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10 agosto 2014
XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Vangelo: Mt 14,22-33

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TESTO Commento su Matteo 14,22-33

mons. Ilvo Corniglia

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XIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (10/08/2008)

Vangelo: Mt 14,22-33 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Gesù ha sfamato una moltitudine moltiplicando cinque pani e due pesci. Questo miracolo straordinario ha suscitato un'ondata di entusiasmo "messianico" tra la folla, col pericolo di un movimento politico incontrollabile. Secondo il racconto parallelo del IV Vangelo, Gesù intuisce che vogliono "prenderlo per farlo re" e allora "si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo" (Gv 6,15). Nel nostro testo, "subito costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva".

In effetti, i discepoli erano forse già conniventi e complici nel tentativo di quanti macchinavano per eleggerlo re. Poi, "congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare". Nella solitudine riempita dalla presenza di suo Padre e vissuta nel colloquio con Lui, Gesù ritempra le forze e rigenera la propria adesione alla sua volontà. E' un modello, un richiamo per noi a ricercare spazi e tempi per stare soli con Dio, come Gesù, che rivive l'esperienza di Elia sul monte Oreb (1Re 19, 9-13: I lettura): "Fermati alla presenza del Signore!", non lasciandoti inghiottire dal vortice delle cose da fare, che ti distraggono e ti stordiscono. "Cinque minuti con Dio placano tante tempeste".

Due scene si corrispondono per contrasto. Nella prima, Gesù senza i discepoli, solo sul monte in compagnia di suo Padre e immerso in Lui. Nell'altra, i discepoli senza Gesù, soli con se stessi, sulla barca "agitata dalle onde, a causa del vento contrario". Non è difficile riconoscere qui un'immagine della Chiesa in rotta di navigazione verso l' "altra riva" nel mare tempestoso della storia. La Chiesa nel tempo della prova, quando si sente aggredita dai flutti della persecuzione, dell'ostilità, dell'indifferenza alla sua missione. Quando i cristiani avvertono tutta la fatica nell'esercitare il "mestiere" di "pescatori di uomini" e si accontentano di "navigare a vista", senza il coraggio di affrontare il mare aperto, disattendendo così l'appello di Gesù a "prendere il largo". Quando, insomma, nella comunità cristiana la "missione" sembra languire perché si è affievolita la "comunione" con Cristo e tra fratelli. Quando la Chiesa sembra... abbandonata a se stessa, perché il suo Signore, ormai salito al cielo, si è reso invisibile e...pare lontano, assente. La barca in balia delle onde richiama anche simbolicamente l'esistenza di una persona, di una famiglia, di una comunità. Quante volte forse - sotto il peso di molteplici sofferenze fisiche e morali; scossi dal dubbio, dalla paura del futuro, e anche dalla crisi di fede; stanchi di lottare nelle "tempeste" della vita - abbiamo avuto come l'impressione che la nostra "barca"stesse per colare a picco...!

"Sul finire della notte Egli andò verso di loro camminando sul mare". Gesù non abbandona i suoi, anche se essi lo pensano. "Va da loro": come quando la sera di Pasqua, dopo la prova estrema e tremenda della sua morte, incontrerà di nuovo i suoi discepoli (cfr Gv 20, 19-26).

Non può stare senza di loro. Li raggiunge in un modo strano e imprevedibile, camminando sulle acque. Nella Bibbia l'acqua, soprattutto l'acqua agitata del mare, indica una forza negativa, ostile a Dio e agli uomini, una potenza di morte. Soltanto Dio ha il potere di padroneggiarla. Lui, il Creatore, il Signore e il Liberatore del suo popolo, "cammina sul mare" (cfr Is 43,16;51,10; Sal 77,20-21; Gb 9,8.11). In tal modo Gesù mostra di avere lo stesso potere di Dio.

E' quanto riconosceranno i discepoli, proclamando: "Davvero tu sei il Figlio di Dio". Ma per il momento i loro occhi sono impediti dall'incredulità e lo scambiano per un "fantasma", cioè qualcosa di non reale, di inesistente, e si mettono a "gridare dalla paura". Ma Gesù rivolge loro la sua parola: "Coraggio, sono io, non abbiate paura". Un appello alla fiducia, che si fonda su una assicurazione: "Sono io". Con queste parole Gesù non dichiara soltanto la sua identità per farsi riconoscere. L'espressione ha un significato più profondo. Si può intendere "Sono io", ma anche "Io sono" e in tal caso richiama l'autorivelazione di Dio a Mosè: "Io sono colui che sono" (Es 3,14). Colui che è la suprema realtà in contrapposizione all'apparenza ingannevole e alla nullità degli idoli. Colui che è qui con voi, per voi, presenza indefettibili d'amore. Colui che c'è e vi salva (Cfr. pure Is 43, 10-11; 44,6; 46,9).

"Non abbiate paura": viene ripresa l'esortazione iniziale ("Coraggio") con un imperativo frequentissimo nella Bibbia e abitualmente sulla bocca di Dio quando incontra gli uomini, soprattutto quando affida loro una missione.

A questo punto Pietro chiede un altro segno che convalidi il riconoscimento: "Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque". E Gesù: "Vieni!". E Pietro obbedisce iniziando la sua "passeggiata" sul mare e sfidando la violenza del vento, partecipe della condizione stessa del suo Signore. E' semplicemente grandiosa e suggestiva la scena di Pietro che va verso Gesù, o meglio di Gesù e di Pietro che si vengono incontro camminando sulla cresta dell'onda tempestosa, dominandola. Finché regge, però, la fede dell'Apostolo. Finché la sua attenzione è concentrata interamente su Gesù. Quando però comincia a ripiegarsi su se stesso, quasi compiacendosi della propria capacità, e quando considera la forza del vento, perde di vista il Signore e viene meno la fiducia totale in Lui. Allora comincia ad affondare. Ma in questo frangente drammatico e irreparabile, la fede di Pietro ha come un soprassalto e - raccogliendo tutte le sue energie - si esprime nell'invocazione accorata: "Signore, salvami!". La medesima invocazione era già risuonata sulle labbra dei discepoli, quando, ancora sul lago in tempesta, lo avevano svegliato mentre dormiva sulla barca: "Salvaci, Signore, siamo perduti" (Mt 8,25). Il termine "Signore", che ricorre due volte nella preghiera di Pietro, evoca il Dio biblico a cui grida l'uomo che sta sprofondando nelle acque, simbolo del male e della morte (cfr. Sal 69,2.15).

"E subito Gesù tese la mano, lo afferrò". E' il gesto di Dio che salva. Cfr. es. Sal 18,17: "Stese la mano dall'alto e mi prese, mi sollevò dalle grandi acque". In Gesù Dio continua a liberare i suoi miseri che lo invocano. A Pietro Gesù non risparmia, però, un rimprovero: "Uomo di poca fede, perché hai dubitato?" Il medesimo rimprovero lo aveva rivolto ai discepoli in occasione della tempesta sedata (Mt 8, 26). Gesù "salva" Pietro e i discepoli "di poca fede". Così la comunità, superata la prova ("il vento contrario"), raggiunge la fede sicura ed esplicita, che esprime in una confessione unanime e corale: "Davvero tu sei il Figlio di Dio!".

La Chiesa, raffigurata dalla barca che porta i discepoli con Pietro e Gesù in mezzo a loro, continua il suo cammino. Quando però la prova la scuote, i discepoli sono invitati ad affidarsi al loro Signore. Così la loro fede, purificata e affinata, salirà a un grado ulteriore di maturità.

Ogni volta che mi troverò nella "tempesta", nei momenti di dubbio, di dolore, di solitudine, di fatica nel credere e testimoniare la fede, ascolterò Gesù che mi assicura con voce amica: "Coraggio, sono io, non avere paura. Anch'io ho provato la solitudine e la paura, specialmente nell'ora della mia passione. Ma ora - vivo e risorto - sono qui accanto a te. Unisci la tua sofferenza alla mia, stringiti a me sulla croce. Sperimenterai con me la gioia della risurrezione e della vita nuova".

Con la mia attenzione concreta a chi soffre e sta...affogando, permetterò a Gesù di dirlo anche a lui.

"Signore, salvami!". Lo ripeterò per me e anche per lui.

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