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30 novembre 2014
I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B)

Vangelo: Mc 13,33-37

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   L'attesa che sale dal mondo

mons. Antonio Riboldi

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I Domenica di Avvento (Anno B) (28/11/1999)

Vangelo: Mc 13,33-37 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Potrebbe sembrare monotono, senza significato ed efficacia, questo ripetersi de1 "tempo liturgico" del racconto di quanto Dio ha fatto per amore del suo popolo, se quel racconto, quel tempo, non fossero l'oggi di ogni uomo.

Voglio spiegarmi. Sono tanti anni oramai che io accompagno i passi di tanti sulla via che conduce a Dio, cercando di fare filtrare dalle Sue Parole che ogni domenica puntualmente propongo l'amore con cui Dio avvolge i nostri momenti e che, solo, dà la spiegazione della storia di ognuno di noi e dell'intera umanità. Ognuno riflette se stesso nella Parola del Signore, si confronta ogni volta – questo è un grande dono di Dio – e trova in questo pane della Parola un motivo conduttore per vivere poi la difficile e meravigliosa vita "secondo Cristo".

E' un dialogo spirituale, sorretto dalla fiducia e da una incredibile amicizia che è come un appuntamento settimanale. Sono tanti anni, che dialogo con la Parola di Dio, ma ogni volta si ha l'impressione di sentire come una novità ciò che Dio ci dice. Ed è così: perché la vita veramente vissuta non può essere che una continua esperienza del nuovo, e quindi novità continua. Nuovi sono i tempi che viviamo, nuovi i sentimenti che proviamo, anche se gli atti sono gli stessi, nuovo è sempre il cuore quando cerca la perfezione: e quindi nuovo suona il racconto dell'amore di Dio verso di noi.

Oggi la Chiesa inizia il cammino della salvezza operata da Dio. E lo inizia con la prima domenica di Avvento. La stessa parola Avvento sta ad indicare l'attesa che l'uomo di tutti i tempi, noi compresi, ha sempre avuto, anche se in modo non detto a parole, della venuta di Dio tra di noi. Senza di Lui possiamo solo conoscere una solitudine che diventa bivacco di tutte le infelicità.

Così esprime l'attesa di Dio il profeta Isaia: "Tu, Signore, sei nostro padre: da sempre ti chiami nostro redentore. Perché Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Siamo divenuti tutti come cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia... Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si riscuoteva per stringersi a te; perché tu avevi nascosto il tuo volto e ci hai messo in balia della nostra iniquità... Ritorna per amore dei tuoi servi" (Is 63, 16-17).

Credo che queste parole di Isaia vadano bene per i nostri tempi. Sono tempi in cui sembra trionfare un generale disinteresse per Dio: quasi il disegno di abbattere ogni traccia di Dio nell'uomo fino a farne perdere persino il ricordo. Senza calcolare abbastanza che è difficile cancellare totalmente il ricordo del Padre, che è profondamente dentro ciascun uomo come la verità che non può oscurarsi. E

così sempre di più si affaccia "la nostalgia di Dio". C'è attorno a noi e lo avvertiamo tutti, una ricerca del Padre, espressa magari in modo infantile o nascosto, ma che si fa sempre più sentire, come lo stimolo della fame. Basta guardarsi "dentro" o "attorno". Vogliono "vederLo" Dio. Vogliono quasi toccarLo.

Più che parole vogliono fatti: e quando li incontrano, è come se l'attesa fosse stata ripagata. Voglio raccontare ciò che mi è capitato e ancora oggi mi fa arrossire perché ha dell'incredibile. Una sera fui chiamato a conversare con dei giovani, sul tema: "Cristo è la nostra vita e speranza". Ci arrivai afono. Un improvviso colpo di freddo mi aveva lasciato come muto. Feci capire al responsabile che l'incontro non era possibile. "Come rimando a casa duemila giovani che l'attendono? E tra di loro molti non sono "nostri": sono quelli che noi chiamiamo "i lontani" ma che vogliono sentire una voce che faccia sentire Dio vicino".

Si decise che mi sarei fatto vedere per spiegare l'impossibilità della conversazione. Presi il microfono e quasi lo divoravo per trasmettere parole che uscivano con enorme sofferenza. Ad un certo punto si alzò un giovane e gridò: "Non importa quello che tu hai in mente di dire: per noi importa che tu ci sei". Sembrava che il teatro volesse crollare. Si andò avanti così per un'ora cercando parole che non venivano. Ma l'impressione era che ci fosse tanta attesa di Dio. "Che incredibile cosa mi è toccato vivere quella sera – mi scriveva una ragazza più tardi –. Sono una di quelle che ha sempre tenuto lontano Dio dalla sua vita. Se esisteva dovevo cercarlo io con la mia intelligenza sui libri. Da qualche libro, pensavo, spunterà la sua verità. Ed improvvisamente questo meraviglioso Dio mi si è fatto vicino, quasi visibile, senza parole, in quella sera, una sera in cui non ci furono parole, ma ci fu qualcosa di diverso". E il mondo è pieno di "attesa".

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