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29 settembre 2013
XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Vangelo: Lc 16,19-31

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don Daniele Muraro  

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XXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (26/09/2010)

Vangelo: Lc 16,19-31 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Il povero Lazzaro è un mendicante, ossia si trova al gradino più basso della miseria. Non basta a se stesso e, privo di aiuti, è costretto a invocare la compassione altrui in tutto. Consumato da lunga prostrazione non si può risollevare dall'abiezione in cui è caduto, né distaccarsi dalla casa del ricco.

Suoi amici forzati diventano i cani, prima aizzati dal padrone e poi ammansiti dalla mitezza del suo carattere.

Torna in mente D'Annunzio. Il poeta è ormai anziano. La sua ultima poesia è un epitaffio per la sepoltura dei suoi amatissimi cani: "Qui giacciono gli inutili miei cani/.../ fedeli et infedeli/ all'Ozio lor signore/, non a me uom da nulla..."

Il punto è che non muoiono solo i cani, né solo i poveri. Questa considerazione può condurre a due opposte conclusioni. D'Annunzio sceglie la via negativa e infatti la poesia conclude: "Ogni uomo nella culla/ succia e sbava il suo dito/ ogni uomo seppellito/ è il cane del suo nulla". Nella vita ci si accanisce tanto per niente. Tra un uomo e un cane, seppelliti, non si vede differenza.

Invece, secondo la parabola del Vangelo, il ricco avrebbe potuto giovare al benessere materiale dell'indigente Lazzaro e ciò gli avrebbe aperto le porte del cielo, assicurandogli un'accoglienza cordiale accanto ad Abramo.

Il Patriarca non viene nominato a caso; infatti egli era stato splendido nell'ospitare i tre pellegrini venuti a visitarlo sotto la tenda. Continuando nel racconto, i cani fanno il loro possibile per alleviare le sofferenze di Lazzaro, il ricco senza nome purtroppo no. "Indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lussuosi banchetti."

Troppo occupato a festeggiare lautamente per badare all'importuno pezzente, egli curava l'apparenza esteriore e la morbidezza dell'abbigliamento e non si interessava di colui che, degente alla sua porta, si sarebbe accontentato con lo scarto della fastosa mensa.

Nella stessa scena vediamo forgiarsi due destini contrapposti: da una parte il ricco si indurisce sempre più nella sua indifferenza, dall'altra il povero viene messo alla prova nella sua capacità di sopportare quotidianamente la repulsione patita.

Lazzaro era fitto di piaghe, senza sua colpa; ma anche trovando in lui qualche cosa di riprovevole non ce la sentiremmo di biasimarlo, perché spesso il misero non è lui il responsabile delle sue disgrazie. Similmente non tutto quello che brilla di valore nella persona del ricco dobbiamo attribuirlo a virtù. Talvolta il caso mescola le sorti chiedendo a chi misericordia e a chi sopportazione.

Il merito del povero fu di non odiare il ricco, né di invidiarlo, ma di rimettere la sua causa al Signore. Troviamo scritto a proposito nel libro dei Proverbi: "Chi chiude l'orecchio al grido del povero, invocherà a sua volta e non otterrà risposta." Succede che un tale giudizio già in questa vita sia anticipato in maniera chiara, inflessibilmente lo vedremo applicato senza fine nell'altra.

Il ricco muore del tutto, ai piaceri di questo mondo alla vita nello Spirito e alla consolazione futura. Il povero muore alla sua miseria, ma si trova scortato dagli angeli nel suo passaggio all'eternità. Il povero muore prima del ricco, ma il ritardo con cui quest'ultimo lo raggiunge si trasmuta in aumento di pena per lui. Infatti grande motivo di infelicità per sempre sarà indovinare lo stato beato di coloro dei quali non si era fatto alcun conto nella vita terrena.

Il ricco scorge da lontano quello che da vicino non aveva voluto vedere e cerca di farsi ascoltare. Non si rivolge direttamente a Lazzaro, presso il quale non può vantare alcun merito, né chiede che sia Abramo stesso a muoversi, rispettandone la dignità. Andare fra i tormenti non è mai un bel viaggio...

Dalla risposta del "padre Abramo" il ricco viene a sapere che all'inferno ci può entrare solo via terra; il passaggio dal cielo è precluso. Questo abisso non attraversabile materializza la sentenza inappellabile di Dio, voragine per gli ostinati nel male, perfezione confermata al sommo per i perseveranti nel bene.

Per quel che riguarda i rapporti che legano alla terra il cielo, troviamo che essi sono quelli dell'Incarnazione, ossia quelli inaugurati da Gesù Cristo quando assunse la nostra condizione umana non apparendo dall'esterno, ma nascendo all'interno della storia. Allo stesso modo il Signore ci chiede di amare il prossimo non aspettando circostanze eccezionali, ma nella ferialità e nella apparente banalità delle vicende quotidiane.

Lazzaro è Cristo sotto altre spoglie: da questa rivelazione finale dipenderà l'esito del giudizio universale. Mosè nella sua legge di giustizia, i Profeti con le loro denunce e appelli conversione l'avevano preannunciato: Dio, il Signore della storia, si mette dalla parte degli umili.

Se non troviamo nel Vangelo le ragioni sufficienti per convincerci ad amare il nostro prossimo non possiamo pretendere che siano scoperte speciali a farci cambiare atteggiamento.

La recente beatificazione del cardinal Newman ce lo ha confermato: abbiamo una coscienza capace di accogliere le suggestioni che vengono da Dio. È lei il nostro fedele cane da guardia sulla via della salvezza. Come il Papa è il Vicario di Cristo per tutta l'umanità, così per ciascuno singolarmente funge da vicario di Cristo la sua coscienza.

Non aspettiamo di darle udienza quando sarà troppo tardi, ma accogliamo prontamente i suoi richiami. Dio ha disposto che fossero insistenti ma non esasperanti, rinnovati ma non continui, per dare tempo alla nostra volontà di aderire apertamente al bene fin da subito e trovare pace per l'eternità.

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