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5 maggio 2013
VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO C)

Vangelo: Gv 14,23-29

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TESTO Non sia mai turbato il vostro cuore

mons. Antonio Riboldi

VI Domenica di Pasqua (Anno C) (09/05/2010)

Vangelo: Gv 14,23-29 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Stiamo sempre vivendo il grande Mistero della Resurrezione, che è la pietra fondamentale della nostra vita, sempre che la consideriamo un breve passaggio verso la verità della nostra creazione: la resurrezione. Così don Tonino Bello descrive l'Eucarestia come memoriale della Pasqua: "L'Eucarestia è un convito, un banchetto, una cena, un segno che cade sotto i nostri occhi, palpabile con le nostre mani. Ritornano il pane, il vino, la visibilità della Grazia. L'Eucarestia è un banchetto, un segno rivolto verso una triplice direzione, verso il passato, il presente e il futuro. È il memoriale della Passione: quando noi celebriamo la Messa non ricordiamo solo la nascita di Gesù, ma ricordiamo anche la sua morte, la sua sepoltura, la sua resurrezione.

È sempre Pasqua: morte e resurrezione, sempre. Tutto il Mistero pasquale giunge fino a noi e noi ne siamo coinvolti e così Gesù diventa nostro contemporaneo".

Il lungo, ed insieme breve periodo, che Gesù fa intercorrere tra la sua resurrezione fino all'ascensione al Cielo, deve essere stato denso di attese tra gli Apostoli e quanti erano rimasti fedeli al Maestro: tempo di incertezze e di attesa di certezze, di domande sul da farsi.

Gesù andava e veniva, apparendo in continuità, come volesse guidare i passi di un lungo cammino verso il Regno, che Lui aveva iniziato in terra tra noi e fra noi: un Regno a cui anche noi siamo chiamati a partecipare e costruire, giorno per giorno.

Se la bellezza e la profondità della Buona Novella era stata così poco capita, se i confini dove farla giungere erano immensi, se tutto questo era apparso difficile stando vicino a Gesù, doveva apparire quasi una follia per gli Apostoli 'andare'. 'Andare', ma da chi? E dicendo che cosa? Con quali mezzi persuasivi? Bastava annunciare, come faranno poi gli Apostoli e siamo chiamati noi, la morte e la resurrezione di Gesù, figlio di Dio? Bastava e basta dire agli uomini, sempre malati di scetticismo, che Gesù è la Verità e non ha certamente bisogno di fatti eclatanti, di potenza umana, ma solo di un'autentica ricerca, per poter diventare 'Luce che illumina le nostre tenebre'?

Gesù poi li mandava - e ci manda - raccomandando di andare in totale povertà, ossia non ricorrendo a strategie, a fatti miracolosi, rifuggendo così i metodi del mondo, che quando annunciano qualcosa di 'grande' usano una tale forza di mezzi e di pubblicità, da non far più capire se quanto si proclama sia vero o nasconda altro, che nulla ha a che fare con la bellezza e il valore dell'evento stesso.

Tutti interrogativi e perplessità 'umané, che spesso inondano la nostra anima, trovano la loro risposta dopo Pentecoste. Così oggi leggiamo dagli Atti degli Apostoli:

"In quei giorni, alcuni venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: 'Se non vi fate circoncidere, secondo l'uso di Mosé, non potete essere salvi!: Poiché Paolo e Barnaba si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Barnaba e alcuni altri andassero dagli apostoli e dagli anziani per tale questione. Allora gli Apostoli, gli anziani e tutta la Chiesa decisero di eleggere alcuni tra di loro e di inviarli ad Antiochia insieme a Paolo e Barnaba. E consegnarono loro la seguente lettera: 'Gli Apostoli e gli Anziani ai fratelli di Antiochia, di Siria e di Cilicia, che provengono dai pagani, salute! Abbiamo saputo che alcuni da parte nostra ai quali avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con i loro discorsi sconvolgendo i vostri animi. Abbiamo deciso perciò tutti d'accordo di eleggere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Barnaba e Paolo, uomini che hanno votato la loro vita al Nome del nostro Signore Gesù Cristo. Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue e dalla impudicizia. State bene". (At. 15, 1-22-29)

Quanta autorevolezza e decisione, così differente dalla paura che, subito dopo la morte del Maestro, aveva invaso gli Apostoli! È la stessa debolezza o timore che tante volte si nota tra di noi: paura di testimoniare la nostra fede, una testimonianza che nasce sola da una vita vera di fede.

Troppe volte siamo superficiali e, davanti alla prova, mostriamo la nostra titubanza e debolezza.

Non pregheremo mai abbastanza per avere quella pienezza di fede, che ci fa andare oltre l'umano e la mediocrità di troppi.

Ma il nostro tempo - e lo abbiamo vissuto e lo viviamo drammaticamente a causa della pedofilia - il mondo, accusandoci - sia pure senza distinzioni - per un peccato davvero totalmente inaccettabile, sembra invitarci, senza saperlo, ad una coerenza che ci si attende da chi è credente e chiamato alla santità: una coerenza di vita, che assume tutte le istanze dell'uomo e del creato.

Ma forse trova ancora in troppi quella che possiamo definire 'incertezza'. Ed è proprio questa incertezza, aggravata anche da scenari di scienza e tecnologie, che quasi si considerano 'onnipotenti', a rendere nuovo il tempo che viviamo. Sono sfide di carattere culturale, educativo, morale, di fronte alle quali nessuno può restare indifferente, tanto meno un credente.

Il credente fedele non può mai chiudersi in se stesso, isolandosi spiritualmente dalla comunità, ma è chiamato a vivere in un continuo scambio con gli altri, con vivo senso di fraternità, nella gioia e nel rispetto della uguale dignità e nell'impegno di fare fruttificare insieme l'immenso tesoro ricevuto in dono. Fanno tanto pensare le parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli, che oggi siamo noi:

"Gesù disse ai suoi discepoli: 'Se uno mi ama, osserverà la mia Parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserverà le mie parole e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Queste cose vi ho detto quando ancora ero tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà a mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, Io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito ciò che vi ho detto. Vado e tornerò a voi: se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l'ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate". (Gv. 14, 23-29)

Parole che Gesù pronunciò nell'Ultima Cena, prima di affrontare il supremo dono della sua vita con la passione e crocifissione. Conosceva bene la debolezza umana dei suoi discepoli. Sapeva che per un poco avrebbero messo in dubbio la loro totale fiducia, fino a rinnegarLo. Sapeva tutto di loro. Ma volle rinfrancarli con queste parole, che abbiamo letto: hanno tutto il sapore di un testamento da non dimenticare. Tutto è in quella stupenda espressione, che ripeterà all'infinito nell'Ultima Cena: CHI MI AMA. L'amore, in e con Gesù, non conosce i limiti della morte, ma anzi è la chiave che apre il Cielo.

Occorre partire dalla convinzione che la vitalità nella fede e nella comunione fraterna nasce dal sublime:

'Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri come Io ho amato voi:
così amatevi anche voi gli uni gli altri'.

C'è stata e c'è una pericolosa diffidenza verso gli altri, che porta all'indifferenza, come se non ci appartenessero, e peggio ancora al rifiuto. Fa tanto soffrire.

Gesù ha affidato il comandamento di amarci gli uni gli altri, all'intera Chiesa. Il che vuol dire che tutti, ma proprio tutti, hanno il dovere di fare dono di sé con quella manifestazione dello Spirito che è data a ciascuno, come direbbe S. Paolo, 'per l'utilità comuné.

Oserei dire come avviene tra noi, che ci troviamo nella riflessione settimanale della Parola di Dio... ed è talmente tanta l'amicizia, la comunione che mi comunicate, che mi commuove sempre. Siete veramente buoni! E Dio solo sa quanto sia necessaria questa carità, per dare respiro a tanti che si sentono soli, o soffrono, o sono poveri. Amarsi, come ci dice Gesù, è costruire un piccolo o grande segno di speranza in tanti, oggi... ed è il miglior modo per essere e fare felici e permettere a Dio di accoglierci nel suo Cuore.

Ricordiamocelo sempre, come a sconfiggere la tentazione dell'indifferenza e della solitudine:
"Chi mi ama, osserverà la mia Parola e il Padre mio lo amerà
e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui".
Con S. Francesco preghiamo:
"O Signore fa' di me uno strumento della Tua pace.

Dove c'è odio che io porti l'amore, dove c'è offesa che porti perdono,

dove c'è discordia, che io porti l'unione, dove c'è errore che io porti verità,

dove c'è dubbio che io porti la fede e dove c'è disperazione che io porti la speranza. Dove c'è tristezza che io porti la gioia e dove sono tenebre porti la luce.

O Divino Maestro, che io non cerchi tanto di essere consolato, ma di consolare; di essere compreso, quanto di comprendere - di essere amato, quanto amare. Poiché è dando che si riceve, dimenticandosi che si trova comprensione,

perdonando che si è perdonati, morendo che si risorge alla vita eterna".

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