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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Vangelo: Mt 20,1-16

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Commento su Matteo 20,1-16
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XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (18/09/2011)
Vangelo: Mt 20,1-16   Clicca per vedere le Letture (Vangelo: Mt 20,1-16)

COMMENTO ALLE LETTURE
a cura di Daniele Salera

Il Vangelo di Matteo probabilmente prende vita dall'esperienza di fede della comunità di Antiochia, terza città dell'impero romano (dopo Roma e Alessandria) e fortemente cosmopolita tanto che l'ellenismo si era via via integrato con le culture antiche. Proprio qui "per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani" (At 11,26). La comunità ha una forte componente giudeocristiana ma non mancano cristiani provenienti dal paganesimo e proprio verso costoro vi fu una straordinaria apertura degli orizzonti religiosi per favorire l'ingresso a pieno titolo nella chiesa locale. Quest'ultima dovette entrare in polemica con il giudaismo di stampo farisaico impostosi dopo il 70, rivendicando tutta la sua autonomia da chi voleva ingabbiare la Nuova Alleanza stabilita dal Cristo entro i confini di una religione a misura d'uomo. La chiesa si stava così ufficialmente separando dalla sinagoga e questo passaggio non è indolore tanto che alcuni studiosi ritengono che proprio in questo periodo sia stato introdotto nella liturgia sinagogale il birkat ha-minim, una maledizione contro gli eretici che includeva i cristiani (e di cui la comunità di Matteo era sicuramente a conoscenza). Dal capitolo 18 al 22,45 abbiamo infatti vari indizi di rottura con il giudaismo ed avvertimenti rivolti alla chiesa cristiana.
"Non posso fare delle mie cose ciò che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?" (Mt 20,15). Proviamo ad interpretare le intenzioni del Cristo (e dell'evangelista) partendo dal punto focale offerto da questo versetto.

Il "padrone di casa" esercita il suo governo ed assolda operai per la propria vigna; le condizioni del trattamento sono per i primi chiamati molto chiare fino a sfumare per gli ultimi. Non si contraddice e non ritorna sulla parola data modificandola a suo piacimento, ma la sua potestà viene criticata a motivo della giustizia umana applicata dagli operai della prima ora. Il criterio utilizzato dal padrone per pagare il salario agli operai non corrisponde a tale giustizia. Quest'atto - imprevisto e "legalmente ingiusto"- sembra capovolgere i ruoli: i salariati della prima ora si fanno giudici del padrone e vorrebbero imporre le proprie regole. Questa rivalsa rivela ciò che finora dimorava nascostamente nel loro cuore: la volontà di dominio sulle "cose del padrone" e sugli altri operai, nonché la certezza che la loro giustizia fosse incontrovertibile.
L'autore del vangelo affronta così, attraverso la parabola, lo scottante problema suscitato dal giudaismo farisaico che - in modo analogo al fratello maggiore di Lc 15 - non accetta la sovrabbondanza della misericordia di Dio come nuova legge per gli abitanti del regno. Coloro (i farisei) che lavorano nella vigna (il popolo eletto) fin dall'alba, ricevono la ricompensa pattuita (la salvezza ed i beni spirituali), ma sembrano rifiutarla o non apprezzarla perché per essi tale ricompensa è dovuta al lavoro svolto mentre in realtà proviene dalla gratuita e sovrabbondante benevolenza del "padrone". Inoltre quando quest'ultimo, ad un'ora dalla fine, rivolge la sua ultima chiamata, i suoi interlocutori rispondono di star lì senza far nulla perché nessuno li ha presi a giornata (da interpretarsi come: non abbiamo ricevuto la chiamata, nessuno ci ha parlato della salvezza di Dio prima di te). Il vangelo sembra così ricordarci che spesso coloro che non lavorano nella vigna di Dio non lo fanno per una esplicita scelta "contro" ma perché non hanno ricevuto quell'annuncio generativo della fede di cui ci parla Paolo in Rm 10,17. Alla fine è proprio la fede nel Dio manifestatoci dal Cristo che viene a mancare nel cuore degli operai della prima ora ("coloro che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri" - Lc 18,9), essi infatti, nel ritirare il denaro pattuito, mormorano contro il padrone, e sappiamo quanto per lo scrittore sacro la mormorazione sia proprio l'azione che confligge direttamente con l'atto di fede. Dunque i presunti giusti ancora una volta vengono avvertiti perché la loro religione non è mossa dalla fede ma dalle loro opere. I beni spirituali e la salvezza per essi non sono un dono gratuito di Dio ma un atto dovuto.

* A complemento del presente testo suggerisco la visione del film "Corpo celeste" della regista Alice Rohrwacher, uscito nelle sale la scorsa primavera. Ambientato a Reggio Calabria (ma può costituire un interessante strumento di revisione di vita per diverse comunità di credenti), descrive le dinamiche di una comunità parrocchiale che si prepara alla celebrazione del sacramento della confermazione, osservate con l'occhio semplice e attento di una preadolescente. Emerge il contrasto fra chi della fede si dice esperto - ma ha perso la relazione fondante con Dio e con i fratelli - e chi vi è introdotto ma in realtà di tale relazione ha un senso innato e frontale. Non vi ho trovato quasi nulla di parossistico o irreale, se non la nostra abitudine ad una religiosità vissuta così.

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