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17 marzo 2013
V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C)

Vangelo: Gv 8,1-11

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TESTO La giustizia di Dio: amore che rinnova

Suor Giuseppina Pisano o.p.

V Domenica di Quaresima (Anno C) (21/03/2010)

Vangelo: Gv 8,1-11 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Gv 8,1-11

1Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. 2Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. 3Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e 4gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». 6Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. 7Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». 8E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. 10Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». 11Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

"Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi"; così preghiamo, oggi, con la Chiesa, nella 'collettà della liturgia eucaristica, chiedendo a Dio di poter amare, sull'esempio del Cristo che ha dato la vita per riscattarci dal peccato.

E di perdono dal peccato ci parla, ancora in questa domenica, il passo del Vangelo di Giovanni, un passo celebre e molto caro al cuore di tutti, che ci dice di quell'anonima donna colta in adulterio e trascinata sulla pubblica piazza, davanti a Gesù, perché il Maestro si pronunci sulla giustizia della legge mosaica, che la condannava alla lapidazione. «Maestro, tu che ne dici?»; gli chiedono, ma Gesù sta in silenzio, apparentemente distaccato dalla scena, veramente impietosa, che si svolge in quella piazza, dove una creatura umana, una donna, già ritenuta inferiore proprio perché donna, è sotto gli occhi di tutti quegli uomini e ci sono scribi e farisei, accaniti accusatori in nome della legge mosaica, che le rinfacciano il suo peccato e son pronti a lapidarla.

Gesù è chino verso terra e scrive sulla polvere qualcosa che nessuno saprà mai; egli non guarda verso la donna: è già umiliata, forse è pentita, sicuramente è spaventata, chissà se spera in una parola di compassione da quel giovane rabbi che attira le folle e compie miracoli.

Ma Gesù non parla contro la legge; egli si rivolge direttamente agli accusatori perché siano loro ad applicarla, perché puniscano con le loro mani il peccato, ma ad una condizione: non basta che siano stati testimoni della colpa, è necessario che essi stessi siano esenti da ogni colpa: dice Gesù «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei».

"Se ne andarono - recita il testo - uno per uno, cominciando dai più anziani"; nessuno di loro, evidentemente, era senza colpa davanti a Dio; il Maestro non aveva specificato il genere di peccato, non aveva parlato di adulterio, aveva detto: "chi è senza peccato", e con ciò metteva tutti i peccati sullo stesso piano e ricordava ai presenti, a quegli scribi, maestri della legge e attenti alle Scritture, che in esso ogni peccato è adulterio, perché qualunque colpa l'uomo commetta è un tradimento dell'amore di Dio.

Ora il luogo è deserto, la donna è sempre lì, in attesa, e solo adesso Gesù si rivolge a lei, alzandosi in piedi, e la chiama con affettuoso rispetto: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?...Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più».

Un racconto drammatico, questo dell'adultera, colta in fallo e meritevole di condanna, un racconto che richiama alla mente la parabola del figlio 'prodigo', sulla quale si è soffermata la nostra riflessione la scorsa domenica; sono due icone di peccato, nelle quali ognuno di noi può riconoscersi; ma, al centro dei due racconti non c'è né il peccato, né l'uomo peccatore, bensì la misericordia che perdona, l'amore grande del Padre che, una volta tornati a Lui, fa nuova la nostra immagine di figli e la misericordia del Figlio che si incarna per redimerci da ogni colpa e ridonarci, così, la dignità di figli.

Al centro del racconto evangelico di questa domenica, c'è, dunque, Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio, che non è venuto per giudicare ma per salvare: «Neanch'io ti condanno - dice il Signore alla donna - va' e d'ora in poi non peccare più».

Non è per un buonismo da quattro soldi che il Maestro solleva la donna dalla sua colpa, e neppure intende infrangere la legge o sminuire il valore della giustizia; no, il Cristo, col suo gesto, inetende sottolineare quanto limitata sia la giustizia della legge, pur necessaria, perché è giustizia che condanna, ma non libera dalla colpa; infatti, agli occhi degli uomini, ai nostri occhi, chi ha sbagliato resta legato alla sua colpa, come chiuso in un'orizzonte ristretto che sempre ricorda un passato di cui vergognarsi; una giustizia che non offre un orizzonte sereno di speranza, di vita nuova, pulita, in cui tutto ricomincia, rinasce; solo Cristo, che è Dio, con la forza del suo amore redentivo, liberando l'uomo dalla colpa, gli ridà speranza, solo Lui ci fa veramente nuovi, ma questo ha un prezzo: la sua morte in croce.

Il figlio lontano è riaccolto in casa, l'adultera non subirà la lapidazione, ogni nostro peccato è perdonato, ma per tutto ciò il Cristo ha pagato perché è lui che ha preso su di sè le nostre colpe e le ha portate sul legno della Croce: "Egli portò i nostri peccati sul suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia.Dalle sue piaghe siamo stati guariti", scrive Pietro (I Pt.2,23-24).

Dunque è Cristo la vera giustizia, la nostra giustizia, perché è lui che ci fa giusti davanti a Dio; è lui che fa dire a Paolo: "Fratelli, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti" (Fil.3,8-11).

E' dalla morte di Cristo, e dalla sua resurrezione, che si realizza, in noi che crediamo e che vogliamo seguirlo, quella splendida novità di vita già intravista, nel suo lontano tempo, dal profeta Isaia che da parte di Dio diceva: "Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa". Questa novità assoluta è Cristo redentore, il Dio che si fa uomo; lui è la Via sicura nel deserto della vita; Lui è l'acqua viva che disseta e purifica da ogni colpa; è lui che ci fa creature nuove, ricreate ad immagine del Padre; ma tutto ciò ha un prezzo altissimo e si chiama Croce; ed è per questo che la Chiesa ci fa invocare non solo la misericordia del Padre, ma anche il dono della carità, la virtù più alta, che è capacità di riamare Dio, ed amare, nel nome di Cristo Redentore, ogni altro uomo perdonando, accogliendo, condividendo tutto ciò che siamo e tutto ciò che abbiamo con gli altri uomini, come Cristo per noi ha dato tutto se stesso, amandoci sino alla fine.

sr Maria Giuseppina Pisano o.p.
mrita.pisano@virgilio.it

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