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30 ottobre 2011
XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Vangelo: Mt 23,1-12

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TESTO Commento su Matteo 23,1-12

mons. Ilvo Corniglia

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XXXI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (02/11/2008)

Vangelo: Mt 23,1-12 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

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In quel tempo, 1Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli 2dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. 4Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. 5Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, 7dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.

8Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. 9E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. 10E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. 11Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; 12chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato.

Gesù si trova a Gerusalemme. Sono gli ultimi giorni della sua vita. Il brano di oggi è l’inizio del suo ultimo discorso pubblico, che sfocerà in una violenta requisitoria contro le guide spirituali del popolo (per sette volte “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti!”). Nella linea dei profeti che condannavano i capi di Israele (cfr. Ml 1,14-2,10: I lettura), Gesù con molta franchezza denuncia e smaschera i limiti vistosi che manifestano i responsabili della comunità giudaica: scribi e farisei, cioè i teologi, gli intellettuali che col loro prestigio culturale esercitano un notevole influsso sul popolo e lo frenano nell’aprirsi al suo Vangelo. Gesù non contesta la loro autorità di maestri incaricati di spiegare la Legge, ma una serie di abusi molto gravi.

- “Dicono e non fanno”. Parole e fatti si contraddicono. La loro prassi di vita non è coerente col loro insegnamento e lo scredita. “Predicano bene, ma razzolano male”.

- Sono legalisti esigenti e rigidi con gli altri, ma accondiscendenti con se stessi.

- Quello che fanno lo fanno per ostentazione. Sono malati di esibizionismo. Non fanno il bene per se stesso e nell’intento di piacere a Dio, ma solo per essere visti e riscuotere l’ammirazione della gente. In tutto mirano a mettersi in mostra e a richiamare l’attenzione su di sé. Così es. “allargano i loro filattèri e allungano le frange”. I “ filattèri” erano scatolette di cuoio che contenevano (propriamente “custodivano”) brevi testi della Legge. Si portavano legate sul braccio sinistro e sulla fronte. Il significato era molto suggestivo: la Parola di Dio deve essere ricordata (la fronte) e messa in pratica (il braccio). Essi le ingrandivano per renderle più visibili e tutto si riduceva a pura esteriorità. Così pure aumentavano la lunghezza delle “frange”, quattro fiocchi appesi agli angoli della veste (avevano lo scopo di ricordare l’osservanza dei Comandamenti: cfr. Nm 15,38-41). Tutto questo per mostrare la loro devozione alla Legge. Inoltre in ogni ambito della vita sociale vogliono essere onorati a causa della loro posizione: nei banchetti in case private, nelle cerimonie della sinagoga, nella vita pubblica per le strade e nelle piazze.

“Amano sentirsi chiamare dalla gente “rabbì” (= “maestro mio” o “signore mio”; cfr. in italiano “monsignore”, “eccellenza”). Insomma, per il ruolo che svolgono devono riscuotere dovunque rispetto e venerazione. Al centro non c’è Dio né il loro servizio né coloro a cui offrono l’insegnamento, ma la loro persona che tutti devono circondare di onore.

Sarebbe fin troppo facile mostrare con esempi concreti come gli atteggiamenti denunciati e messi in ridicolo con fine ironia da Gesù si ripetano puntualmente nei più diversi strati e settori della nostra società.

Ma come cristiani non possiamo non sentirci interpellati in prima persona: il far parte della Chiesa non significa essere automaticamente esenti da tali limiti. Tutt’altro. Gesù lo sapeva e lo sa. Quando Matteo scrive il Vangelo, nel riportare questa critica di Gesù, pensa sicuramente ai capi farisei che in quel tempo guidavano la comunità giudaica, da cui la Chiesa aveva preso le distanze e da cui era anche perseguitata. Ma intende pure correggere le medesime contraddizioni che all’interno della comunità cristiana manifestano coloro che, rivestiti di autorità o titolari di qualunque incarico, se ne servono per il proprio prestigio o per interessi personali.

«Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”...E non chiamate nessuno “padre” sulla terra...E non fatevi chiamare “maestri”» ( propriamente “coloro che indicano la via” o “guide”). Questi tre titoli, che si davano ai maestri ebrei, i cristiani non possono attribuirli a nessuno, perché sono riservati il primo e il terzo soltanto a Cristo e il secondo a Dio.

Non è tanto questione di titoli onorifici di cui si fregiavano e con cui si facevano chiamare i maestri giudei, ma è piuttosto questione di contenuti che si nascondono dietro quei titoli. Non è cioè in gioco una puerile e ingenua vanità, ma la concezione della Chiesa.

Questa per Gesù è una realtà alternativa alla società di allora e di oggi. Nella sua famiglia tutti sono “fratelli”, perché “uno solo è il Padre vostro, quello del cielo”, e tutti sono discepoli “perché uno solo è il vostro Maestro (cioè Gesù) ...una sola è la vostra guida (il vostro leader), Cristo”. Tutti perciò, senza eccezione, godono di una uguale dignità, perché ciascuno è figlio e discepolo allo stesso titolo.

Gesù esige che nei loro rapporti ciò che li differenzia passi in secondo piano, mentre in primo piano deve stare ciò che è comune tra loro. Ciò che hanno in comune, il dono uguale per tutti, è appunto la loro relazione con Dio e con Gesù: Dio è l’unico vero Padre di tutti e Gesù è l’unico vero Maestro e Guida. I cristiani, prima di essere qualcosa di diverso l’uno dall’altro, prima di svolgere compiti differenti, sono in una posizione di uguale dignità. perché figli di un unico Padre, quindi fratelli, e discepoli di un unico Maestro Gesù.

Nella Chiesa, se in primo piano c’è questa fondamentale uguaglianza, le differenze però rimangono. Non c’è un livellamento piatto e informe. Per es. Gesù ha assegnato a Pietro un servizio speciale (Mt 16,18ss) e così pure ai Dodici (Mt 9,36-10,42, etc). Non abolisce il nome di padre, anzi richiede con forza il rispetto del padre e della madre (Mt 15,4; 19,19). Se chiede ai discepoli di non farsi chiamare maestro, padre, guida (nel senso che non devono pretenderlo, come segno di superiorità sugli altri), tuttavia desidera che si comportino come maestro, padre e guida. Ma nel legame con Lui, l’unico Mastro, e col Padre. E solo per servire i fratelli. Non nega la presenza nella Chiesa di un’autorità, che sarà esercitata in nome di Lui, l’unico Signore, e come un servizio d’amore “Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato (da Dio) e chi si abbasserà sarà innalzato (da Dio). E’ evidente il richiamo a Mt 20,26-28 dove Gesù delinea la fisionomia della sua comunità, in contrapposizione e in alternativa alla società civile.

Chiunque è chiamato a svolgere un compito dentro la comunità deve farsi “amore che serve”, imitando quale modello supremo Gesù, che per amore si è abbassato fino alla morte ed è stato glorificato dal Padre (cfr. Fil 2,6-11). Commovente a questo riguardo è la testimonianza di Paolo, che – perfetto imitatore di Cristo – svolge un servizio... materno, un servizio pronto a dare la vita per i suoi cristiani (1Ts 2,7-13: II lettura). La comunità cristiana è allora il luogo dove l’esperienza di Dio come Padre e l’esperienza della fraternità determinano e plasmano il modo di agire, di vivere, di relazionarsi reciprocamente, in un’atmosfera di famiglia. Dove, di conseguenza, nessuno potrà mai essere considerato un estraneo, un rivale. Ma un “fratello per il quale Cristo è morto” (1Cor 8,11). Un altro te stesso: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22,39). Un altro Gesù: “lo avete fatto a me” (Mt 25,40).

In questa comunità di discepoli tutti intenti ad accogliere la Parola (cfr. II lettura), di fratelli, di servi, l’amore che li lega e li fa famiglia si espande ad abbracciare ogni persona, amata da Dio, in modo unico e irripetibile, e candidata all’incontro definitivo con Lui. “Per me ogni persona che è come se fosse unica al mondo” ( Madre Teresa di Calcutta).

Se noi cristiani vivessimo con più coerenza la fraternità reciproca e fossimo più accoglienti verso ogni uomo, quanti sentirebbero la nostalgia di far parte di questa famiglia!

“In tutto amare e servire” ( S. Ignazio di Loyola).

La società di oggi - società dell’immagine, della facciata, dove l’importante è il look, il far bella figura, l’apparire - in che misura influenza e condiziona noi cristiani? La critica severa di Gesù ci tocca direttamente e in quali atteggiamenti e azioni?

La nostra relazione con Dio e con Gesù, l’essere “con-fratelli e con-discepoli”, fino a che punto è diventata convinzione profonda in noi e si riflette nei nostri rapporti concreti?

Davanti a ogni persona cerco di essere “amore che serve”, anzi “Gesù che serve”?

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