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13 maggio 2012
VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO B)

Vangelo: Gv 15,9-17

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   La Croce

don Daniele Muraro  

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VI Domenica di Pasqua (Anno B) (17/05/2009)

Vangelo: Gv 15,9-17 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

L’istruzione di Gesù di rimanere uniti a Lui come il tralcio alla vite si completa con l’enunciazione del comandamento dell’amore: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi.”

Notiamo la ripetizione per tre volte della particella “come”. Anche Gesù ha un modello davanti ed è il Padre suo. “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore...” Per questo Gesù può proporre se stesso come modello ai suoi discepoli: “amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.”

Gesù pronuncia le parole sulla necessità dell’amore fraterno durante l’Ultima Cena. Non è una raccomandazione quella che Gesù fa', è un comandamento che consegna, nell’attesa di darne l’esempio fino in fondo. Sappiamo che, dopo essere stata approvata, per entrare in vigore, ogni legge deve essere promulgata. Il comandamento dell’amore, Gesù lo promulgherà qualche ora dopo dal trono della croce.

Il sacrificio di Cristo si rinnova sugli altari ad ogni celebrazione della Messa, ma in chiesa c’è un segno che ce lo ricorda continuamente e che vediamo sempre, anche quando entriamo per fare una visita o partecipiamo ad una preghiera diversa dalla Messa, ed è la croce.

La croce non può mancare durante le celebrazioni della Messa. Nelle occasioni solenni essa apre la processione di ingresso e durante il rito più volte viene incensata. Secondo le rubriche la croce deve riportare l’immagine di Cristo crocifisso, ben visibile allo sguardo del popolo radunato.

Soprattutto il Venerdì santo noi veneriamo la croce e la baciamo. Essa non può essere solo un ornamento, ma ha un significato ben forte. La croce rende presente alla vista e richiama alla mente il modo scelto da Dio e accettato da Gesù per operare la nostra salvezza. Esposta in chiesa o nelle nostre case la croce ci ricorda che non esiste amore senza dolore, ma anche che ogni dolore può essere assunto e offerto per amore. Soffermiamoci dunque a considerare questo oggetto così importante per noi cristiani.

Quando ricevette la croce sulle spalle, in essa Gesù ritrovò il materiale del suo lavoro quotidiano per tanti anni nella bottega di Nazaret. Del legno conosceva proprietà e il modo per renderlo utile all’uomo, attraverso la fatica di piallarlo e l’arte di ridurlo in assi da ben connettere le une con le altre. Forse il ricordo dei giorni sereni fu un sollievo, ma durò un attimo.

Portando lo strumento del suo supplizio fin sul Calvario Gesù si caricò di colpe che non aveva e per le quali falsamente era stato accusato ed ingiustamente era stato condannato. Accettando il castigo della crocifissione Gesù non rifiutò nemmeno il supplemento di umiliazione di morire della pena riservata agli schiavi, fra gli insulti degli spettatori che lo irridevano.

Prima di salire sulla croce Gesù fu spogliato delle vesti. Inchiodato al legno fu impedito di stringere in pugno più alcunché e sollevato da terra perse il contatto con tutte le cose desiderabili del mondo rinunciando definitivamente ad esse.

Gesù sulla croce non fu solo modello di sopportazione, ma anche di perdono. Non curante del dolore fisico, ad un certo punto si interessò del destino del suo compagno di sventura crocifisso alla destra e poi si distaccò anche dall’ultimo affetto, quello della Madre affidandola al discepolo prediletto.

Gesù rimase sulla croce finché tutto fosse compiuto; ne fu separato da morto e ancora il suo corpo risorto continua a portare i segni della passione, soprattutto nelle ferite dei chiodi e della lancia.

La croce modifica la nostra idea di risurrezione. Una risurrezione senza croce non sarebbe stata tanto diversa dall’episodio della trasfigurazione, una glorificazione ideale che i discepoli non avevano capito e che non apre a nessuna comunione di fede e di amore. Per questo la croce rimane importante per noi credenti anche dopo che Gesù è risorto e salito al cielo.

La liturgia chiama la croce “unica speranza”. Talvolta nelle pale da altare si trova Cristo rappresentato con in mano il globo della terra sovrastato dalla croce a indicare che la croce rimane fissa fra gli sconvolgimenti del mondo.

“Io non mi vergogno del Vangelo” dice san Paolo e ancora: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo.”

Non è escluso che uno in casa sua possa sistemare un altarino per la sua devozione, anzi è raccomandabile che fra le pareti domestiche ciascuno si ritagli un angolo riservato alla preghiera. Non si tratta di una scelta frequente e talora questo è proprio impossibile, ma in ogni casa, all’ingresso, nel corridoio, o in una delle stanze principali non dovrebbe mancare una croce, meglio ancora se completa del crocifisso.

“Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo; non bisogna dormire durante questo tempo.” ha scritto Pascal. Guardare alla croce esposta qui in chiesa, in casa o anche sistemata nell’abitacolo in auto, ci aiuta a tenere sveglia la nostra fede in Gesù e a far crescere il nostro amore per Dio e per il prossimo.

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