezza; i cristiani sono invitati a fare altrettanto, ovviamente con i mezzi di cui dispongono, per sanare o almeno alleviare le malattie, adoperarsi perché tutti possano vivere dignitosamente e, ovvia quanto basilare premessa, nessun uomo si ritenga autorizzato a togliere la vita a un altro. Mai.

Oggi, prima domenica di febbraio, i cristiani celebrano la Giornata per la Vita. E ci sono tre strade per farlo. In primo luogo riflettendo, e aiutando tutti a capire, che della vita umana nessuno è padrone, nemmeno della propria: men che meno di quella altrui. Nessuno è entrato nel mondo, e così non può uscirne, di propria volontà; la vita è un mistero, dietro il quale si intravede un disegno più grande che a nessuno è lecito guastare. La seconda strada è quella indicata dal comportamento di Gesù: fare quanto è possibile perché la vita si affermi nel modo migliore. E anche la terza strada è suggerita da Gesù: il vangelo di oggi riferisce che dopo l'intera giornata trascorsa a guarire i malati di Cafarnao, "al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in luogo deserto, e là pregava". Chiedeva al Padre suo la forza per compiere la sua missione. Pregava lui, il Figlio amato: possono esimersene i suoi seguaci?

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