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14 febbraio 2010
VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Vangelo: Lc 6,17.20-26

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TESTO Commento su Luca 6,17.20-26

don Daniele Muraro  

VI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (11/02/2007)

Vangelo: Lc 6,17.20-26 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Lc 6,17.20-26

In quel tempo, Gesù, 17disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone,

20Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:

«Beati voi, poveri,

perché vostro è il regno di Dio.

21Beati voi, che ora avete fame,

perché sarete saziati.

Beati voi, che ora piangete,

perché riderete.

22Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. 23Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.

24Ma guai a voi, ricchi,

perché avete già ricevuto la vostra consolazione.

25Guai a voi, che ora siete sazi,

perché avrete fame.

Guai a voi, che ora ridete,

perché sarete nel dolore e piangerete.

26Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti.

Il commento segue lo schema predisposto dall'autore per ogni anno liturgico, che potete trovare cliccando qui.

Come abbiamo capito dai Vangeli delle domeniche precedenti Gesù ha un messaggio da portare agli uomini: Egli stesso si attribuisce la profezia di Isaia: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio".

Questo messaggio non è riservato ad alcuni e basta, ma è rivolto a tutti. Nell'antico Israele i maestri si facevano pagare dai loro discepoli, e quindi per essere ammessi alla scuola di un rabbi bisognava far domanda e poi pagare la tassa; Gesù invece si sceglie gli apostoli che vuole e con loro condivide quello che l'ospitalità della gente offre, insegnando a confidare nella Provvidenza del Padre.

Come dice il Vangelo di oggi, nella frase ripresa dal versetto per l'alleluja, Egli istruisce i suoi discepoli a sperare non in una contraccambio umano, ma nella ricompensa che viene da Dio.

Nella vita di ciascuno ci sono motivi per rallegrarsi e motivi per dispiacersi. Più volte al giorno ciascuno di noi fa il punto della situazione e si complimenta con se stesso se le cose vanno bene, oppure è preso dallo scoraggiamento se vede che le cose per lui invece che migliorare peggiorano.

Ogni ora sentiamo dai telegiornali l'andamento della borsa, non so a chi di voi interessi direttamente la notizia, ma anche la borsa della nostra vita è soggetta ad alti e bassi che dipendono da cambiamenti nelle condizioni e nelle aspettative. Mi va bene una cosa: sono felice; mi arriva una notizia non tanto bella: sono preoccupato.

Sentiamo dunque quali sono le notizie che ci manda il Signore nel Vangelo di oggi: Egli parla di beatitudine e poi anche di rischi.

Per ben quattro volte Gesù si rallegra con determinate categorie di uomini e non li nomina in maniera generica, ma si rivolge direttamente a loro: certamente non sarà mancato fra la folla dei suoi ascoltatori qualche povero, qualche affamato, qualche persona triste o afflitta, qualche perseguitato dalla vita.

Se andiamo in cerca di motivi di lamentela o di autocommiserazione ne troviamo sempre. E' difficile essere contenti della propria condizione, di quello che si possiede, della propria salute, dei propri affetti, della propria posizione sociale. Ma non è questo che Gesù intende quando proclama beati i poveri e i bisognosi. Gesù intende parlare di un dato di fatto e non è un caso se la nuova fede cristiana si diffuse subito fra gli strati più umili della popolazione dell'impero romano.

San Paolo rivolgendosi ai cristiani di Corinto diceva: "Guardate tra voi, fratelli. Chi sono quelli che Dio ha chiamati? Da un punto di vista umano, vi sono forse tra voi, molti sapienti o molti potenti o molti personaggi importanti? No!" e continuava: "Dio ha scelto quelli che gli uomini considerano ignoranti, per coprire di vergogna i sapienti; ha scelto quelli che gli uomini considerano deboli, per distruggere quelli che si credono forti."

Pensiamo a quante persone in giro per il mondo ascolteranno oggi questo Vangelo, in America Latina, in Africa, in Asia: questo Vangelo per loro è vivo perché sentono che Gesù si riferisce direttamente a loro. Forse talvolta ci lamentiamo tanto perché non ci guardiamo attorno abbastanza e non abbiamo uno sguardo sufficientemente onesto sulla realtà.

Abbandonati i sentimenti di autocommiserazione, dobbiamo riconoscere però che la nostra vita, in qualunque condizione ci troviamo è precaria e soggetta a mille e mille condizionamenti e pericoli.

Quando Gesù dice: "Guai a voi ricchi, guai a voi sazi, guai a voi che pensate solo a divertirvi" non intende fare minacce e paventare castighi. Sono parole di avvertimento per evitare pericoli reali: i traguardi umani possono essere tanti; per quanto uno li raggiunga anche tutti, senza Dio, non potrà mai essere felice.

"Sono nato e mi sento dissolvere. Mangio, dormo, riposo e cammino, mi ammalo e guarisco, mi assalgono senza numero desideri e tormenti, godo del sole e di quanto la terra fruttifica. Poi io muoio e la mia carne diventa polvere come quella degli animali che non hanno peccati. Ma io cosa ho più di loro? Nulla, se non Dio. Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei creatura finita."

E' Gregorio Nazianzeno che ha composto questa preghiera di grande spessore umano. "Sono nato e mi sento dissolvere", dice san Gregorio di Nazianzo. Proprio per venire incontro a questa condizione esistenziale, della malattia e del dolore, nella Chiesa esiste il sacramento dell'Unzione.

La malattia può condurre all'angoscia, al ripiegamento su di sé, talvolta persino alla disperazione e alla ribellione contro Dio. Ma essa può anche rendere la persona più matura, aiutarla a discernere nella propria vita ciò che non è essenziale per volgersi verso ciò che lo è. Molto spesso la malattia provoca una ricerca di Dio, un ritorno a Lui. E Dio non lascia da sola la creatura nella propria ricerca e anche nel dolore, ma le viene incontro con un segno che richiama la predilezione di Cristo per i poveri e i sofferenti, ed è l'Unzione dei malati.

Ha fatto scalpore qualche anno fa (era il 1999) la lettera del Vescovo del Canton Ticino, mons. Eugenio Corecco, in cui annunciava la sua malattia: ""sono ammalato, mi sto curando, rafforziamo la comunione tra di noi".

In una intervista sempre del 1999 mons. Corecco spiegava: "In attesa della mia prima operazione grave, visitavo una signora in un ospedale di Lugano. Questa signora, malgrado fosse sempre stata presente alle celebrazioni in cattedrale, non riusciva ad accettare il fatto di dover patire così. Andavo a visitarla per aiutarla ad accettare questa chiamata del Signore, per quanto le potesse sembrare prematura, fin quando, essendo anch'io caduto ammalato, ho capito perfettamente come questa signora, pur essendo stata una brava cristiana, stava facendo un'esperienza che era diventata la mia esperienza e che molto probabilmente è l'esperienza di tutti: quella dell'abbandono delle forze e della solitudine di fronte alla malattia."

Che dire allora? E' lo stesso vescovo che prosegue così: "Il sacramento dell'unzione degli infermi è un gesto che in genere nelle culture precedenti al cristianesimo non esisteva, gli ammalati si mettevano ai margini della società. Come cristiani dobbiamo accompagnare gli ammalati con molta più consapevolezza di quanto abbiamo fatto fino ad ora."

Allora forse si realizzerà anche per i nostri ammalati la scoperta che sempre mons. Corecco rivela nella lettera di aver fatto nel mezzo della sua malattia. All'improvviso gli si è rivelato il senso di una salmo tante volte recitato meccanicamente che dice: "La tua grazia, Signore, vale più della vita / le mie labbra diranno la tua lode".

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